Connect with us

Cultura

Rivoluzione culturale cinese: gli errori di Mao

Ad oggi la Cina è una delle super potenze economiche, un paese che ha avuto una crescita esponenziale di mercato negli ultimi anni. La situazione non è sempre stata così prospera, uno dei momenti più bui della storia cinese è stato proprio il tentativo della rivoluzione culturale del 1966 voluta da Mao Zedong.

Published

on

La rivoluzione culturale non fu un fenomeno di massa, ma uno scontro dì potere ai vertici del regime cinese, allargato per motivi strategici a tutte le fasce della società. 

«La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra.»

Ad oggi la Cina è una delle super potenze economiche, un paese che ha avuto una crescita esponenziale di mercato negli ultimi anni. La situazione non è sempre stata così prospera, uno dei momenti più bui della storia cinese è stato proprio il tentativo della rivoluzione culturale del 1966 voluta da Mao Zedong.

Mao Zedong

il dittatore Mao Zedong

La Cina diventa una repubblica nel 1912, ma gli anni successivi furono segnati da forti disordini interni. Nel 1949 Mao entra a Pechino e proclama la Repubblica Popolare Cinese. Sotto la sua guida il Partito Comunista sale al potere. Mao viene comunemente chiamato Presidente Mao. All’apice del suo culto della personalità Mao era comunemente noto in Cina come il “quattro volte grande”: “Grande Maestro”.

A Mao vengono attribuiti la creazione di una Cina unificata e libera dalla dominazione straniera, l’intervento cinese in Corea, l’invasione del Tibet, l’uso della repressione e dei lavori forzati. Politiche come la riforma agraria cinese e le conseguenti uccisioni di massa di proprietari terrieri, il “grande balzo in avanti”, la conseguente grande carestia cinese e la rivoluzione culturale.

Il grande balzo in avanti

Una premessa alla rivoluzione culturale fu il tentativo di un “grande balzo in avanti”. L’espressione coniata da Mao nel 1958 fissava l’ambizioso progetto del raddoppio annuale della produzione agricola e industriale. Il programma includeva dei cambiamenti sociali di portata non indifferente: le cooperative rurali furono sostituite dalle comuni di popolo, amministrate da un organo elettivo e autonomo che regolava l’azione delle brigate di produzione e delle squadre di base. Le comuni avevano una caratteristica unica nel genere: i contadini erano di uno stesso villaggio e venivano retribuiti in base agli obiettivi raggiunti dalla squadra.

Il modello pianificato si rivelò però fallimentare, anche a causa dei cattivi raccolti nelle annate tra il 1958 e il 1960. La produzione crollò e la prima conseguenza fu un’accentuata mortalità per denutrizione. Si calcola che morirono circa 20 milioni di persone per malattie correlate alla scarsissima alimentazione. 

Il potere del partito comunista

Il Partito comunista aveva rafforzato il proprio potere attraverso le comuni, ma aveva sostenuto un livellamento verso il basso della qualità di produzione, provocando un immobilismo sociale tale da aver ridotto l’economia ad un sistema dominato dagli scambi di sussistenza

Mao, nonostante non fosse il segretario del partito Comunista, rimaneva agli occhi di tutti il numero uno del partito. Ciò grazie al suo primato incontrastato fino allora, e al fenomeno della “deificazione del capo” cui il comunismo cinese, allo stesso modo di quello russo, non ha potuto sottrarsi.

Dopo il fallimento del Grande balzo in avanti, si respira nell’aria la sensazione di grandi eventi imminenti.  Nasce da molti fattori diversi: le privazioni causate dalle carestie, il tabù imposto su ogni dibattito politico, il divieto di qualunque forma di associazione al di fuori del partito unico, la consapevolezza di una rivoluzione mai compiuta. Tutto questo ha avuto un solo effetto: far lievitare la tensione. Tensione che esploderà nell’estate 1966.

Il libretto rosso di Mao

Una delle colonne portanti di questa rivoluzione fu la pubblicazione del “libretto rosso” nel 1963. Pochi libri hanno segnato la storia in questo modo. Questo ha anche tentato di cambiare il mondo. Si dice sia il secondo best seller della storia del mondo e a tutti è famoso per il suo colore: il rosso. L’obiettivo era ideologizzare l’esercito cinese e trasformarlo nel guardiano dell’ortodossia comunista.  È così che inizia la fedeltà al capo supremo, ricordato come il culto della personalità di Mao. Ha avuto una potenza di indottrinamento delle masse incredibile.

Il “libretto rosso” era esplicitamente indirizzato ai giovani e una delle massime era: Il mondo è vostro quanto nostro, ma, in fin dei conti, è a voi che appartiene. Voi giovani siete dinamici, in piena espansione, come il sole alle otto o alle nove del mattino. In voi risiede la speranza. Il mondo appartiene a voi. A voi appartiene l’avvenire.”

Durante la Rivoluzione culturale il libro godette di un’enorme popolarità, venne tradotto in numerosissime lingue e inviato gratuitamente all’estero a chiunque ne facesse richiesta. Studiare il pensiero del presidente Mao divenne un obbligo civico in Cina. Sempre durante la Rivoluzione, lo studio del Libretto rosso divenne materia scolastica in tutti i gradi d’istruzione così come in tutti i luoghi di lavoro, oltre che nell’esercito, cui era originariamente rivolto.

La rivoluzione culturale

Mao spinse le generazioni più giovani ad una ribellione contro i “vecchi” del Partito, accusati di aver intrapreso la “via capitalistica”. Questa mobilitazione è ricordata come la “rivoluzione culturale”: una rivolta dai caratteri apparentemente spontanei, ma in realtà guidata dalle alte sfere del Partito.   

I giovani erano dei militanti attivi e coraggiosi, diventarono le nuove “guardie rosse”. Queste si recavano nei luoghi di lavoro, impugnando il “libretto”, e attaccando chiunque si opponesse al pensiero di Mao. Molti vennero denunciati e internati nei campi di “rieducazione”.

L’obiettivo dei maoisti era di innescare un cambio della mentalità collettiva come primo passo di un’autentica rivoluzione comunista. Sull’esempio cinese, anche nell’Europa molti movimenti giovanili teorizzavano un cambiamento radicale, mentre nella Repubblica popolare le contestazioni si esaurirono in due o tre anni. Era il tempo necessario a Mao per sbarazzarsi dei nemici più in vista. Nel 1968 la rivoluzione aveva causato un milione di morti. Ci fu un arretramento del movimento, il governo fece allontanare le guardie rosse dai centri urbani nel tentativo di evitare il caos economico. 

Fine della rivoluzione e ripresa economica

Nel 1970 la rivoluzione terminò, e con la morte di Mao, nel 1976, si riuscì ad operare delle reali riforme economiche abbandonando le ideologie marxiste. Durante la rivoluzione era impossibile attuare riforme per la crescita economica, ci fu infatti una stagnazione di molti settori. La produzione agricola nonostante le collettivizzazioni non aveva dato frutti, anzi era peggiorata.

Si decise quindi di sostituire le comuni agricole con il sistema a “responsabilità familiare”, la terra divisa in piccoli lotti è attribuita a famiglie di fittavoli che devono consegnare la quota del piano, ma possono trattenere le eccedenze. Si riapre di nuovo al mercato internazionale. Ci furono riforme successive come istituzione di un sistema finanziario che sostituisce lo stato nell’allocazione delle risorse, la trasformazione delle imprese pubbliche in società di capitale e la chiusura dei settori improduttivi.

La Cina è stata in grado di riprendersi attuando delle politiche semplici grazie al retaggio della pianificazione, all’alto tasso di fertilità e ai valori tradizionali di industriosità, disciplina e frugalità.

L’eredità di Mao

serigrafia di Andy Warhol che ritrae il dittatore cinese.

Gli errori di Mao furono molti, e sono simili a quelli che caratterizzano le economie pianificate. I pianificatori spesso danno più peso agli interessi delle propria organizzazione che al complesso dell’economia nazionale, non hanno una visione di insieme e non hanno dati a sufficienza.

Nonostante questo la figura di Mao non è mai stata rimossa dalla Cina. Molte persone considerano ancora Mao come un eroe nella prima metà della sua vita, ma sostengono che divenne un mostro dopo aver ottenuto il potere. In un’epoca dove la crescita economica ha provocato l’aumento della corruzione in Cina c’è chi guarda a Mao come a un simbolo di incorruttibilità morale e di auto-sacrificio, in contrasto con l’attuale leadership.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata nel 1999 a Siracusa, ad oggi studio Economia presso l'Università di Padova. Mi interesso di tematiche civili e sociali, ma soprattutto negli ultimi anni di ambiente e sostenibilità

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending