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Società

Insegnare durante una pandemia

Cosa significa insegnare durante una pandemia? Cosa vuol dire doversi reinventare la modalità d’insegnamento? Claudia lo sa e lo condivide con noi.

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Questa intervista racconta le difficoltà e le emozioni di trovarsi, all’improvviso, a doversi reinventare e a reinventare l’idea stessa di insegnamento. Sono stati mesi complicati, fuori dagli schemi, siamo stati costretti a rinunciare alle nostre abitudini, alle libertà quotidiane, abbiamo vissuto come sospesi in uno “non scorrere” del tempo. Questo tempo che, ancora oggi, ci insegue.

Il prezzo più caro però, ed ora possiamo dirlo con certezza, lo hanno pagato le giovani generazioni. Le scuole, di ogni ordine e grado, sono state le prime ad essere chiuse in quel fatidico 5 Marzo. E, ad oggi, continuano ad esserlo. Il messaggio arriva forte e chiaro: la formazione non è indispensabile. Non lo è la cultura, non lo sono i libri, ritenuti beni non di prima necessità durante la cosiddetta I fase. Forse è a questo che dovremo abituarci? A non essere considerati priorità?

Ne ho parlato con Claudia, amica e insegnante fantastica della Scuola Primaria, laureata anche in sociologa, specializzata in tutela e protezione dei minori e da sempre attenta alle tematiche del disagio giovanile (e molto altro…)

  • Claudia, da insegnante, come hai vissuto questi mesi di lockdown e come la tua categoria è riuscita ad affrontare l’emergenza?

La necessità che da subito ho avvertito è stata quella di stabilire un “contatto” con i miei alunni. Più che “didattica a distanza” è stata per me come per molti altri docenti una “didattica della vicinanza”. Ho mantenuto sempre “viva” la relazione educativa con i miei alunni durante il lockdown. Perché la scuola è una comunità che vive di contatti quotidiani. Non si può apprendere al meglio senza la relazione e la socialità.

Quello vissuto nel primo lockdown, e che alle medie e superiori stanno ancora vivendo, è stato un periodo eccezionale che ha costretto noi docenti, gli studenti e il personale scolastico ad un rapido riadattamento su un modo di fare “scuola” che sembrava fino a poco tempo fa immutabile. La comunità scolastica ha visto di colpo mancare i luoghi familiari, la routine e le figure di riferimento.

Il nostro delicato compito come insegnanti, durante il primo lockdown, è stato quello di supportare i nostri studenti e le loro famiglie nonostante avessimo anche noi le nostre famiglie da seguire e sostenere. La stragrande maggioranza dei docenti non si è mai fermata. Non poteva fermarsi! I nostri alunni, come dicono alcuni esperti, sono la generazione Covid, che ha perso momenti formativi importanti ma ha sviluppato nuove competenze e una forte capacità di resilienza.

  • Quali sono stati i punti di forza?

Come accennato, la battuta di arresto determinata dal Coronavirus, ha avuto un impatto molto forte anche sulla scuola mettendo a dura prova la “tenuta” di studenti, famiglie e docenti. I punti di forza però ci sono stati: il corpo docente, categoria a cui fieramente appartengo, fortemente svilita negli ultimi anni, ha dimostrato un elevato senso di responsabilità e una volontà encomiabile assicurando, molto spesso con orari di lavoro “folli”, la continuità didattica. E’ stato svolto un lavoro lodevole dai dirigenti scolastici, dal personale amministrativo e scolastico, dai referenti del digitale di ogni scuola che hanno supportato i docenti nella loro attività quotidiana sulle varie piattaforme. Sono nate infine, nuove e significative alleanze tra insegnanti e famiglie.

  • Cosa non ha funzionato?

Sicuramente ha inciso all’inizio una mancanza di linee guida nazionali. A esempio infatti non tutte le istituzioni scolastiche hanno risposto con la stessa tempestività a questa emergenza. Il rammarico più grande è stato, a mio avviso, non aver raggiunto tutti gli alunni con delle fragilità, delle disabilità, con dei disturbi specifici di apprendimento oppure ragazzi che vivono in zone periferiche difficili o che vivono in ambiente poveri di stimoli. I limiti di device e connessioni digitali hanno creato un gap notevole tra inclusi ed esclusi dal processo di digitalizzazione.

Nel primo lockdown, diverse famiglie non avevano a disposizione il computer.

Le famiglie con più figli, inoltre, hanno avuto il problema della insufficiente quantità di dispositivi in loro possesso. In molte famiglie la convivenza forzata ha accentuato situazioni già compromesse prima della pandemia. In altre ci sono stati problemi seri come la perdita del lavoro dei genitori. In queste famiglie la scuola non è potuta certo essere una priorità. Dulcis in fundo, l’anno scolastico 2019-2020 si è concluso senza la possibilità di rientrare in presenza a scuola neanche per i saluti finali. Una difficile accettazione soprattutto per gli alunni coinvolti nel passaggio da un ordine di scuola ad un altro.

  • Quale la tua idea di “scuola del futuro”?

Inclusiva, aperta e in grado di fare “rete” con gli enti locali, con il mondo del privato con quello del volontariato. Le scuole sono inserite in un contesto specifico territoriale dal quale non è possibile prescindere. Oggi ancora più di ieri dobbiamo tener conto di questo aspetto. Ci sono già degli esempi virtuosi in tal senso in diverse zone del Paese ma c’è ancora molto da fare.

Al fine di un reale cambiamento non solo didattico ma culturale dobbiamo mettere di nuovo al centro la scuola e l’università. Solo grazie alla scuola e alla sua preziosa funzione educativa e formativa è possibile far diventare i nostri studenti dei cittadini responsabili del domani. Questa dolorosa scossa tellurica provoca dal Covid-19, che sta attraversando la scuola, deve essere l’occasione per farci riflettere su temi non più rimandabili.

Bisogna strutturare e implementare al meglio tutta la parte relativa al mondo digitale fin dalla scuola dell’infanzia (l’accesso libero e gratuito alla rete, alle piattaforme digitali, alle risorse didattiche on line, garantire la dotazione tecnologica in aree periferiche, estendere la banda larga in tutto il Paese…), puntare sull’ innovazione didattica e su nuove forme di apprendimento, sul rafforzamento delle competenze digitali e trasversali dei docenti, sull’ampliamento del tempo pieno a scuola, sulla valorizzazione degli insegnanti puntando anche al merito. Dobbiamo mettere in sicurezza le scuole e ottimizzare l’utilizzo degli spazi scolastici sia quelli dentro che fuori. La scuola, nel futuro imminente, ha il compito di contrastare la dispersione scolastica e l’abbandono.

  • E il “rientro” a Settembre?

Il rientro a settembre ha visto come protagonisti i gel igienizzanti, le mascherine , i famosi banchi a rotelle, il distanziamento in classe e all’ingresso degli edifici. Il tutto in uno sforzo corale fatto da chi la scuola la vive tutti i giorni per cercare di convivere al meglio con questa nuova normalità. Molte promesse non mantenute fatte durante l’estate sono state alla base in autunno della seconda chiusura delle scuole (in presenza intendo perché la scuola non si è mai fermata). Questo non vale per la scuola primaria che non ha mai chiuso in questo secondo lockdown.

Elenco brevemente i motivi di questo secondo stop: mancanza e disorganizzazione dei mezzi di trasporto pubblico, non adeguatezza di aule in diversi edifici scolastici italiani, mancanza di test rapidi, carenza di organico docente. Infatti ad oggi ci sono ancora cattedre scoperte. La mia domanda molto sintetica è: Perché?

Avevamo tutto il tempo se solo si fosse iniziato ad aprile scorso a lavorare sulla riapertura. Potevano, per accelerare, ad esempio, dare poteri speciali ai sindaci per riorganizzare le scuole durante il primo lockdown.

  • Come vi aspettate, invece, il fatidico rientro a gennaio?

In Europa, Paesi come la Francia, la Germania e UK hanno sempre messo al primo posto la scuola, tutelandola. Noi ci auguriamo che la scuola il 7 gennaio 2021 riapra e che non richiuda più. Ma il ritorno a scuola deve comportare delle certezze. Quelle che sono mancate a settembre. Buona la notizia, anche se a mio avviso tardiva, della riorganizzazione del trasporto scolastico pubblico da parte dei tavoli coordinati dai prefetti di ogni singolo territorio in vista di una riapertura, spero, al 100%.

Grazie anche al coinvolgimento di sindaci, delle aziende di trasporto pubblico locale, degli assessori regionali competenti, dei dirigenti scolastici e degli uffici scolastici regionali. Ma dobbiamo rientrare avendo garantiti anche i test rapidi per tutti gli alunni e il personale scolastico. Per individuare e circoscrivere eventuali focolai. In Emilia Romagna, dove insegno, sul discorso “tamponi rapidi e gratuiti” si sono attivate campagne di screening importanti.

Non riaprire le scuole significa condannare il nostro Paese al fallimento formativo e al fallimento del “Sistema Paese”. Lavoriamo tutti in sinergia affinché questo non accada. Facciamolo per i nostri ragazzi. Dobbiamo però fare presto e bene.

Ed è con questo appello finale che concludiamo, per ora, un racconto di passione, dedizione e speranza. Grazie Claudia e grazie a chi, come te, ogni giorno spera per un futuro migliore.

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Nata a Roma il 21/04/1992, attualmente vivo ad Anguillara Sabazia. Laureanda in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Attivista politica fin da giovanissima, a soli 14 anni, ad oggi dirigente. Appassionata di Diritti Umani, delle politiche femminili e delle tematiche sociali. Viaggiatrice, amante dell'Europa dell'Est, e già redattrice per alcune testate del territorio.

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