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Cronaca

Patrick Zaki è esausto!

Qualche giorno fa vi abbiamo riportato gli sviluppi del caso Regeni ma, come il giovane ricercatore friulano, anche altri ragazzi stanno subendo penose torture e ingiuste detenzioni e, uno fra questi, è Patrick Zaki. L’unica, ma sostanziale, differenza tra i due tragici casi è che quest’ultimo ragazzo può ancora essere salvato.

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La scorsa settimana vi abbiamo riportato gli ultimi sviluppi sul caso Regeni sottolineando, punto per punto, le varie tragiche vicende che hanno condotto il giovane ricercatore friulano all’inferno che lo ha travolto e ucciso. Ma, come Giulio, tantissimi altri ragazzi stanno soffrendo solamente perché condividono la stessa “colpa”: essere famelici di una conoscenza che nutre la speranza di vivere in un mondo privo di confini. Uno di questi giovani sfortunati è Patrick Zaki.

Chi è Patrick Zaki?

Patrick Zaky è uno studente egiziano di ventinove anni che, nell’agosto del 2019, frequenta a Bologna il master “Gemma” finanziato dal programma Erasmus Mundus riguardante lo studio di genere e delle donne, coordinato dall’Università di Granada. Il giovane appartiene alla comunità cristiana copta.

L’attivista egiziano, nel 2017, partecipa anche all’associazione per la difesa dei diritti umani Egyptian Initiative For Human Rights, al Cairo. Quest’ultima è tra le più grandi organizzazioni egiziane per i diritti. Il giovane decise di lasciare Bologna per trascorrere un breve periodo di vacanza a Mansoura, nella sua città natale, che si trova a circa 120 chilometri a nord del Cairo. Ma, come Giulio anche Patrick, per almeno 24 ore ,verrà inghiottito nell’oscurità del terrore. Infatti, appena atterrato nell’aeroporto della capitale egiziana, il ragazzo viene prelevato e portato alla procura di Mansoura con l’accusa di essere artefice di diversi reati.

Ma di cosa è accusato?

La NSA ha arrestato il giovane studente a causa di svariate accuse come diffusione di notizie false, istigazione alla violenza, crimini terroristici e incitamento alla protesta presumibilmente presenti in alcuni post pubblicati dal ragazzo sul canale social Facebook. Insomma l’oggetto del suo interrogatorio, durato ben 17 ore, è stato il suo lavoro nell’ambito dei diritti umani.

Dopo averlo bendato e ammanettato gli agenti l’hanno dunque interrogato, probabilmente utilizzando vari strumenti di tortura come scosse elettriche e pestaggio. Patrick si è subito dichiarato innocente avanzando la proposta al giudice di verificare l’autenticità dei post su Facebook, sulla base dei quali è accusato di propaganda sovversiva.

Ma il tutto si è concluso con un nulla di fatto e il ragazzo ora è detenuto nel carcere di Tora, vicino alla sua città d’origine, dove gli è stata comunque data la possibilità di vedere la sua famiglia in attesa di tornare in tribunale. Il rapporto di Human Rights Watch pubblica le dichiarazioni di alcuni detenuti che si trovano in questo carcere che, tra l’altro, è diviso in quattro blocchi con un’ala di massima sicurezza chiamata “Lo Scorpione”:

“Siamo in una tomba. Siamo vivi, ma in una tomba”

Insomma, all’interno di questa terribile struttura vengono violati svariati diritti umani attraverso l’utilizzo di strumenti di tortura e l’inesistenza di servizi medici. A pagare le spese di queste ripetute violazioni dei diritti umani sono spesso giornalisti, attivisti o anche semplici cittadini che non soffrono solo violenze fisiche ma anche psicologiche dal momento che subiscono arresti e detenzioni arbitrarie ingiustificate che durano mesi, talvolta anni, senza che si giunga mai ad un processo.

Lo sfogo di Zaki

La famiglia del giovane attivista è seriamente preoccupata per la salute di Patrick che non esce neanche più dalla cella a causa della stanchezza fisica e mentale che lo deprime sempre più specialmente ogni volta che arriva una sessione d’appello nell’università in cui studiava a Bologna.

“Non ce la faccio più”

Le parole del ragazzo penetrano come lame affilate nel cuore di una famiglia che chiede disperatamente il rilascio di una persona innocente. A questo punto ritorniamo alle domande principale che legano a doppio filo le due vicende che in queste settimane vi abbiamo riportato: quali decisioni dovrà prendere il nostro governo e per quali ragioni? L’Unione Europea interverrà a tutela di un suo concittadino o, quanto meno, a protezione dei diritti umani tanto conclamati ma nel concreto mortificati?

L’unica, ma sostanziale, differenza che possiamo rintracciare tra questo caso e quello di Regeni è che Patrick è ancora vivo. Soffre ma è vivo. Per questo possiamo ancora intervenire per salvare un ragazzo innocente e, insieme a lui, la dignità umana. Altrimenti, se rimaniamo impantanati nell’indifferenza umana e istituzionale, ci ritroveremo un’altra volta a chiedere giustizia per l’assassinio di un povero ragazzo martoriato per aver sperato in un mondo libero da confini fisici e mentali.

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Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

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