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Il 2020 ha divorato tutto, anche lo sport

Da Kobe Bryant a Paolo Rossi passando per l’amaro spettacolo degli stadi vuoti. Questo 2020, come un uragano, ha travolto tutto, senza eccezioni.

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Questo terribile anno bisestile è iniziato con Bugo e Morgan che scambiavano l’Ariston per il palco di Zelig e si è concluso, salvo ulteriori infauste sorprese, con il terremoto di Verona avvertito in diverse zone del Nord. Il tutto condito con una pandemia che ha stravolto le vite di tutti, neonati e anziani, australiani e argentini.

Questo è stato un anno in cui le urla di gioia davanti a un gol di Ronaldo o Lukaku si sono trasformate in grida di dolore davanti alle immagini dei camion militari a Bergamo. È stato l’anno del #milanononsiferma che poi però si è fermata eccome.

È stato l’anno della barbara uccisione di George Floyd, del black lives matter che ha invaso il mondo al pari della pandemia. È stato l’anno dei balconi, degli applausi delle 18, della fase 1,2,3, mille, del “scusi lei spaccia?”. Il 26 gennaio 2020, agli albori di tutto, è morto Kobe Bryant. 

Forse non potevamo prevedere tutto, ma che sarebbe stato un annus horribilis, quello sì. Nella speranza di un 2021 mirabilis, ecco cosa è accaduto nel mondo dello sport, che è stato colpito in pieno dall’uragano duemilaventi. 

26 gennaio, Kobe Bryant

Il 26 gennaio alle 9 di mattina a Los Angeles c’è una nebbia fitta. Kobe Bryant, la figlia Gianna e altre sette persone partono comunque con l’elicottero privato della star diretti ad un torneo della figlia, promessa assoluta del basket. Il velivolo non arriverà mai a destinazione, ma verrà trovato in fiamme tra le colline di Los Angeles. I vigili del fuoco confermano immediatamente ciò che nemmeno nel peggior incubo sarebbe accaduto: nessun sopravvissuto. 

Il mondo viene travolto da un senso di vuoto difficile da descrivere, Black Mamba rappresentava molto più di un semplice giocatore, rappresentava un’ideologia, una speranza per tanti piccoli sognatori che ad ogni suo canestro sognavano insieme a lui.

Qualche settimana dopo l’incidente, in una lunga e straziante commemorazione pubblica, diversi campioni hanno pianto l’amico, compagno o rivale con parole intrise di tristezza e dolore, e tutto il mondo ha pianto con loro.

8 marzo, Juventus-Inter prima della sospensione 

Domenica 8 marzo in Italia si registravano 7375 casi di positività al Covid e 366 morti, Conte nella notte firmava il Dpcm che avrebbe reso buona parte dell’Italia zona rossa, un preludio del lockdown più serrato. Il big match Juve-Inter si gioca così nell’atmosfera più surreale che si possa creare. La rivalità sportiva lascia il posto a quella sensazione di paura e incertezza che con i mesi abbiamo imparato a conoscere e farcela amica.

90 minuti di assoluto silenzio, di numerosi “immergiamoci”, di emozioni nel sentire le voci di mister e giocatori accompagnate da attimi di tristezza nel non sentire esultare a nessun gol o protestare a ogni fischio.  La Serie A viene interrotta dopo quella partita per una interminabile ma sacrosanta pausa durata fino al 22 giugno, giorno in cui tutto ricomincia negli stadi vuoti, poi con massimo 1000 persone, poi con il 10%, poi di nuovo vuoti, poi chissà. 

25 maggio, la morte di Floyd e le conseguenze nella bolla NBA

(Photo by Mike Ehrmann/Getty Images)

Per poter proseguire in sicurezza, i playoff dell’NBA sono stati giocati in una “bolla” artificiale dentro il Disney World di Orlando. Diverse squadre, giocatori e staff sono rimasti per quasi tre mesi all’interno di questo ecosistema lontano da tutto ma non per questo distaccato da ciò che stava accadendo fuori, nel mondo reale. 

La morte di George Floyd ha generato un’ondata di proteste negli USA che in pochissimo tempo si sono diffuse coinvolgendo sempre più persone, città, continenti. 

In NBA l’81.1% dei giocatori è nero e la stragrande maggioranza di essi hanno vissuto in prima persona le discriminazioni per cui le persone protestavano in strada. I giocatori sono scesi in campo partita dopo partita con un unico obiettivo comune: portare il movimento black lives matter al centro dell’opinione pubblica dando valore alle manifestazioni globali. Lo hanno fatto indossando una maglia nera con l’acronimo BLM, inginocchiandosi con il pugno chiuso in aria e rifiutandosi di scendere in campo dopo la morte di Jacob Blake, ucciso brutalmente anch’egli dalla polizia.

25 novembre, il mondo ha perso il D10S

Pochi giorni dopo aver compiuto 60 anni, Diego Armando Maradona lascia un mondo che ha incantato a causa di un edema polmonare provocato da un’insufficienza cardiaca. Il mondo ha perso un grande calciatore, sì, ma Maradona è stato molto, troppo di più. 

Maradona è stato simbolo politico, sociale, culturale. Si è caricato sulle spalle non singole squadre ma interi popoli, regalandogli vittorie ed emozioni che chi ha vissuto fatica a descrivere. 

Maradona è stata la figura più vicina a una divinità che l’Argentina, popolo cresciuto a Dio e calcio, abbia mai avuto. 

Maradona è stato il re indiscusso degli eccessi: maestro incantatore con il pallone tra i piedi tanto debole d’animo da distruggersi piano piano cadendo in ogni vizio che la terra gli abbia concesso, come il più umano tra gli umani.  Maradona per questo è la leggenda che più il popolo ha sentito vicina, per il suo essere come noi, ma al tempo stesso inarrivabile. 

9 dicembre, muore Paolo Rossi, l’eroe del popolo

Ci sono emozioni che vanno vissute, non raccontate, e proprio per questo chi nella torrida estate dell’82 ha potuto ammirare direttamente le gesta eroiche del giocatore toscano deve ritenersi parecchio fortunato. 

Paolo Rossi, dopo un inizio non brillante di Mondiale, mostra al mondo il suo talento segnando una tripletta indimenticabile nel 3-2 che “ha fatto piangere il Brasile” in quella che è passata alla storia come la tragedia del Sarrià. Da quel momento segna due gol in semifinale con la Polonia e apre le danze del 3-1 che in finale regala al popolo azzurro la vittoria più bella, Campioni del mondo. 

Paolo Rossi è riuscito come pochi a unire il popolo italiano in diversi momenti, nell’82 regalando un sogno tutto azzurro e dopo la sua morte, nel pieno di una pandemia che ha diviso e spezzato l’Italia. Tutto il popolo che ne aveva osannato le gesta sportive lo ha pianto durante i suoi funerali, osservando i campioni dell’82 portare in spalla la sua bara. 

Il 2020 è stato un anno che ci ha tolto tanto: tanti abbracci, tanti sogni, tante speranze e purtroppo tante, troppe vite. Abbiamo capito come forse mai prima d’ora quanto la vita possa essere dannatamente breve e ingiusta. Noi amanti di sport, però, abbiamo capito anche quanto in realtà una leggenda non muoia mai, alimentandosi in eterno con ogni sciarpa, maglia o semplice ricordo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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