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L’ego e il nostro sé interiore

Per elevarsi è opportuno avere una certa consapevolezza e allineare il proprio ego vicino al sé interiore in quanto parti congenite divise.

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Un pesce che nasce e cresce nell’acqua non ha la consapevolezza di sé stesso e nemmeno dell’acqua che lo circonda perché non ha conosciuto nulla che sia al di fuori dell’acqua e non può dire: “Ok io sono nell’acqua”. Infatti non ha conosciuto, per esempio, l’aria fino a quando una mano non lo estrae dall’acqua e, attraverso il dolore inizia a non respirare. Conoscendo la mancanza e l’assenza dell’acqua conosce se stesso e prende consapevolezza dei suoi limiti“.

Ma come facciamo a sapere che noi viviamo nella luce se non conosciamo l’ombra?

E’ solo nella solitudine e nell’ombra che brilliamo e da li scopriamo che possiamo illuminare anche quei posti dove non c’è luce. La consapevolezza di essere vita la si sperimenta nel dolore. Da quando siamo generati noi facciamo un percorso di involuzione e iniziamo a perdere la connessione con la nostra consapevolezza. Dopo subentra la mente e di conseguenza ci autoconvinciamo di una determinata identificazione sociale. Ma perché il pesce sta male quando esce dall’acqua? Beh perché inizia a percepire la morte e lì conosce sé stesso. Vivere di abitudine ci ha segnato molto ma, è necessario cambiare direzione, per avere la consapevolezza dei propri limiti.

Per crescere è necessario soffrire, non esiste rinascita senza distruzione. Spesso succede di sentire la presenza dell’insazietà, molte volte riempita da fattori esterni come: le relazioni, l’alcool, le sigarette ecc.. Queste cose esterne però non appagano completamente la curiosità del nostro sé lungo la strada della conoscenza di noi stessi. Questa parte “che non si sazia mai” è sempre infatti manipolata dall’ego.

Conoscere l’assenza dell’acqua porta poi, dentro di noi, una consapevolezza diversa. Allo stesso modo, progredendo, si cade nel giardino dell’Eden e mangiando il famoso frutto si riscontra la dualità del nostro corpo. Nasce così il bene e il male, la luce e il buio e così ci siamo separati anche noi col sé e l’io, avendo perso l’unità con il primo e identificandoci con questo ego. Analogicamente le nostre memorie cellulari ci riportano alla separazione con la nostra madre, e come i bambini, dobbiamo sperimentare l’io per tornare alla meta iniziale ( cioè alla purezza) in modo consapevole.

L’identificazione con il nostro corpo

Oggi siamo totalmente identificati col nostro corpo fisico, un involucro che ci permette di fare un’esperienza cosciente nella materia. Attraverso l’esperienza riusciremo a trovare questo nostro sé. Però, se ci facciamo caso, molti si sono dimenticati della loro anima e, identificandosi con questo corpo fisico, hanno perso ogni connessione con essa.

In realtà il nostro corpo è solo un mezzo per ritrovarsi.

Trovare la propria luce non vuol dire eliminare l’ego ma, integrarlo in quanto parte di noi. L’ombra è essenziale in quanto è il nostro braccio destro. La vita è fatta di opposti e il nostro scopo non sta nell’eliminare tutto ciò che è nero, ombra ma sta nell’integrazione: siamo qui per riunire il tutto. Crescere vuol dire impossessarsi di questo ego ed elevarlo al livello del sé, educare il nostro ego per far si che si allinei alle vibrazioni dell’anima. Non è altro che un rapporto tra amore e disciplina dell’integrazione.

Cos’è l’individuazione?

Anche Jung parlò dell’individuazione, ovvero quel processo di armonizzazione fra questi due poli. Insomma una via per essere se stessi riconoscendo e adattando l’inconscio collettivo in modo da sperimentare la nostra essenza ma, senza debellare le sincronicità. Simbolicamente è come il processo della fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Ramana Maharshi disse: “Illuminarsi allora cosa significa? Diventare coscienti di ciò che in realtà già siamo.”

La famosa citazione di Nietzsche è: “Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te.” C’è una linea sottile tra trovare se stessi e cadere nelle trappole egoiche, in quanto abbiamo sempre vissuto con esse. E’ facile confondersi, soprattutto quando si è immersi nel dolore e la mente ci indirizza verso la parte più comoda e abitudinale.

Quando non siamo più allineati con noi stessi il corpo si ammala e proprio per questo la malattia diventa un campanello di allarme. Essa ci manda un messaggio: “Stai attento perché stai soffrendo per quella determinata cosa“. La paura della sofferenza è legata all’ego che cerca di scappare da ciò, accumulando dei pesi che spesso si riversano sul corpo. Tuffandoci dentro abbattiamo ogni blocco legato all’ego.

Ma non è da dimenticare che anche nella parte più buia di noi stessi c’è una scintilla che chiede di essere vista: l’ombra non va combattuta ma, sta a noi tuffarci nei suoi abissi per conoscere la nostra parte più autentica e primordiale che è il sé, dal quale nasce un processo alchemico.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono una ventenne autrice di emozioni. Mi sono fatta trasportare dalla passione per la scrittura, che di conseguenza mi ha portata a frequentare la facoltà di lettere. Per continuare in un futuro a coltivare scrivendo, la mia voglia di abbattere le mura di protezione che le persone si creano per la paura di conoscere.

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