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Cronaca

Si può morire di social?

Antonella Sicomero, 10 anni, è rimasta vittima di una delle tante folli challenge che girano sui social e che coinvolgono ragazze e ragazzi giovanissimi, sempre più precoci nell’avere dimestichezza con i cellulari e il mondo del web. Sarebbe il momento di affrontare seriamente le problematiche connesse ai social, piuttosto che sprecarci in colpevolizzazioni inutili.

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Lo dico in apertura, così da fugare ogni dubbio: è impossibile fermare internet; è impossibile controllare 24 ore su 24 cosa fanno i propri figli; è impossibile anche solo ipotizzare un patentino per navigare sul web. Chi afferma il contrario, semplicemente non sa che riposta dare concretamente ad un problema venutosi a creare con l’avvento nel nuovo millennio e a cui i genitori (e non solo loro) non erano preparati. 

La tragedia che ha coinvolto la famiglia di Antonella è solo l’ultima, purtroppo, di tante che avvengono sempre più spesso e che riguardano oramai bambini e non più adolescenti. Proprio mentre scrivo è arrivata notizia di un bambino di 9 anni morto impiccato a Bari e si sta indagando per scoprire se anche in questo caso c’è dietro qualche sfida social. La sorella più piccola che trova il corpo esanime in bagno, il 118 che non risponde, la folle corsa in ospedale per provare a salvare il bene più grande del mondo e infine la sconfitta: la morte di una bambina di 10 anni con tutta una vita davanti. Non dirò “immagino cosa stiano provando ora i genitori di Antonella”, perché credo sia riduttivo riassumere il tutto con “dolore, orrore, sensi di colpa”.

E credo sia anche giusto rispettare il lutto, evitando speculazioni come la ricerca spasmodica di ogni dettaglio sensazionalistico. Il dolore non va spettacolarizzato, va (andrebbe) usato come monito per evitare che questi drammi non accadano più, o quantomeno per ridurli sensibilmente. I coniugi Sicomero hanno voluto che la loro Antonella regalasse vita e gioia agli altri: grazie a lei, quattro bambini potranno vivere  con il trapianto eseguito con i suoi organi. 

E’ facile puntare il dito contro qualcuno

Nel frattempo abbiamo assistito sui social e in tv a dibattiti accesissimi sul tema da parte di sedicenti tuttologi da salotto, preoccupati più di dare una buona impressione di sé che di dare un contributo fattivo. Questo è lo specchio della società che viviamo, intrisa di vanitosità e votata all’apparenza come forse mai nella storia. Il contenitore è più importante del prodotto. E allora giù di articoli, dirette giornalistiche no stop e pomeriggi di urla strampalate. 

Puntare il dito contro i genitori è facile: disattenzione, trascuratezza, scarsa inclinazione all’educazione e via discorrendo. E magari in alcuni casi sarà pure così. Ma il problema è più ampio: i social network oggi incidono e decidono sulle nostre vite. Senza punto interrogativo. Ne volete una riprova? Si sta dibattendo a lungo della sospensione di Trump da Twitter o del ban giornaliero di Facebook verso questa o quella pagina.

Nella nostra mente assistiamo ad un passaggio inconscio in cui ormai i social sono parte della nostra vita ed esserne bannati equivale ad un bavaglio sociale o all’isolamento sul Tibet.

E se questo passaggio inconscio avviene in persone di 50-60 anni o tra persone della mia età (prossimo anno entro negli –enta), immaginatevi cosa può recepire un bambino di 10 anni. Siamo bombardati dalla mattina alla sera di cinguettii, like, visualizzazioni. Inoltre vorrei lanciare una domanda provocatoria a chi dice di voler oscurare tutto:

Nel 2021 davvero pensiamo ancora di poter spezzare le interconnessioni e/o lo sviluppo tecnologico?

Ogni generazione ha avuto le sue conquiste tecnologiche precoci, che quella precedente si sarebbe sognata. Il mio primo cellulare è stato un grande classico: il Nokia 3310. In seconda media. E senza nemmeno lentamente immaginare l’accesso al web e cose del genere, era usato principalmente come gps da parte di mia madre. Il primo smartphone l’ho avuto a 18 anni. Più o meno nello stesso periodo iniziavo a usare Facebook, quando ancora si usava scrivere di sé in terza persona alla Giulio Cesare.

Ecco, questo rende bene l’idea: in 10 anni è sensibilmente aumentata la dimestichezza dei più giovani con la tecnologia.

La cosiddetta Generazione Z se oggi vedesse cosa era MSN Messenger si metterebbe a ridere. Un tempo ci mandavano trilli, oggi vai live e con 10 secondi di balletto sei una star.

Tempi che cambiano. Sempre più in fretta, condotte per mano dallo sviluppo ingegneristico dei software. E l’avvento del coronavirus non ha fatto altro che dare un boost a tutto questo, basti pensare alla DAD. Quante ore passano oggi dei ragazzi di scuola media dietro ai device? 12-14 ore minimo

E anche qui, è facile puntare il dito contro i social network. Non tenendo conto di tanto altro per cui viene usato internet. Ad esempio i tutorial. Youtube oggi è in testa nella classifica dei siti su cui si passa più tempo su internet ed è sostanzialmente diventato la nuova tv per gli adolescenti, che sempre più spesso preferiscono i contenuti on demand del web a quelli offerti dalla televisione “classica” (su questo punto mi permetto una opinione netta: vedendo cosa c’è oggi nei palinsesti, non mi sento di biasimarli anzi). 

Le Giuste cause su Tik Tok

A supporter of President Donald Trump waits for him to arrive for a campaign rally at the BOK Center, Saturday, June 20, 2020, in Tulsa, Okla. (AP Photo/Evan Vucci)

Ma lo stesso Tik Tok vive una sorta di sdoppiamento. Non è solo intrattenimento, ma anche strumento utile per cause sociali. A giugno è stato utilizzato per boicottare il comizio di Trump a Tulsa: migliaia di adolescenti grazie al passaparola su Tik Tok, hanno prenotato migliaia di posti (i dati forniti da chi curava la campagna elettorale di Donald parlava di un milione di prenotazioni) per poi lasciarle inesorabilmente vuote e far tramutare il bagno di folla in un colossale flop.

Se andiamo ancora più indietro nel tempo, a novembre 2019 (sembra un secolo fa) la 17enne Feroza Aziz sfrutta la popolarità dei video tutorial dei make up per denunciare i campi di concentramento per musulmani in Cina .

Mentre sono di pochi giorni fa le proteste in Russia per la scarcerazione di Navalny, ormai vero e proprio simbolo dell’opposizione al simil-regime di Vladimir Putin. In questo caso il tamtam su Tik Tok è servito per organizzare in poco tempo manifestazione in contemporanea in decine di città russe. In assenza di uno spazio nei media televisivi e giornalistici dove poter esprimere liberamente il proprio dissenso o anche solo semplicemente per ascoltare una voce che non sia quella governativa, ai giovani (e non solo a loro) non è rimasto che il canale web per informarsi e informare. E questa cosa non deve essere piaciuta particolarmente a Putin, almeno a giudicare dallo dispiegamento di forze di polizia e dai seguenti quasi 4000 arresti. Mala tempora currunt.

Più rischi, più avrai Popolarità

Non ha caso ho parlato di uno sdoppiamento di Tik Tok, quasi una bipolarità. Si perché quando si fa una analisi dei contenuti presenti non solo su Tik Tok, ma su ogni social, e dei comportamenti sociali che ne conseguono, l’attenzione si sposta sugli effetti negativi che hanno sulle nuove generazioni. Il fatto che Tik Tok abbia una platea di 11-12enni rende senza dubbio la piattaforma meritevole di attenzioni ulteriori.

In questo dark side piuttosto ampio, occorre fare ordine primariamente. E comincio rispondendo alla domanda che pongo come titolo di questo pezzo: sì, di social si può morire. Eccessiva voglia di apparire? Può darsi. A ottobre scorso una ragazza è morta girando il video di un suo finto rapimento: gli amici non si erano accorti che le armi utilizzate fossero cariche e in un attimo la goliardia ha lasciato spazio alla tragedia.

Cito un rapporto dell’Eurispes: tra il 2013 e il 2019 sono morte 259 persone mentre cercavano di scattarsi un selfie in situazioni pericolose e di queste 259, il 70% aveva meno di 30 anni ),e tutto per seguire una tendenza social e cercare di scalare le vette dei like. Queste tendenze sono evidentemente correlate al grado di pericolosità: più rischi, più meriti la popolarità. E in questo contesto ha iniziato a spopolare la Blackout Challenge.

Cos’è la Blackout Challenge?

La challenge consiste essenzialmente in una prova di durata con una cintura/corda stretta al proprio collo. La cosa che salta all’occhio immediatamente è proprio la caratteristica della semplicità e allo stesso tempo della letalità della sfida. Qui non ci sono mesi di tagli sulle braccia, video disturbanti, camminate sui cornicioni. Nel giro di pochi secondi avviene il tutto, magari mentre il proprio genitore è sceso a prendere la posta o mentre è in bagno. E per quanto sia spaventoso, al tempo stesso ci dimostra come sia impossibile controllare compulsivamente la vita di un’altra persona, anche se si tratta di un bambino o una bambina.

Secondo i dati raccolti da Skuola.net, 1 ragazzo su 6 conosce questa challenge e tra questi almeno 1 su 5 ci ha provato a farla almeno una volta. Numeri sicuramente importanti che parlano di un fenomeno in ascesa, nonostante ormai se ne parli apertamente e se ne conoscano le vittime. Evidentemente non è abbastanza. E il rischio di sottostimare il fenomeno, come accaduto con la Blue Whale, è alto. 

Ci sono due scuole di pensiero a riguardo: parlarne per mostrare le conseguenze, evidenziare il problema e intervenire; non parlarne troppo, perché i ragazzi che ne sono ignari potrebbero incuriosirsi e a loro volta diventare possibili vittime. Personalmente credo che sia inutile non parlarne, anche perché le notizie sui social corrono, anche tra i più piccoli.

Non si può fermare una cascata con le mani. Invece sarebbe più utile abbattere una volta per tutte il muro dell’omertà e parlarne apertamente. Aumenterebbe la consapevolezza nei ragazzi (e nei genitori)e le denunce. Fa sempre bene ricordare che chi si nasconde dietro la Blackout Challenge o la Blue Whale o Jonathan Galindo o qualunque altra cosa pericolosa e insensata che monta sui social, cavalca il silenzio, le fragilità e la paura per poter portare a termine i suoi progetti malati. 

Ogni anno ci sono decine di ragazzi che si suicidano perché vittime di cyber bullismo. E già questo basterebbe per comprendere la pericolosità di una rete sempre più senza filtri. 

La Pandemia non ha aiutato

E la pandemia non ha aiutato, anzi ha acuito le problematiche inerenti le fragilità psicologiche: chi era in difficoltà, ora lo è di più, e chi prima tutto sommato viveva tranquillamente, ora qualche problema in più ce l’ha.  Non è un caso se nel 2020 sono aumentati autolesionismi e suicidi tra i più giovani .

L’ansia e la solitudine giocano un ruolo chiave in questa follia. E il consiglio che vi darà ogni psicologo o psichiatra, e quindi non il sottoscritto, è di parlarne il più possibile. Viviamo nel paradosso: in un’era in cui siamo interconnessi come mai prima d’ora, la comunicazione vera va disintegrandosi sempre di più. Si sente, ma non si ascolta. Si vede, ma non si osserva. Non si può pensare di privare gli adolescenti dell’unico strumento rimasto per comunicare col mondo, ma si può pensare di inserire nuove reti di salvataggio.

E allora, che fare?

Una proposta utile potrebbe riguardare direttamente i produttori di device elettronici: creare una linea per bambini di smartphone. Del resto ne esistono per anziani da oltre un decennio. E non togliere loro i social, piuttosto installarne una versione più “edulcorata” adatta alla loro età, senza alcune funzioni. Dall’altra parte società come Facebook o Tik Tok o Twitter dovrebbero migliorare il loro sistema  di tracciamento (lo so che è una brutta parola, ma la realtà dei fatti è questa) per individuare tempestivamente sia chi accede a contenuti inappropriati per la propria età, sia soprattutto per individuare chi quei contenuti li pubblica. Ci sono tutti gli strumenti per fornire un valido aiuto alle autorità nelle loro indagini, lo si usi. 

E contemporaneamente, servirebbe potenziare la rete dei servizi sociali e degli sportelli di ascolto, dei numeri dedicati e tutto ciò che potrebbe tornare utile per intercettare e lenire le tante sofferenze interiori di migliaia di adolescenti. Puntare il dito e riempirsi la bocca con accuse di negligenze varie non aiuterà nessun figlio né nessun genitore, anzi. Se vogliamo liberarci di questi fenomeni terribili, dobbiamo ridare spazio alla comunicazione. Quella vera.

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Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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