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Musica

Tavo: “Scrivendo Rivoluzione mi sono rifugiato nella musica trovando quell’abbraccio che cercavo”

Francesco Taverna, in arte TAVO, è il cantautore alessandrino classe 1993 che figura tra gli artisti emergenti del panorama indie pop italiano.

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Rivoluzione, il nuovo singolo di Tavo, in rotazione dall’8 gennaio su tutte le piattaforme digitali, attribuisce al brano il significato di imperturbabilità, di rigenerazione dopo la sconfitta, dopo il dolore. La capacità di resistere, di tornare al punto esatto di partenza, come essere immutabili, inossidabili.

Nel video ufficiale del brano diretto da Lorenzo Chiesa, Tavo invita l’ascoltatore a non avere paura e a buttarsi nel prendere quelle decisioni scomode, che spesso ci sembrano uno scoglio insormontabile. Solo affrontando quello che ci trasmette paura e che ci rende insicuri possiamo dire di sentirci veramente liberi e padroni di noi stessi. In quei pochi istanti si compie la “Rivoluzione” di ognuno di noi.

L’artista parla di sé

Tavo non è un nome d’arte, ma un soprannome che mi è stato dato fin dalla prima elementare. All’anagrafe mi chiamo Francesco Taverna, quindi dal cognome tutti mi hanno iniziato a chiamare Tavo. Dato che non esiste una reale distinzione tra la mia persona e il mio personaggio ho deciso di mantenere “Tavo”. Il mio progetto è iniziato ufficialmente nel 2017 con la pubblicazione del mio primo singolo “Sistema solare” per la mia etichetta Noize Hills Records, diventata ormai come una “famiglia”.

In realtà li conoscevo già dal 2016, quando iniziammo a lavorare in studio un anno prima. Faccio questo mestiere da 12 anni, prima avevo altri progetti, ma dal 2016 ho deciso di avviare il progetto come cantautore, ed oggi eccomi qua! Il periodo da chitarrista in una band (già dalle superiori), dove feci 400 date in 6 anni, è stata la cosa che mi ha fatto pensare di vivere facendo musica. Il mio unico introito economico era quello.

Mi sono trovato a fare questo lavoro, che oggi è più, se vogliamo, un atto di fede (ride – ndr). Il settore della musica era sofferente da anni, già prima del Covid, perché scarsamente tutelato. Il Covid è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: non ci sono ferie, malattia, indennizzi, che sono presenti negli altri lavori. Preparare e registrare gli album in studio, e non poter suonare davanti alla gente in tour è demotivante.

  • Con il tuo nuovo singolo “Rivoluzione” comunichi il messaggio di una rigenerazione dopo una sconfitta, dopo un dolore, e ripeti molte volte il ritornello “e non hai paura”. I messaggi positivi di rigenerazione che si possono cogliere fra le parole di questo brano possono essere utili anche ad alcuni giovani e non solo, fragili e in cerca di risposte. Cosa ne pensi?

Ho scritto “Rivoluzione” per un motivo specifico, una persona a me molto cara ha affrontato e tuttora sta affrontando un percorso lungo, che era iniziato lo scorso febbraio. Non è colpa del Covid, ma il Covid ha incentivato il rallentamento di tutto questo e non ha sicuramente migliorato la situazione all’interno degli ospedali.

Rivoluzione” è quello che avevo bisogno in quel momento, sentivo l’esigenza di una persona amica con la quale parlare, purtroppo però, per via del Covid, non potevo vedere e neppure parlarci, se non in chat. In certi momenti, una persona per comunicare non vorrebbe solo chattare, ma semplicemente guardare in faccia il suo interlocutore, ed essere compreso, ricevere un abbraccio, e questo mi è mancato.

I social sono stati una cosa gigantesca, che hanno, a mio avviso, dimostrato il loro essere
giganti nel momento in cui ci siamo ritrovati distanti l’uno dall’altro, ma, a parte questa cosa molto positiva, dall’altro lato i social hanno svelato la fragilità più grande, cioè l’incapacità di sostituire il rapporto umano. Quindi dopo questo periodo ho capito che nonostante sia utile chattare nei social quando si è a casa, allo stesso tempo questa modalità ha rivelato che i contatti virtuali non possono sostituire interamente i contatti reali.

Ho scritto “Rivoluzione” perché, appunto non potevo ricevere quell’abbraccio, avere quella
vicinanza umana, così mi sono rifugiato nella musica, così scrivendo e condividendo questo
brano, ho trovato quell’abbraccio che cercavo. “Rivoluzione” è il mio progetto, anche se in realtà ci ho lavorato con il mio team, ci tengo a precisare che ogni persona che lavora al mio progetto vale allo stesso modo, siamo degli ingranaggi che cercano, in tutti i modi, di far funzionare la “macchina” nel miglior modo possibile. Le persone che fanno parte del progetto sono una trentina, ognuno ha il suo compito e fa la propria parte ed è fondamentale come lo sono io, né più né meno.

  • I testi dei tuoi brani si rivolgono ad un target in particolare, oppure secondo te, ognuno di noi, chiunque, di qualsiasi età e situazione personale e sentimentale ascoltando le tue parole può identificarsi in ciò che “racconti” e prendere ispirazione?

Una cosa che penso sempre da quando scrivo è che cerco di scrivere per me stesso, come anche molti altri artisti fanno, nel momento in cui ho l’esigenza di comunicare qualcosa che fa parte della mia vita, la condivido con un brano, perché voglio anche che la mia musica sia condivisibile. Molti artisti, come la vedo io, si rifugiano nel dire “Io scrivo per me stesso e gli altri non mi capiscono” per giustificare che qualcosa non funzioni, o perché hanno pochi ascolti, o non riescono a suonare in giro dato che i pezzi non vanno.

Io ho sempre pensato che se scrivo una canzone che fa meno ascolti di un brano di qualche artista famoso e affermato è perché lui scrive meglio di me. Questo aspetto mi sprona sempre alla ricerca di migliorare e comporre meglio e di creare questa condivisione, lasciando un’immagine chiara e uno spazio nel quale l’ascoltatore può dipingere i volti dei protagonisti della storia e i paesaggi con i colori che preferisce.

Secondo me una storia, una canzone, un libro, seppur composti di dettagli, se ti lascia questo
spazio all’immaginazione, è più bello. Le storie più belle ti lasciano lo spazio di immaginare i
volti dei protagonisti, i paesaggi e tutto il resto. Io nel limite delle mie capacità, oggi, cerco di
fare questo.

  • C’è un messaggio che accomuna o accomunerà le tue canzoni? Un filo conduttore che delicatamente lega i tuoi brani, lasciando però spazio anche ad altre parole e temi?

Il mio percorso, iniziato con la pubblicazione del mio primo album “Funambolo”, mi portato a trovare il coraggio di spingermi più in là su quello che comunico dal punto di vista personale,
non avere più paura del giudizio, come invece succedeva prima.
Quando scrivi testi e racconti storie che fanno parte della tua vita, se una canzone va male o ricevi delle critiche non è solo la canzone che viene criticata, ma, in un certo senso, senti che la critica arriva indirettamente a te.

All’inizio questo lo vivevo con la paura di ricevere un giudizio anche sulla mia vita, perché raccontando una storia o la mia storia reale, la critica sarebbe stata verso il mio modo di affrontare la mia vita. All’inizio avevo questo timore, oggi invece mi sono sganciato da questo e cerco di farlo continuamente. Il filo conduttore, secondo me, è la maturazione che c’è stata dall’inizio, dalle prime alle ultime pubblicazioni dei miei brani, cioè la personalità della canzone, che è entrata sempre di più nel dettaglio della mia vita, senza la paura del giudizio.

Cerco sempre il miglioramento e di trovare, se ci sono, dei difetti, tant’è che stiamo lavorando per chiudere il secondo disco, e lavorando su me stesso, ascolto quello che avevo fatto prima, perché è la caccia all’errore che mi aiuta a non commettere più lo stesso sbaglio, ed è giusto così. Se ti dicessi che nel mio primo disco è tutto come avrei voluto e non ci sono errori, ti direi la più grande “cavolata” del mondo. Un disco è una fotografia che rappresenta un periodo, con ciò non direi che cambierei qualcosa di un disco, non cambierei niente di “Funambolo”, perché è una fotografia di quel momento. Dopo è bello avere tante foto, quindi scrivere tanti testi per poterli riguardare e rivedere tutto il percorso. Questo per me è importante.

  • Oltre al testo e alla musica di un brano, quanto è importante per te la creatività espressa nella location reale o surreale di un tuo video o di un tuo concerto, oppure nel tuo look durante i concerti, video interviste e attività nei social?

Questa è una bella domanda! La creatività è importantissima per quanto riguarda i live e i concerti, a cui tengo veramente molto, perché il concerto, così come il tour, non solo la ascolti, ma anche vivi. Quindi la creatività è una cosa che studi e va studiata, perché è come in un teatro da un certo punto di vista, non mi stai solo ascoltando, ma mi stai anche vedendo. Vedi il palco e com’è il palco, le luci che ci sono sul palco. L’anno scorso, prima del Covid, ho presentato il tour “Il tempo di ballare” con i Sick Tamburo. E’ stata per me la prima data con una vera produzione alle spalle, c’erano tecnici audio e luci che lavorano anche con artisti “grossi”.

Ho avuto la possibilità di avere il palco per me, con la scritta gigante del mio nome, le luci e uno show studiato in base al tuo live. Purtroppo tutto questo si è congelato, per via del Covid. C’è un lavoro prima di partire con un tour, dove le luci, il palco e come stai sul palco e come sei vestito sul palco è il frutto del lavoro di circa trenta persone che lavorano per te. Cerchi di fare tutto al meglio, senza lasciare nulla al caso, per avere un bello spettacolo con cui poter girare. Alla fine i biglietti hanno un costo ed è giusto giustificare il costo dei biglietti che paga la gente, quindi non puoi presentarti con le cose fatte a cavolo, ecco.

Vorrei che i social tornassero ad essere il mezzo e il fine fossero ancora i concerti,
quindi spero quello, di tornare presto sul palco.

Quindi è importante. E’ stato bello durante il Covid, anche la pubblicazione del mio EP “Theia”, la collaborazione con Levi’s, con il “Live 501”, che spero possa continuare anche per i prossimi eventi, se ci saranno. Sono stato molto fortunato ad avere l’interesse di un brand così importante, quindi il mio look personale e la cura del palco. Sono stato molto fortunato anche ad iniziare a collaborare con “Borsalino”, ho da sempre adorato i loro cappelli. All’inizio gestivo da solo i social, se il lavoro lo svolgi bene e la mole di lavoro diventa più ampia subentrano altre figure, senza che sei tu a cercarle, come i social media manager, le etichette, gli uffici stampa, ecc.

Le etichette arrivano se hai del materiale da proporre all’etichetta, non perché si paga per averle. All’inizio ho dovuto gestire tutta la parte social, anche ora faccio molte cose anche se il lavoro è sgravato perché ci sono altre persone che si occupano delle grafiche, dei post e delle pubblicazioni. Vuoi o non vuoi comunque c’è sempre lavoro che devi fare. Prima del progetto “TAVO” non avevo neanche i social, ero una persona anti-social, poi sono dovuto diventare un nerd dei social, in un certo senso (ride – ndr). Quello che detesto è che, purtroppo, i social sono sia il mezzo che il fine e questo mi demotiva
un po’.

  • Ti piacerebbe partecipare al Festival di Sanremo? Consideri Sanremo una valida opportunità e vetrina per far conoscere i tuoi brani?

Assolutamente sì, parteciperei molto volentieri. Il Festival di Sanremo resta ancora il palco più importante che c’è in Italia.

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Il mondo dello sport ed in particolare del calcio rappresenta una delle mie più grandi passioni, oltre al grande interesse e dedizione per le lingue, l’economia e le relazioni internazionali che attualmente approfondisco nelle mia città, Venezia. Scrivo articoli inerenti al panorama musicale, che amo e seguo con particolare interesse, ed in particolare, mi occupo della redazione di articoli sportivi con spiccato interesse per il mondo calcistico, ponendo uno sguardo alla salute e al benessere sociale ed economico del nostro paese e dell’intera umanità.

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