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Fair Play Award: la storia del premio sportivo più solidale che ci sia

Dall’italiano Eugenio Monti fino al tedesco Luz Long che osò sfidare Hitler: ecco la storia del premio che emoziona tutti gli amanti di sport.

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Il mondo dello sport è tappezzato da premi di ogni tipo, importanza, valore e dimensione: dai più ambiti come il Pallone d’Oro nel calcio ai più controversi e privi di oggettività come “Il giocatore del secolo”, più influenzato dagli sponsor che dall’effettivo rendimento dei giocatori in lizza. 

Un atleta si può distinguere per diversi fattori come il numero di trofei vinti, il numero di record battuti, il numero di espulsioni o per atti particolarmente solidali nei confronti degli avversari. Proprio per quest’ultimo caso nel 1964 è stato istituito un apposito premio che prende il nome di “medaglia del vero spirito sportivo”, poi intitolato a Pierre de Coubertin, la cui storia è tanto affascinante quanto i comportamenti dei vincitori.

Pierre de Coubertin 

Il premio per la sportività è un premio assegnato dal Comitato Olimpico per gli atleti che mettono in campo una azione o un comportamento che incarna i valori dell’Olimpismo, descritti nella Carta Olimpica:

“Il fine dell’Olimpismo è quello di rendere lo sport uno strumento di sviluppo per l’umanità, qualcosa che contribuisca a costruire una società pacifica. L’Olimpismo punta inoltre a promuovere uno stile di vita basato sulla responsabilità verso gli altri, il valore educativo del buon esempio e il rispetto verso dei principi di etica universale”.

Proprio per questo profondo significato del termine, sarebbe stato impossibile per il Comitato Olimpico non dedicare il premio sopra citato a De Coubertin, l’uomo che per primo rivoluzionò il concetto di sport, attribuendogli significati che vanno oltre alle mere prestazioni e che comprendono invece valori sociali e solidali.

Il barone francese fu presidente del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) per diverse edizioni e per tutti gli anni in cui ricoprì questa carica portò avanti il senso di purezza dello sport incantato nel suo motto preferito:

“Fate lo sport, non fate la guerra”

Eugenio Monti, il primo vincitore 

Nato a Dobbiaco in Trentino nel 1928, Monti è stato un atleta italiano di grandissimo livello che ha registrato i traguardi più importanti nelle edizioni invernali dei Giochi Olimpici.  Dopo aver iniziato a gareggiare sugli sci, passò giovane al bob grazie al quale si laureò 9 volte campione del mondo vincendo 6 medaglie olimpiche. La sua velocità sul mezzo invernale abbinata al colore dei suoi capelli fecero sì che Gianni Brera, eccellente giornalista italiano, gli affidò il soprannome “Rosso Volante” che lo accompagnò per tutta la sua carriera. 

Le Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964 hanno un posto d’onore nel cuore di Eugenio Monti per un motivo molto particolare. Siamo alla finale di bob a due e la squadra inglese composta da Tony Nash e Robin Dixon si accorge di aver perso un bullone al termine della prima discesa. Quel pezzo è estremamente importante e senza di esso il team non può proseguire la gara, se non fosse che proprio Eugenio Monti prestò ai rivali un suo bullone permettendogli non solo di proseguire la corsa ma addirittura di vincerla. 

L’atleta italiano si qualificò “solo” terzo e ricevette parecchie critiche da chi considerava lo sport  mero antagonismo, ma il suo gesto non passò affatto inosservato ai piani alti del Comitato Olimpico che decisero infatti di premiarlo con il neonato premio per il fair play, rendendolo così il primo atleta nella storia a vincere il premio Pierre de Coubertin. 

Luz Long, l’atleta che sfidò Hitler

Luz Long, nato in Germania nel 1913, si appassionò sin da bambino all’atletica specializzandosi nel salto in lungo e diventando uno dei migliori saltatori tedeschi della sua epoca.  Oltre agli importanti risultati che ottenne nella sua vittoriosa carriera, è doveroso citare ciò che l’atleta fece durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, caratterizzate dal clima di tensioni e violenze generate dalle ideologie naziste di Hitler. 

Long si presenta alla competizione da favorito assoluto e, coerentemente con ciò, nei primi salti della finale superò il record olimpico assoluto, ma nemmeno questo bastò a battere lo statunitense Jesse Owens, con il quale il tedesco instaurò un profondo legame di amicizia che sfidò Hitler. 

L’americano raccontò anni dopo che durante le qualificazioni per la finale si svolgevano contemporaneamente anche le batterie dei 200 metri piani che lo distrassero tanto da fargli registrare due salti nulli. Luz Long gli si avvicinò consigliandogli di partire più indietro, circa 30 centimetri prima dell’inizio della pedana di rincorsa. Owens seguì il consiglio, si qualificò per le finali e vinse la medaglia d’oro, siglando il salto più lungo. Dopo la vittoria, Long fu il primo ad andare a congratularsi con lui.

Davanti ad uno stadio gremito di persone che mostravano il saluto romano, l’atleta tedesco abbracciava l’americano nero che lo aveva sconfitto. Questo valoroso gesto permise a Luz Long di ricevere il premio per il fair play nel 2000, diversi anni dopo la sua morte. 

Da qualsiasi punto di vista si leggano queste storie, risulta impossibile e a tratti dissacrante considerare lo sport come pura e semplice attività fisica, chiudendo gli occhi davanti a una simile potenza capace di unire popoli e culture.

Lo sport, da sempre esistito, è una delle più belle e nobili culle dell’umanità. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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