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Ambiente

Gli obiettivi della politica estera green di Joe Biden

La nuova amministrazione americana ha intenzione di porre al centro delle sue politiche la questione climatica. Questa volontà inevitabilmente influirà su tutti i diversi aspetti dell’azione governativa statunitense, plasmandone di conseguenza anche la politica estera.

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Il presidente degli Stati Uniti Joseph R. Biden mercoledì ha affermato che il cambiamento climatico sarà considerato come un elemento essenziale per lo sviluppo della politica estera statunitense. Biden ha in poche parole confermato le ipotesi secondo cui la sua amministrazione voglia rendere la rivoluzione green l’asse portante del nuovo ruolo che l’America assumerà nei confronti del mondo.

Il fatto che la nuova amministrazione abbia aderito nuovamente all’accordo di Parigi, il patto globale abbracciato da quasi 200 paesi per rallentare il cambiamento climatico, è solo il primo passo secondo gli esperti di politica estera. Affrontare il cambiamento climatico richiederà una rivalutazione di tutta la politica estera statunitense, dalla posizione militare degli Stati Uniti nell’Artico, all’aiutare i paesi fragili nell’affrontare i problemi legati alle crisi climatiche. I primi ordini esecutivi del presidente hanno offerto solo un assaggio del più profondo cambiamento in atto. Essi hanno spinto le agenzie di intelligence nazionali a valutare i rischi posti dal riscaldamento globale in tutto il mondo, indirizzando poi tutte le agenzie governative a capire come adattare le politiche green alle priorità internazionali.

“La lotta al cambiamento climatico può essere un pilastro centrale della politica estera dell’amministrazione Biden”, ha detto Meghan O’Sullivan, ex-vice consigliere per la sicurezza nazionale sotto il presidente George W. Bush, e ora a guida del progetto Geopolitics of Energy alla Harvard Kennedy School. “Significa inserire la questione climatica nelle nostre politiche commerciali, nei nostri programmi di aiuti esteri, nelle nostre discussioni bilaterali e persino nella nostra prontezza militare”. Non è un caso infatti che Joe Biden abbia nominato come inviato speciale sul cambiamento climatico John Kerry, un esperto diplomatico. Ma diamo un’occhiata a quattro aspetti cruciali della possibile politica ambientale della nuova amministrazione.

La politica interna

John Kerry, inviato speciale sul cambiamento climatico.

Nel suo primo giorno da presidente, Biden ha iniziato il processo di adesione all’accordo di Parigi. Ma è ora che arriva la parte difficile: gli Stati Uniti, responsabili di aver emesso durante l’era industriale la più grande fetta di gas serra presenti nell’atmosfera, devono ora fissare provvedimenti concreti e puntuali per ridurre le proprie emissioni entro il 2030. Greenpeace ha sollecitato una riduzione del 70% delle emissioni rispetto ai livelli del 2005, mentre il World Resources Institute e altri ambientalisti americani hanno spinto per circa il 50%.

Tutto ciò mette John Kerry in una posizione particolarmente difficile. In politica estera infatti obiettivi così ambiziosi gli potrebbero dare più potere sugli altri paesi in vista dei prossimi colloqui globali sul clima, fissati per novembre a Glasgow, mentre per quanto riguarda la politica interna, una lista di propositi così stringente porterà innumerevoli difficoltà dal punto di vista del sostegno politico, soprattutto con un Senato così in bilico. I funzionari della Casa Bianca hanno annunciato mercoledì che i nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni saranno annunciati prima del vertice globale per la Giornata della Terra (22 aprile).

Il 23 gennaio in un discorso rivolto ai sindaci americani, Kerry ha segnalato che l’amministrazione cercherà di bilanciare ambizione e realismo. “Dobbiamo andare a Glasgow proponendo un piano ambizioso ma realistico, presentando con forza a tutto il mondo le nostre idee”, ha chiarito. Mercoledì poi, parlando al World Economic Forum, Kerry ha descritto l’incontro di Glasgow come l’ultima grande occasione per mettere il mondo intero sulla buona strada, così da evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico. “Il mondo si aspetta grandi cose da tutti noi”, ha ribadito.

Le relazioni con la Cina

Joe Biden insieme al presidente cinese Xi Jinping, in un vecchio incontro diplomatico a Beijing.

Il clima potrebbe essere una delle poche aree di cooperazione in un rapporto sempre più teso tra Washington e Pechino. I due paesi sono i responsabili della maggior parte delle emissioni presenti nell’atmosfera, e senza passi ambiziosi da entrambi, è impossibile che il mondo possa rallentare il riscaldamento globale.

La Cina inoltre si è già mossa sulla questione. Il suo presidente Xi Jinping ha dichiarato infatti lo scorso settembre che Pechino mira a diventare una nazione a impatto zero entro il 2060, il che significa che intende ridurre le sue emissioni di carbonio o compensarle acquistando crediti per progetti green, come i programmi di piantagione di alberi. Kerry, pur ricordando come la Cina non avesse rivelato molti dettagli del suo ambizioso piano ambientale, ha comunque ribadito che le altre questioni ricorrenti tra le due potenze non dovranno in alcun modo impedire i colloqui sul clima. Non per niente poi le prime aperture diplomatiche di Kerry sono state rivolte anche ai leader europei. Il suo miglior modo per mettere pressione a Pechino è infatti agire insieme all’altra grande economia mondiale: l’Unione Europea.

Il nuovo ruolo di guida green nei confronti dei paesi di tutto il mondo

Kerry ha ripetutamente ricordato che intende spingere tutti i paesi ad impegnarsi più a fondo nella lotta al cambiamento climatico. E gli Stati Uniti hanno in serbo molti strumenti diplomatici per riuscirci. Kerry per esempio potrebbe utilizzare un accordo commerciale bilaterale con il Messico, così da persuaderlo ad aprirsi agli investimenti green americani. Potrebbe poi incoraggiare gli investimenti privati ​​americani per spingere l’India ad abbandonare il carbone e ad accelerare l’utilizzo delle nuove forme di energia rinnovabile. Gli Stati Uniti potrebbero infine condizionare gli aiuti economici offerti ai paesi più poveri al rispetto di determinati criteri ambientali.

Pochi dettagli sono emersi dalla Casa Bianca su come utilizzare il denaro americano per promuovere le politiche ambientali all’estero. Kerry ha solo detto che gli Stati Uniti sarebbero rientrati nel Fondo per il Clima creato dalle Nazioni Unite, da cui l’ex presidente Trump era precedentemente uscito. La quota statunitense per il finanziamento del suddetto fondo è di 2 miliardi di dollari.

I rapporti con i paesi produttori di petrolio

Il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman Al Sa’ud.

La sfida più complicata nel vincolare la politica estera americana allo sviluppo sostenibile rimane il rapporto con l’Arabia Saudita. La Casa Bianca cercherà di accelerare il cambiamento che l’ha vista nel corso degli anni diventare sempre meno dipendente dal petrolio del Medio Oriente. “Grazie alla nostra indipendenza energetica avremo l’opportunità di ripensare le nostre relazioni col Medio Oriente”, ha detto Kelly Sims Gallagher, un ex funzionario dell’amministrazione Obama. E non è un caso che alla notizia dell’elezione di Biden, il principe ereditario dell’Arabia Saudita abbia subito svelato i piani per una città senza auto.

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Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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