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Politica

Cercasi una classe politica in grado di investire sul nostro futuro

La vittoria di Renzi sancisce la sconfitta della politica che si affaccia alla finestra solo per gli affari correnti, per i compiti a casa e che sparisce quando le si chiede di progettare nel lungo periodo, di abbattere il debito pubblico con costanza…

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di Francesco Colonnese

La realtà spesso non piace a chi la osserva, altrimenti che realtà sarebbe? La realtà non è diplomatica, non si addolcisce con il pensiero e non è retroattiva. La realtà ci dice che tra l’Avvocato del Popolo e l’ex Sindaco di Firenze, “tatticamente” e soprattutto politicamente, ha vinto il secondo e non di poco. Renzi ha vinto il duello con un competitor che ha venduto carissima la pelle, un lottatore vero. Forse, in fondo, non riusciamo ancora a capacitarci del fatto che colui che, nel bene e nel male, ci ha guidati nell’anno più nefasto dal dopoguerra ad oggi non sia più Premier.

Il Presidente delle dirette Facebook nei giorni bui e nelle notti di Bergamo, dei latinismi estetici e delle
argomentazioni lineari, delle trattative a Bruxelles e del KO tecnico a Salvini, il Presidente per
antonomasia di tutti i laureandi in Giurisprudenza e delle “bimbe”. Il Presidente senza macchia, il
Presidente dimissionario. Renzi ha messo fine all’esperienza di Governo di Bonafede (difficile credere che non sia una questione personale), dell’Azzolina, di Manlio Di Stefano, di Crimi e ha fatto esplodere tutte le contraddizioni del MoVimento, ambiguità che vengono da lontano, non sono certo una novità
dell’ultima ora.

Renzi nonostante il suo egocentrismo ha stravinto

Renzi stra-vince a mani basse il braccio di ferro con il PD (se braccio di ferro è stato) e, dulcis in fundo, apre la strada a Mario Draghi. Se non la avesse compiuta Renzi, forse questa sarebbe stata ricordata in Italia come l’impresa politica del decennio (ventennio suona sempre male). In Occidente, molti hanno il vecchio vizio di fare il tifo per Atene, ma poi vince sempre Sparta. Sparta passa sui cadaveri altrui, è disposta a tutto, anche a chiedere oro ai persiani per farsi ri-finanziare una flotta neanche lontanamente paragonabile a quella ateniese.

Le battaglie si vincono anche con la testa ma soprattutto con la forza. Le battaglie politiche si vincono con la politica. Conte è caduto sulla politica: gli sono mancati gli anni di trincea nei Consigli Comunali, i parlamentari pronti a morire in prima linea per lui, gli Stati Uniti, un po’ di manager, la malizia per capire che il referendum sul taglio dei parlamentari (la più grande ipoteca esistente sulla legislatura) avrebbe significato la fine della sua ascesa politica una volta scivolato dal trono. E poi, soprattutto, gli è mancato un partito.

Renzi, per quanto egocentrico, in questa battaglia non ha rappresentato solo sé stesso ed il 3% del suo attuale elettorato, ma ha dato voce anche a quella parte del sistema politico, culturale e imprenditoriale che non ha mai accettato il MoVimento 5 Stelle e tutto ciò che esso ed i suoi elettori rappresentano.

Si è parlato di crisi incomprensibile, di narcisismo, di personalismi. Si continua a parlare di pandemia
(nostro malgrado), di morti, di Recovery Fund, di miliardi. La tentazione fisiologica del sistema è
sempre quella di individuare rapidamente un capro espiatorio
, con buona pace di Sgarbi, per
razionalizzare una realtà a noi ostile. Ma la realtà, come ci insegna “Il Divo”, è un po’ più complessa:
la politica è sempre un fenomeno collettivo costituito da interessi di parte e da un micro-cosmo di
istanze; attribuire a Matteo Renzi la colpa di tutto non è nient’altro che un bias cognitivo, un
costrutto fondato al di fuori del giudizio critico su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e
ideologie utilizzati spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica, in parole povere il contrario
della vocazione politica.

La scomparsa di un’intera classe politica

È ancora presto per capire se Draghi diventerà il prossimo Presidente della Repubblica (è quella la vera partita); prima di pensare a tutto ciò, c’è un “De Profundis” da recitare, un lutto politico da
elaborare: non quello del Prof. Conte ma di una intera classe politica incapace di rigenerarsi, di
sedersi ad un tavolo per trovare un accordo (la sua ragion d’essere), totalmente surclassata dalle
memorie andreottiane e dal penta-partito, una classe politica di serie cadetta con rari CR7 tutti ultra settantenni (Sergio Mattarella classe ’41, Joe Biden classe ’42, Mario Draghi classe ’47).

Una classe politica che come massima aspirazione di dignità ha quella di auto-sabotarsi con il taglio dei propri rappresentanti. Una classe politica eternamente dimissionaria eletta da un popolo complice. L’Italia, dal 1946 ad oggi, ha avuto 66 Governi; il problema non è dunque la formazione di un nuovo Esecutivo in quanto tale, ma il fatto che questa volta non ce la caveremo con “Il Re è morto, viva il Re”. Nella nostra “democrazia part-time”, la politica si affaccia alla finestra solo per gli affari correnti, per i compiti a casa (peraltro svolti male) e sparisce quando le si chiede di progettare nel lungo periodo, di abbattere il debito pubblico con costanza, di risanare un sistema previdenziale al collasso, di sostenere il welfare, di ricostruire il mercato del lavoro.

“Costruire” rimane solo un capolavoro di Niccolò Fabi, ma in Italia di veri costruttori neanche l’ombra.
Eppure bisogna raccogliere i cocci e gli stracci e ripartire, non fosse altro che per quei 209 miliardi e
per quella flebile credibilità internazionale che ci è rimasta grazie ai nostri CR70, perché nei nostri
cromosomi c’è anche la Resistenza: quella che puntualmente si mette sulle spalle il Paese, che al
Quirinale è passata da Pertini a Mattarella.

Conte vs Renzi è stata “un’appassionante” roulette russa ma il vero Vietnam è fuori dalla bisca: stiamo per affrontare la più grande campagna vaccinale della nostra storia ed il prossimo 31 marzo scade il blocco dei licenziamenti. In uno scenario apocalittico come quello attuale, ironia della sorte, l’unico che sembra essersi messo davvero in salvo, il solo italiano a non aver perso la partita, è proprio Giuseppe Conte. Viene in mente la fine de “Il Cavaliere Oscuro”: o muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo. Ma in una guerra come questa, non basterà Batman: è ora che il pipistrello diventi un drago.

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