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Giusy Sica: “Spero che ci siano costruttrici e non solo costruttori di questo Paese”

Giusy Sica, indicata da Forbes fra i 100 leader del futuro, spiega come un Paese che non investe su donne, giovani e sud, non funzioni.

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Giusy Sica, salernitana di 31 anni, è stata inserita da Forbes fra i 100 leader del futuro under 30 che possono guidare il cambiamento del mondo. Ha creato “Re – generation (Y)outh”, un think tank tutto al femminile e meridionale, che punta all’empowerment femminile negli ambiti della cultura, sostenibilità ambientale e rigenerazione culturale. Un network indipendente che è stato inserito da Cosmopolitan e Il sole 24 ore come modello di “South working”.

Innovativa, ambiziosa, con uno sguardo proiettato ad un futuro in cui bisogna assumersi “la responsabilità di ciò che faremo rispetto alle generazioni future in maniera molto cosciente e coscienziosa”, Giusy Sica si racconta e preannuncia il lancio del suo nuovo progetto “Costituende” per una rappresentanza politica femminile strategica formata da giovani donne competenti in ruoli cardine del Governo. 

  • Ti abbiamo scoperto fra le 50 donne italiane che Repubblica ha scelto per rappresentare le eccellenze femminili del 2020. Come ti sei sentita?

È stata una bellissima sorpresa per tutto il team, non solo mia. Anche a fine anno, l’altra notizia che abbiamo ricevuto, di essere nella classifica mondiale di F, questo settimanale di Cario Editore, che ci ha messo insieme a dei nomi di un certo livello come Kamala Harris, Billie Eilish. Sono molto contenta per come sta andando. È una bellissima sensazione rispetto a quello che è il nostro lavoro; ci spinge ad essere molto più responsabili e a fare le cose sempre meglio. 

  • Facciamo un salto indietro nel tuo percorso. Parti con una laurea in archeologa e arrivi ad essere una progettista europea e “imprenditrice sociale” (come sei stata definita da Repubblica), qual è stata la strada per arrivare a questo? Che cos’hai fatto?

È stata una strada complessata, costellata – come per tutte le persone, da questo punto di vista non mi differenzio – da anche tanti fallimenti, inversioni di marcia, perché volevo essere un’archeologa, ma dopo il mio primo esame di marketing io praticamente ho deciso che la mia vita sarebbe stata legata all’aspetto culturale e manageriale nella gestione del settore cultura a 360°, distanziandomi dalla professione di archeologa, “un’archeologa meno da campo”. 

Devo dirti però che provenire da un percorso umanistico è qualcosa che non cambierei, perché mi ha dato le competenze per potermi poi aprire ad altri mondi, come quello più strettamente economico – manageriale, o quello più legato a tutte quelle che sono le relazioni internazionali. Posso dirti per mia esperienza, che la pratica ha superato la teoria. Io veramente ho imparato facendo.

Dentro di me non sapevo dove mi avrebbe portata, ma sentivo che ogni tassello che collezionavo con collaborazioni mi portava verso la mia strada, ho lavorato per tanti anni con l’Università degli Studi di Salerno, con il Dipartimento di Scienze Culturali, con tante realtà differenti. È quello che mi piacerebbe suggerire ai giovani: non fermarsi a una singola realtà, ma esplorare e cercare di tenere insieme varie realtà, più campane, contaminarsi in maniera costante con pubblico, privato, no profit. È fondamentale per poi avere davanti anche una formazione che va aldilà di quella accademica quanto più ampia possibile.

Quelle esperienze che ho collezionato hanno composto i vari pezzi della mia figura, che è molto ibrida e si distanzia in qualche modo dalle figure classiche di avvocato, architetto. È un ibrido di due o tre figure professionali in senso stretto. Ne ho parlato nel mio tedx a Salerno: quando ho imparato a vedere le cose a testa in giù, la realtà un po’ ribaltata, tutti i tasselli hanno avuto un loro ordine e mi hanno poi portato a fondare “Re – generation (Y)outh”. 

  • Nel tuo speech a tedx di Salerno avevi dichiarato di aver subito discriminazione generazionale e di genere, che cos’è successo?

L’aver iniziato presto (24 anni) a lavorare in varie realtà non è stato semplicissimo, perché eri sempre – ora un po’ meno – additata come la ragazzina della situazione, quella più giovane che era destinata non ad un pensiero strategico, ma basato sull’età. Magari avevi anche una visione migliore, più valida strategicamente, ma quasi non veniva presa in considerazione. L’essere giovane e donna devo dirti, che all’inizio della mia carriera è stata dura. Ritrovarsi nelle sale riunioni con tutti uomini un po’ old, anche dal punto di vista del pensiero, non è stato semplice, da lì tutta una somma di cose mi ha poi portato a quella fiammella che ha poi generato “Re – generation Youth”. 

  • Come sei riuscita a superare questa discriminazione?

Dimostrando le cose e portando i fatti. La fortuna è stata la rete, ma anche la testa dura, qui in Campania noi utilizziamo il termine “capa tosta”, sei dura, sei di coccio, se perseveri in una cosa non ti fai abbattere. Sicuramente il supporto della famiglia è stato decisivo. Non voglio banalizzare, ma per una visione del genere è fondamentale il supporto della famiglia.

I momenti di difficoltà ci sono stati. Il fatto di essere una giovane donna è stata tosta e non è durata poco tempo, l’ho subito fino al 2017. Da lì poi, con “Re – generation Youth” e i bei risultati ottenuti c’è stato un’inversione di tendenza di molti uomini old e anche donne, che per magia sono tutti ritornati ammirati da quello che stava accadendo. Ovviamente è stata la soddisfazione più grande in maniera ironica, ma ci ha fatto riflettere su quanto questo sia un problema fortissimo nel nostro Paese, come nemo profeta in Patria. Questo è un problema a cui bisogna lavorare tantissimo perché non è giusto che le più giovani subiscano questi atti di discriminazione. 

  • Per le donne è fortissimo perché c’è anche il problema di una doppia discriminazione, che ha alla base un retaggio culturale di ampio spettro che vede anche le donne agire comportamenti di discriminazione verso altre donne. 

Assolutamente sì, io mi sono trovata anche di fronte a donne in posizioni elevate che erano molto discriminanti nei miei confronti. Io lo dico sempre: hanno fatto la loro scalata sulle povere spalle di noi giovani professioniste che iniziavamo il nostro percorso. Ora ci sorrido, ma se ci penso nel tempo è stata dura perché non c’è stata quella sorellanza che invece è fondamentale. Mi sono riproposta – e questo sarà anche per tutto il team – che il 2021 sarà un anno costantemente costellato da supporto alle iniziative di altre donne, ai loro bisogni, e questo sicuramente è fondamentale. Spesso su Clubhouse sono stata dura nei miei interventi quando mi si dice che questo argomento ormai è tabù, una cosa normale di cui non si deve parlare. No, io penso che sia fondamentale parlarne, bisogna farlo sempre e comunque di più. Siamo nel 2021 e non è così scontato che la si pensi in questo modo. 

  • Anche se la situazione è migliorata rispetto al passato…

Lo vedo anche io questo miglioramento, almeno nella sensibilità, ma bisogna assolutamente parlarne. Non è una lotta uomini contro donne, è un percorso che porta alla totale autodeterminazione di una donna che è fondamentale. L’autodeterminazione finanziaria, economica, culturale e sociale di una donna è l’espletamento della sua libertà massima.

Il fatto che non debba essere condizionata da agenti esterni come non lo è un uomo, credo che sia il raggiungimento dell’ottima parità per una donna. Dobbiamo assumerci la responsabilità di ciò che faremo rispetto alle generazioni future in maniera molto cosciente e coscienziosa, altrimenti c’è il rischio che un sistema costantemente reiterato intacchi anche i più giovani, e non è giusto. A me fa paura. 

  • In un’intervista avevi dichiarato: “Vedo molti giovani legati all’idea di un posto fisso, e penso che sia un’idea fortemente limitante”. Vuoi spiegare perché?

Sì, dipende molto dalle varie fasi della vita. Per i ragazzi può essere un’aspirazione, ma non la sola. All’età di 24 anni, dopo la mia laurea ho iniziato lo stage in quest’azienda di progettazione, e dopo 6 mesi mi era stato offerto un contratto a tempo indeterminato, che ho rifiutato. Non sono una Wonder Woman e non faccio la figa della situazione, però l’ho rifiutato perché sentivo che mi avrebbe limitato.

Era il 2014/15, avevo quella necessità di esplorare, sacrificando tante giornate, serate e nottate, perché ovviamente scegli in qualche modo di fare dei sacrifici: essere in giro, essere costantemente impegnata, preferire le nottate al computer e a fare riunioni piuttosto che divertirsi. Non sono una di quelle “solo lavoro”, sento di aver fatto tante piccole cose, anche nel privato, ma sono felice di aver realizzato quello che volevo. Almeno quando si è all’inizio, bisognerebbe esplorare quante più opportunità possibili.

Questa crisi ci ha stravolto dal 2011 e continua, soprattutto per la mia generazione e quelle future, però ci dà anche tanta possibilità di contaminare e connettersi con altri giovani che la pensano come noi. Secondo me questo rovesciamento si può avere solo se si rifiutano certe logiche opprimenti, come quella del posto fisso, del mettersi rinchiusi in quel reticolo di orari d’ufficio.

Ovviamente dipende anche dalle persone, non si può generalizzare. Ma io ai miei studenti e alle persone a cui faccio da mentore, consiglio sempre di esplorare la varietà e le possibilità, proprio per non ritrovarsi poi alla fine insoddisfatti, cosa che mi capita spesso di ascoltare, non solo da donne e ragazzi mi scrivono che sono totalmente insoddisfatti della loro scelta, di essersi rinchiusi in un ambiente lavorativo anche ben retribuito, ma triste e infelice. 

  • L’Italia è il secondo Paese per quantità di di fondi europei ricevuti, ma è incapace nell’utilizzarli. Nel 2019 ha speso solo il 30,7% dei fondi strutturali 2014 – 2020. Dal tuo punto di vista di europrogettista questo perché accade? Qual è la tua esperienza?

L’Italia è un Paese che non prolifera di progettisti. Ci sono tante realtà che si occupano di progettazione, ma non vi è una scuola che faccia formazione di europrogettisti, e questo forse è legato al mancato riconoscimento di tale figura. Ci stiamo provando con una scuola di europrogettazione nella quale sono coinvolta come direttrice scientifica e come docente a Salerno ed ora anche a Napoli, ma non basta.

Formare progettisti significa anche farli lavorare, metterli subito a lavorare sui progetti europei. Ritorna sempre quello che mi è accaduto nella mia esperienza professionale. Io 4 giorni la mia laurea, sono arrivata in quest’azienda che si occupava di europrogettazione e mi ricordo che il mio mentore all’epoca mi disse: “Tu Giusy ora fai la disseminazione in un progetto europeo”. Io ero assolutamente ignara di quello che mi stava chiedendo di fare. Ovviamente da lì, nell’esercizio della ricerca, nel mettermi in gioco, è partito tutto. 

L’Italia è manchevole di progettisti che sappiano fare bene il loro lavoro. Ci sono buoni professionisti che fanno progettazione, ma sono troppo pochi, o sono perlopiù collocati in realtà private che fanno il loro gioco. Forse la pubblica amministrazione dovrebbe dotarsi di giovani progettisti più competenti, fare in modo che ci siano delle officine di competenza. Da questo punto di vista che come assegnista di ricerca della Federico II, direttrice operativa dello Europe Direct, stiamo mettendo su un albo officine delle competenze dove faremo proprio questo: consentiremo ai ragazzi che fuoriescono da questo percorso (master e scuole), di cimentarsi nella progettazione, farli crescere in una struttura accademica universitaria, che fa poi ricerca, in modo che possano formarsi sul campo. È quello secondo me il vero gap: non investire sulla progettazione dei giovani. Ci sono bravissimi europrogettisti, ma sono grandi e spesso non hanno voglia di condividere quelle che sono buone prassi o quelle prassi che sono poi utili. 

  • Mentre invece uno dei tuoi punti cardine è “fare rete”. 

Assolutamente sì! La rete mi ha salvata, credo che sia decisiva nel percorso di un individuo. C’è sempre questa frase della mia docente di museologia, che dice: “L’unica cosa che ti può salvare nella vita è fare rete, ovviamente a livello professionale, ma anche personale”. 

La capacità di mettersi in gioco, matchare, è qualcosa che non solo mi dà gioia, ma dà anche senso al mio lavoro. La capacità di fare rete per quanto riguarda le mie attività, ma anche essere utile nel mio piccolo ad altre brave professioniste, dà senso e logica rispetto al mio lavoro. La professionalità di un individuo non può essere solo orientata verso sé stesso e i propri progetti, ma ha senso solo volta verso l’esterno, verso il valorizzare giovani talenti. È una delle responsabilità che sento in maniera molto forte: valorizzare tanti colleghi che magari non hanno avuto le stesse mie fortune. Io dico: Perché non dare la possibilità anche ad altri? Questa è una delle mie filosofie che pongo nelle mie azioni ogni giorno.

  • A proposito di fare rete, come hai scelto il tuo team di sole donne di “Re – generation Youth”? Quanto tempo c’è voluto?

Nel 2018, quando ho fondato il think tank, avevo conosciuto tutte loro in ambienti totalmente differenti, anche lì la rete è stata decisiva. Condividere con loro la visione di un think tank tutto al femminile che ribaltasse certi stereotipi, che mettesse insieme anime del Sud differenti, e soprattutto differenti professionalità, è stato quel guizzo perfetto. “Re – generation” l’ho in testa, nel cuore, come una figlia, da sempre era dentro di me, ma cercavo la maturità emotiva e professionale di un momento perfetto in cui puoi testarla. C’è stato un preciso attimo in cui sembrava che tutti i pezzi fossero messi a sistema, ed è stato anche molto semplice, paradossalmente, mettere insieme 11 donne che avessero la stessa visione delle cose, a cuore i problemi dei territori legati alla cultura, alla rigenerazione, a quello che era poi in un contesto europeo, e che fossero spinte e mosse dalla stessa vivacità non solo professionale e culturale, ma anche personale. 

La scelta è stata molto ponderata. Non c’è niente di casuale in “Re – generation Youth”. Il team è stato fondato seguendo il principio scientifico della transdisciplinarità, ma anche ogni azione successiva, come la scelta del naming, ha alle spalle un ragionamento, studio e ricerca. Quando mi chiedono un consiglio io ripeto sempre che la prima cosa da cui partire è lo studio e la ricerca. Non ci si può basare sulla casualità.

  • Ho visto che stai realizzando il report “Women in Culture”, cento donne che segnano la cultura, a che punto è? Dov’è possibile trovarlo?

Non abbiamo ancora pubblicato perché il lavoro di ricerca ci sta impiegando molto tempo. Stiamo lavorando solo su dati open access. Se con la pubblica amministrazione è più facile raccogliere i dati, con le imprese è stato molto meno semplice perché ci sono tanti problemi rispetto alle imprese culturali. Non c’è una definizione di impresa culturale e creativa, c’è un disegno di legge, portato avanti dall’onorevole Ascani, ma è fermo alla scorsa legislatura, quindi non si sa quando lo riprenderanno. Questo sicuramente è uno dei dati molto nevralgici rispetto a un report delle donne nell’impresa culturale e creativa. Nella pubblica amministrazione i dati sono in forte cambiamento. Noi vorremmo uscire con un report con un margine di errore ridotto.

Un think tank fa ricerca e nel suo far ricerca deve anche consentire l’applicazione, e “Women in culture” ne ha sperimentato l’azione attraverso un evento omonimo, a Maratea, dove con una call to action, abbiamo avuto un discreto risultato con più di venti start up provenienti da tutta Italia che si sono incontrate con i vertici delle CEO donne under 40. Lì abbiamo fatto formazione con delle mentoring veramente eccezionali nel panorama europeo, le abbiamo fatto pitchare e sfidare fra di loro. Abbiamo poi saputo che nell’anno e mezzo trascorso dall’evento di Maratea, molte di loro hanno evoluto il proprio business.

In quel momento l’applicazione fisica di “Women in Culture” è stata molto utile per capire che lo scenario è non solo complesso, ma ha una sua identità precisa rispetto alla parte delle imprese. La pandemia ci ha impedito di fare un’edizione numero due di “Women in Culture”, ma vogliamo a tutti i costi rifarlo a settembre/ottobre prossimo. 

L’esperta di statistica Linda Lara Sabbadini la scorsa settimana ha dichiarato: “C’è il rischio che il Recovery fund acuisca la disuguaglianza di genere perché c’è il vincolo del 57% di stanziamenti ai settori green e ict dove la presenza femminile ha una percentuale bassa”. Che cosa ne pensi del Recovery fund?

Ho scritto un articolo l’altro giorno con questa provocazione: spero che ci siano costruttrici e non solo costruttori di questo Paese. Credo che il recovery fund aldilà di tutta una serie di dietrologie, di slogan, sia non solo un importante strumento e un’importante opportunità per l’Italia di investire lì dove sono i settori nevralgici di questo Paese. La crisi che ci attanaglia da ormai un decennio, e che è stata accentuata dal covid, ha mostrato quanto sia fondamentale investire su donne, giovani, infrastrutture e – diciamocela tutta – anche Sud, perché sono i quattro settori fondamentali per uscire dalla crisi. È emblematico come giovani e donne abbiano pagato le spese più degli altri in questo periodo, perché non c’è un welfare che tuteli in qualche modo il diritto di lavorare, di studiare, che renda accessibile la vita per giovani e donne in maniera attiva o proattiva. 

  • Come bisognerebbe investire sullo specifico?

Sicuramente l’investimento bisognerebbe farlo in maniera seria e costruttiva, non dare sussidi, ma creare e incentivare posti di lavoro all’interno delle aziende, della pubblica amministrazione, arrivare a una sburocratizzazione, a uno svecchiamento della PA. Fare veramente in modo che le donne possano fare la scalata nella pubblica amministrazione perché se sono brave e meritevoli debbono fare. Così si innesta un circolo virtuoso. 

Il recovery fund, il piano dell’Italia, non si baserà su spesa e conseguenti fondi, ma su obiettivi raggiunti, che è un discrimine molto importante rispetto a tutte le sovvenzioni e sussidi europei. Solo su obiettivi raggiunti ci saranno i fondi, quindi dobbiamo stare ben attenti da questo punto di vista, fare in modo non solo che ci siano delle policy pensate in un certo modo, che valorizzino il comparto giovani e donne, ma che rendano poi fruibile e futuribile il sistema non solo delle imprese, ma anche della pubblica amministrazione in Italia. 

Il progetto al quale stiamo lavorando si chiama Costituende e va proprio in questa direzione. L’auspicio è di lavorare perché nei prossimi cinque anni ci sia un governo al 70% costituito da giovani, brave, donne e soprattutto che ci siano ministeri strategici affidati a donne. Noi non possiamo e non dobbiamo più accettare che la visione al femminile non venga presa in considerazione. Il femminismo, le questioni di genere, non significano andare contro gli uomini, ma raggiungere la parità, che è un diritto all’accesso a posti di lavoro allo stesso modo e alla paga uguale. Con Costituende cercheremo di lavorare nei prossimi 5 anni su questi temi. Ci crediamo.

Crediamo sia fondamentale che la rappresentazione superi la parte di rappresentanza, perché finché se ne parlerà solo e non ci sarà fisicamente un’immagine di ciò che accade, resterà solo teoria. Com’è accaduto con Kamala Harris in America, come sta accadendo nel resto dell’Europa del Nord, è fondamentale che anche in Italia non ci si fermi ai begli articoli, alle frasi scritte, ma che veramente si vada verso quella direzione. Credo che con l’evento e l’avvento del Recovery fund questo debba essere considerato, tenendo presente che la Commissione Von Der Leyen, ha nelle sue linee strategiche, l’obiettivo della parità di genere entro il 2030, ed è qualcosa di decisivo e fondamentale. 

  • Tu entreresti in politica?

(Ride) Questa è una domanda un po’ complessa. Con Costituende stiamo lavorando a una strategia. Diciamo che mi piace essere spettatrice di queste cose, ma nella vita non si sa mai, questo l’ho scoperto sulla mia pelle e vediamo cosa succederà. Per ora lavoriamo in maniera strategica ad un Governo per il 70% costituito da donne, ovviamente anche questa è una provocazione, ma chiara e netta, che deve fare in modo che anche tutte le realtà che si occupano di questioni di genere e femminismo cooperino. 

  • Hai fatto una scelta molto precisa quando hai creato “Re – generation Youth”: l’autofinanziamento, non costituirvi come no profit, vuoi spiegarne le ragioni?

È una scelta etica molto forte perché proveniamo da un settore culturale dove abbiamo visto spesso realtà comportarsi come un’impresa, però letteralmente sfruttare ragazzi e sottoporli a forme di volontariato che volontariato non erano. Non volevamo ricreare questo genere di cose. Anzi, spezzare quella catena era anche un modo per dimostrarsi contrarie a quel sistema, che è ciò che è ben distante dall’associazionismo e volontariato che conosciamo tutte quante perché proveniamo da esperienze del genere. Volevamo contrastare un tipo di messaggio che vedeva in certe realtà l’aspetto legato alla cultura messo lì quasi per caso. C’è nei nostri obiettivi l’idea di fare in modo che “Re – generation Youth” si sviluppi come una fondazione, quello crediamo sia la giusta cornice ed evoluzione del nostro think tank.

  • Quanta paura c’è stata nel fare questo tipo di passaggio e sostenersi sulle proprie gambe?

Tantissima. Io penso che le imprese, le realtà associative no profit, si basino non solo su una parte economica, ma anche tutto quello che è anche lo sforzo, il lavoro è monetizzato. Spesso impropriamente pensiamo che il cash sia l’effettivo costo, ma invece è dato anche dal tempo che si dedica a quell’attività. Ci sono dei costi elevatissimi in “Re – generation Youth” e sono totalmente autofinanziati, perché c’è un impiego di tempo importante dietro. La casualità non esiste, è tutto strategicamente incastrato con le sue ovvie difficoltà perché avere un team così ampio che porta ragazze da tutta Italia a collaborare, non è semplicissimo. 

La paura del fallimento c’è stata, ma con una maturità diversa rispetto a tre anni fa. Da parte mia c’è una responsabilità molto forte che sento per le persone e le ragazze che lavorano con noi, di mantenere sempre alto lo stimolo per lavorare all’interno di questo progetto. 

Sì, la pandemia per noi è stato un momento di reset molto importante, ci ha posto davanti all’esigenza di dover raccontare la ricerca, lo studio e l’azione in modo diverso. Da lì sono nati vari output progettuali: l’Economic pills; un format che si chiamava “Smoothie” e ora si chiama “Cheeck to cheeck”. Non solo raccontiamo dei frammenti di economia con la nostra Serena Mazzei, ma proviamo a far conoscere le persone che ci sono dietro i progetti, che spesso hanno delle storie incredibili.

Ci saranno altri format, Women in Culture versione talk, almeno finché non ci si potrà incontrare fisicamente per l’edizione due. Marzo ha segnato un po’ la bandierina verso un nuovo restart, che è nella nostra filosofia del voler rigenerare e dare a momenti difficili dei punti e spunti per poter ripartire. C’è stato un cambio rispetto al modo di voler raccontare e disseminare risultati e ricerca.

  • Quali saranno i tuoi progetti futuri?

Costituende è quello a cui teniamo di più. Stiamo per uscire con un manifesto programmatico. Vogliamo ragionare sui numeri, i dati che ci hanno portato ad oggi ad avere governi non solo con Primi Ministri, ma con Capi dello Stato sempre tutti al maschile. Sì, ci sono i bias cognitivi e un problema di comunicazione, ma vogliamo capire dov’è il problema e soprattutto essere propositive per un lavoro da qui a cinque anni che ci porti ad un governo costituito da giovani donne meritevoli in ministeri strategici, come quello della Cultura. Per me è assurdo che in 74 anni di Repubblica ci siano state solo 2 ministre dei Beni Culturali. Non è solo triste, ci fa arrabbiare e rendere conto che qualcuno debba prendere in mano questa situazione e farlo dal basso, anche con un’azione non tanto silenziosa, che possa portare ad un cambiamento nella rappresentazione e non solo nella rappresentanza. 

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