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Cultura

Il massacro di Addis Abeba e le mani sporche di sangue degli italiani

Dal 19 al 21 febbraio ogni etiope ad Addis Abeba che passava sotto la vista di un italiano fu trucidato con l’unica “colpa” di essere un autoctono.

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Yekatit 12 è il giorno del calendario etiopico che coincide con il “nostro” 19 febbraio. Correva l’anno 1937 e siamo nel pieno di quel che è stata l’apoteosi del regime fascista: il 9 maggio 1936 Benito Mussolini si era affacciato dal balcone di Palazzo Venezia proclamando l’impero coloniale. Imperatore era il re Vittorio Emanuele III che, negli stessi anni, riceverà anche la corona di re d’Albania. È da sottolineare che entrambi i titoli non fecero che consolidare ulteriormente il rapporto tra il duce e la casa Savoia.

La “natura” del fascismo e il silenzio del re

Questo non può che aprire una piccola parentesi sulla natura del fascismo e sulla strage di Addis Abeba, sostanzialmente un eccidio. Benito Mussolini è stato nel ventennio che va dal 1922 (crisi del governo Facta) al 1943 il primo ministro italiano di un governo appoggiato dal Parlamento e, soprattutto, dalla corona. Nel 1928 la Camera dei Deputati diventa la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, eletta in blocco dal Gran Consiglio del Fascismo e quindi eliminando di fatto una rappresentanza reale. Il senato, invece, resta in carica perennemente senza subire variazioni (al tempo era eletto interamente dal sovrano).

Quando il 31 ottobre Mussolini diventava primo ministro del suo primo governo aveva alla Camera soltanto 36 deputati ma avrà una maggioranza data da un governo di coalizione. Quindi, oltre ad essere stato scelto dal sovrano (conformemente alla carta costituzionale del tempo), ha avuto l’appoggio dei massimi rappresentanti del popolo.

Insomma: ha iniziato la sua carriera nelle forme più legali possibili conforme alle pratiche istituzionali fin dall’Unità.

Anche la sua uscita di scena vedrà come protagonista il sovrano Vittorio Emanuele III. Sui manuali storici molta attenzione si dà a quella seduta del Gran Consiglio del Fascismo tra la notte del 24 e 25 luglio 1943 dove massimi esponenti del Partito Nazionale Fascista votano a favore della caduta del duce. Tra questi: Grandi, Bottai, Federzoni, i due quadriumviri De Bono e De Vecchi e perfino Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Forse meno conosciuta è la vicenda che lo stesso 25 luglio vede entrare direttamente in gioco il re.

La mattina stessa l’ex primo ministro è convocato nella residenza di Villa Savoia dove Vittorio Emanuele III si prese la briga di imporre a Mussolini la sua uscita di scena risvegliando, dopo una lunga assenza, lo Statuto Albertino. Il nuovo capo del Consiglio dei Ministri era il maresciallo Pietro Badoglio. Fu Badoglio ad entrare nella capitale etiope Addis Abeba il 5 maggio 1936 e fu sempre lui a lasciare la carica di viceré a Rodolfo Graziani, anche comandante supremo delle truppe nelle colonie.

Rodolfo Graziani e l’eccidio di Addis Abeba

Quest’ultimo fu una delle figure di spicco del fascismo: la storiografia italiana tenta tutt’oggi di nascondere le atrocità che quest’uomo attuò sistematicamente nelle conquiste coloniali italiane. Una testimonianza è data dal film Il leone del deserto (1981, regia di Mustafa Akkad) censurato in quanto ritenuto lesivo all’onore dell’esercito italiano. I suoi metodi brutali portarono al suo soprannome “macellaio del Fezzan”.

La proclamazione dell’impero in Italia non coincise a pieno con quello che stava accadendo nelle colonie. Fronde di dissidenti si mossero fin da subito dato che per l’assenza prolungata di Graziani si pensò nella capitale etiope alla sua morte in qualche conflitto armato. I metodi brutali (scontri, eccidi, razzie, incendi e uso sistematico dei gas) portarono, al suo ritorno ad Addis Abeba, il desiderio di vendetta. Proprio per questo, durante un evento pubblico, vi fu un’attentato: due giovani della resistenza etiope, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, lanciarono delle bombe a mano ma rimase illeso.

Le foto dell’orrore

La risposta dei civili italiani fu sostanzialmente un movimento di stampo squadrista: impugnando armi vere e improvvisate picchiarono ed uccisero tutti i cittadini etiopi che trovarono per le strade. Fucilazioni sommarie, incendi di abitazioni, una vera e propria ‹‹forsennata “caccia al moro”››. Dal 19 al 21 febbraio ogni etiope che passava sotto la vista di un italiano fu trucidato con l’unica “colpa” di essere un autoctono. Decine di autocarri, sotto ordine di Graziani, trasportarono i corpi in fosse comuni per nascondere i cadaveri. In Italia arrivarono foto di militari italiani che gioivano con teste di decapitati in mano come emblema del predominio italiano a suggello delle migliaia di uccisioni.

È fondamentale per noi italiani ricordare questi episodi perché, per i motivi esplicitati sopra, queste azioni non rientrano solamente nell’ambito delle azioni fasciste ma, occorre ricordare , che tutte le scelte del ventennio trovarono il placet della corona. Pensare che Vittorio Emanuele III non proferisse parola in quanto soggiogato dalle logiche e dalla volontà del duce è un pensiero antistorico: il re sottoscrisse pressoché tutte le azioni del Governo Mussolini. Il peso di questa strage, che causò circa 19.000 morti, ci appartiene: accettarlo è il primo passo per una corretta assimilazione della vicenda.

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