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Nasce “Terzo Tempo NBA” per gli appassionati di basket e non solo

Su “Terzo Tempo NBA” troverete due articoli a settimana, uno il sabato ed uno la domenica. Nella giornata di sabato parleremo brevemente di tutte le squadre NBA, commentando la classifica del momento. Inoltre per ogni squadra NBA troverete i risultati delle partite giocate in settimana ed un’esigua analisi sulle prestazioni di squadra e dei singoli giocatori. Ogni sabato nomineremo anche il “player of week” (il giocatore della settimana), ovvero il giocatore che, secondo noi, è stato più decisivo durante l’ultima settimana.

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di Andrea Ciriello e Aurelio Nappa

Se vi dicessimo “NBA” senza aggiungere altro, quale sarebbe la prima immagine che colorerebbe la vostra mente? Per me Michael Jordan che schiaccia con la lingua da fuori. Per Aurelio probabilmente Lebron che schiaccia mentre Wade già esulta. Per qualcun altro Kobe che ne mette agevolmente 81 contro i Raptors. Ogni generazione ha una sua immagine della NBA ben predefinita e questo dimostra quanto sia diventata “nostra” una lega americana. Non è un mistero che la Lega Serie A di basket sia seguita molto meno. C’è chi dice che sia per la minore spettacolarità dei punteggi e delle azioni. Il basket italiano, ma in generale tutto quello europeo, è sicuramente più “tradizionale” e votato alla difesa. 

Perché nasce questa rubrica?

Siamo Aurelio ed Andrea, due ex cestisti. Grazie alla Politica del Popolo siamo diventati buoni amici ed abbiamo scoperto di avere in comune una grande passione per il basket. In questa nuova rubrica vi porteremo alla scoperta della NBA, con aggiornamenti settimanali e raccontandovi delle pittoresche storie di giocatori “fuori dagli schemi”, per restare in tema cestistico. L’idea ci è venuta quasi per caso, mentre commentavamo l’inizio di stagione a dicembre. Ci siamo detti: “Perché no? A noi piace parlarne. C’è molta gente che segue l’NBA, facciamo un recap settimanale con le nostre impressioni”.

Poi ci abbiamo riflettuto: e chi non segue l’NBA? Non leggerà, dai. Ma perché non provare ad avvicinare persone nuove a questo spettacolo bellissimo? E così nasce la seconda parte della rubrica settimanale, quella che parlerà di giocatori, allenatori, squadre…ma fuori dal campo. Si parlerà degli uomini, insomma. Perché ci sono alcuni cestisti che sono “more than an athlete” (più di un atleta). Con aneddoti interessanti, storie che possono fungere da esempio per la vita o per chi si affaccia a questo sport, ma anche racconti al limite della legge. E’ vero, non siamo dei giornalisti come Adrian Wojnarowski o dei commentatori come Shaquille O ‘Neal, ma compenseremo con impegno e passione. In questa rubrica commenteremo le partite e le prestazioni dei giocatori, ma racconteremo anche la storia di chi ha lasciato e sta lasciando un ricordo indelebile nell’NBA.

L’NBA e il fenomeno degli anni 80

L’NBA è stato un fenomeno che è divenuto globale negli 80′ grazie a personaggi carismatici come Bird o Magic Johnson o Michael Jordan, arrivando oltreoceano insieme ad un altro fenomeno americano: la World Wrestling Federation di Hulk Hogan. Nella stagione paillettata e consumistica degli 80s abbiamo assistito senza dubbio ad una americanizzazione della cultura italiana: paninari, musica e culto dei personaggi. E forse non è un caso che proprio in questo periodo si afferma sul piano internazionale un modo di fare sport votato allo spettacolo. 

E questa ascesa è stata inarrestabile. Soprattutto sul piano del marketing. Fermatevi un attimo a pensare: quanta gente avete visto 15 anni fa con la maglia di un giocatore NBA in giro per la vostra città? E quanti ne avete visti negli ultimi 2-3 anni? Sicuramente molti di più. E lo stesso fenomeno sta coinvolgendo oggi la NFL. Dicasi sport entertainment. Gli americani nella promozione e nella comunicazione sono avanti anni luce rispetto a noi, anche questo è un aspetto non secondario. E sannopromuovere davvero OGNI COSA. Ad esempio: trovate l’NBA moderna troppo da signorine? Il wrestling è tutto finto? No problem, c’è la NHL (hockey, ndr) dove se le danno di santa ragione e tutto a norma di regolamento.  

Perché seguire l’NBA?

Ma se oggi dovessimo convincere qualcuno a guardare l’NBA cosa diremmo? Questa domanda è complicata, perché con l’avvento del nuovo millennio e soprattutto negli anni dei social network, le immagini e i video sono diventati ultravirali. Della serie che basta aprire Instagram per essere letteralmente bombardati di video di Lebron che schiaccia o di Lillard che insacca triple da centrocampo. Quindi, sicuramente non è questa la strada giusta.

E scende la lacrimuccia se pensiamo a quanto siano cambiate le cose (“E quanto sto diventando vecchio” cit. Andrea): nel 1996 usciva Space Jam.  Un film che se vogliamo ha pure una trama poco sviluppata, ma l’idea è stata semplicemente pazzesca: ha reso protagonista l’icona assoluta del basket mondiale in quel momento (e di sempre, mio modesto parere),Michael Jordan, inserendolo in un film dei Looney Tunes. Risultato? Centinaia di milioni di bambini per almeno 10 anni hanno scoperto l’NBA in questo modo. 

Iniziamo con un po’ di storia

E qua c’è già il primo aneddoto: il basket non è stato inventato da un americano, bensì da un canadese. Ma siccome gli americani hanno questo desiderio malcelato di voler eccellere in ogni cosa e se ci unite una sorta di retaggio culturale che li porta a considerare i canadesi come i cugini meno svegli (per usare un eufemismo), allora si spiega come mai l’inventore della pallacanestro James Naismith sia stato naturalizzato americano. E pensate che James, morto nel 1939, ha fatto in tempo a vedere la sua creatura diventare addirittura una disciplina olimpica nel 1936.

E proprio lui ha alzato la prima palla a due a Berlino e ha incoronato con la medaglia d’oro la nazionale americana (e chi se no). Un docente di ginnastica canadese si ritrova a diventare una sorta di eroe americano e Presidente onorario della Federazione Internazionale della Pallacanestro. La Hall Of Fame del basket è intitolata non a caso proprio a lui. La FIBA ha dato invece il nome NaismithTrophy alla coppa del mondo di basket. Una storia incredibile, nata per puro caso: gli fu chiesto per le lezioni invernali di ginnastica di inventare qualcosa che potesse intrattenere i ragazzi e che si potesse fare al chiuso. Così il nostro James inizia a pensare e prende spunto un po’ dal Duck-on-a-rock, gioco per bambini canadese, un po’ da altri sport di squadra già esistenti. 

Le regole del Basket

Le prime 5 regole del “nuovo gioco” inventato da Naismith:

  1. Si gioca con un pallone rotondo;
  2. Non è consentito camminare con il pallone tra le mani;
  3. I giocatori possono posizionarsi come vogliono sul campo nel corso della partita;
  4. Non è consentito il contatto fisico;
  5. Per segnare un punto si deve buttare la palla in un canestro.

Queste regole nel corso degli anni sono state riadattate, anche in virtù dello spettacolo offerto (non dimenticatelo mai, per gli americani non esiste sport senza entertainment). La prima a farlo fu una donna, russa, Senda Valvrojenskij, che riadattò il regolamento per permettere anche alle donne di poterci giocare. Se James Naismith è considerato il padre, Senda è considerata la madre della pallacanestro. E se consideriamo che si parla di fine 800, non va data per scontata questa apertura all’universo femminile. L’emancipazione delle donne, passa anche da questo. 

La prima lega professionista è la American Basketball League, che nasce nel 1925 dall’idea di tre alti dirigenti della NFL (e questo fa capire i rapporti di interconnessione molto forti tra i vari sport professionistici american). Per un quarto di secolo sarà la lega di riferimento, quella in cui si ritroveranno a giocare le squadre più forti della costa est degli Stati Uniti. La ABL ha avuto due grandi meriti: è riuscita a far sopravvivere il basket professionistico sia dopo la Grande Depressione sia dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In due momenti bui per milioni di persone, lo sport rappresentava un rilancio e uno svago. Volendo un po’ forzare un parallelismo con la situazione odierna, è lo stesso motivo che sta spingendo le grandi leghe mondiali di ogni sport a non fermarsi durante questa pandemia e scegliere di giocare senza pubblico (o con pubblico ridotto) pur perdendo miliardi di dollari/euro/yen/rubli ad ogni partita causa mancanza di incassi. Certo, ci saranno anche motivi di natura contrattuale, ma crediamo che in questo ultimo anno siano venuti fuori di nuovo i valori dello sport.

Nel 1946 nasce la rivale della ABL: la Basket Association ofAmerica (BAA) che nel 1949 dopo la fusione con la National Basket league diventerà la NBA, National Basket Association.  La NBA si pone subito come una lega votata al meltin pot e diventa una fucina di grandi campioni, questo causerà la crisi e la scomparsa pochi anni dopo della ABL.  Negli anni 50 viene introdotta una regola che ancora oggi è in vigore ed è alla base dei punteggi vertiginosi delle partite: la regola dei 24 secondi per azione. Dopo questa introduzione, il basket non è stato più lo stesso.

L’NBA e il contesto sociale

LAKE BUENA VISTA, FLORIDA – JULY 30: LeBron James #23 and Anthony Davis #3 of the Los Angeles Lakers in a Black Lives Matter Shirt kneel with their teammates during the national anthem prior to the game against the LA Clippers at The Arena at ESPN Wide World Of Sports Complex on July 30, 2020 in Lake Buena Vista, Florida. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Mike Ehrmann/Getty Images)

Tornando all’aspetto sociale, è importante ricordare che negli anni 50 si intensificano le lotte per l’uguaglianza dei diritti da parte degli afroamericani. Le partite NBA così assumono un significato più profondo e ogni serata si trasforma in una battaglia. E saranno proprio due afroamericani a diventare protagonisti e simboli assoluti della NBA negli anni 50 e 60: Bill Russell e WiltChamberlain. Russell arriverà ai Boston Celtics nel 1956 e condurrà una delle squadre più forti di sempre a vincere 11 titoli in 13 anni. Bill rimane ad oggi il giocatore che ha vinto più titoli NBA e ha delle statistiche difficilmente ripetibili nel basket moderno: ha chiuso la carriera con una media di oltre 22 rimbalzi a partita.

Troverà un degnissimo rivale in Will Chamberlain, autentica macchina da guerra, l’uomo della partita perfetta da 100 punti (e 55 rimbalzi, giusto come passatempo). Will aveva anche lui medie incredibili (ha chiuso la carriera con 30 punti e quasi 23 rimbalzi a partita) e lo scontro tra questi due titani ha creato per la prima volta l’occasione per l’NBA di farsi conoscere in tutto il mondo. Questa espansione internazionale fece cresce l’interesse per la pallacanestro e a metà degli anni 60, l’NBA si trovò a fronteggiare l’esplosione di una nuova lega rivale: la ABA (American Basketball Association).

Per un decennio ci fu una sfida a colpi di ascolti e campioni che passavano da una lega all’altra in cerca del miglior contratto. Alla fine la spuntò l’NBA, ma abbiamo ancora oggi una traccia ben visibile della ABA nel campionato americano: infatti ben quattro squadre furono acquisite proprio da quella lega e sono i Pacers, gli Spurs, i Nets e i Nuggets. Ma soprattutto la ABA vive ancora nella NBA grazie ad una regola base che fu introdotta proprio dopo la sua acquisizione da parte della NBA: il tiro da 3 punti. Che sostanzialmente è quello su cui si basa il 50% delle azioni della NBA degli ultimi 10 anni. 

Il fattore marketing nell’NBA

Ma fu determinante per vincere questa rivalità anche il fattore marketing: nel 1971 nasce il logo della NBA per come tutti oggi lo vediamo e conosciamo: una stilizzazione di Jerry West, stella dei Lakers di allora, che entra in penetrazione. E come dicevamo all’inizio dell’articolo, nel campo della comunicazione gli americani non sono secondi a nessuno. 

La comparsa del tiro da tre e l’arrivo nella NBA di due talenti cristallini come Larry Bird e Magic Johnson a fine anni 70, farà fare alla lega il definitivo salto di qualità.  La rivalità Celtics(guidati da Bird) contro Lakers (guidati da Magic) diventerà il leitmotiv degli anni 80. Azioni spettacolari, assist no look, schiacciate poderose e tutta la campagna del marketing intorno che si attiva: iniziano ad arrivare i filmati delle partite in Europa, si intravedono anche da noi le prime maglie delle stelle americane.

E gli anni 80 regalano anche uno dei Draft più clamorosi della storia: nel 1984 entrano nella lega stelle del calibro di HakeemOlajuwon, John Stockton, Charles Barkley e Michael Jordan. Su ognuno di loro ci scriveremo sicuramente un articolo nelle prossime settimane, ma ci soffermiamo brevemente su Jordan: ha letteralmente portato l’NBA sul tetto del mondo.

The Last Dance

Una prova? Netflix lo scorso maggio ha pubblicato The Last Dance, ovvero un documentario con girati inediti sull’ultimo titolo dei Chicago Bulls nel 1998. Ebbene, The Last Dance a stracciato ogni altro show presente nel palinsesto per mesi. Quanti altri documentari sul mondo sportivo potrebbero fare lo stesso? I motivi sono molteplici e ci aiutano a capire l’evoluzione di questo sport e della macchina mediatica che lo circonda. Per esempio uno degli sportivi più conosciuti del mondo, Jordan, diventò un modello per ogni aspetto della vita: dall’etica sportiva, alla moda, alla politica.

Il roster di quella squadra era una alternanza di talento e spregiudicatezza. La vita di Rodman meriterebbe una saga cinematografica a parte, ad esempio. E da quei Bulls nasce l’NBA moderna che vediamo oggi: partite in Europa, interviste fuori dagli schemi, merchandising sfrenato, gossip, highlights delle partite che fanno il giro del mondo. Le arene si riempiono e anche i non appassionati si incuriosiscono e qualche partita iniziano a guardarla anche solo per capire cosa fa di speciale questo Michael Jordan di cui tutti parlano. 

Oggi l’NBA è dentro (quasi) ogni casa degli italiani e i numeri social sono da capogiro. I contratti dei giocatori sono i più alti di ogni sport a livello mondiale, per intenderci.  Il nostro intento sarà ricreare un po’ quelle atmosfere di curiosità che hanno alimentato gli anni 80 e 90 e avvicinare anche i più scettici a questo che è più di un semplice sport. 

WE LOVE THIS GAME!

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Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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