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Il lavoratore che rifiuta di vaccinarsi verrà risarcito se si ammala di Covid?

A Genova 15 infermieri hanno rifiutato di vaccinarsi e successivamente si sono ammalati. E adesso, che dice la legge?

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Una delle ultime scelte del governo Conte bis ha previsto la non obbligatorietà del vaccino. Scelta non priva di conseguenze. Un primo interrogativo, analizzato in un altro articolo, è se il datore può licenziare il lavoratore che decide di non vaccinarsi. Secondo i primi commentatori, la risposta dovrebbe essere positiva ex art.2087 c.c. al fine di tutelare l’integrità degli altri lavoratori e quindi la salute sul luogo di lavoro. Tuttavia, l’interrogativo resta in piedi per un’assenza di una legge che ne preveda l’obbligo.

Altra conseguenza sotto forma di domanda posta all’INAIL (l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) negli ultimi giorni, è se il lavoratore che rifiuta di vaccinarsi e poi si ammala di Covid in base all’attività svolta, possa essere considerato alla stregua di un lavoratore infortunatosi sul lavoro con le tutele e i risarcimenti previsti oppure meramente in malattia. Nonostante ancora nulla è stato deciso e l’istruttoria è allo stato embrionale, sembra già consolidato l’orientamento secondo il quale:

in questo caso il contagio non può essere considerato infortunio sul lavoro e quindi non risarcibile come tale.

Il caso di Genova

Il casus belli nasce a Genova dove 15 infermieri hanno rifiutato di vaccinarsi e successivamente si sono ammalati. Secondo Cesare Damiano, membro del Cda dell’Inail, si legge sul Corriere: «A mio giudizio è logico che chi decide di non vaccinarsi e svolge una mansione a rischio poi non possa chiedere il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro. Anzi, dovrebbe essere messo nelle condizioni di non essere un pericolo per sé e per gli altri, evitando il licenziamento, ma svolgendo mansioni che non hanno contatto con il pubblico» per tali motivi auspica una legge che obblighi il vaccino almeno per alcune professioni. Tuttavia, Damiano sottolinea di parlare a titolo personale. Ricordiamo che gli infermieri sono state una delle categorie affette dal maggior numero di contagi e morti.

La non obbligatorietà del vaccino è foriera di conseguenze che impattano non poco nell’ambiente di lavoro. Secondo il Garante della privacy, siccome il vaccino non è obbligatorio, il datore di lavoro non può chiedere al lavoratore o al medico se hanno fatto il vaccino o meno, il vaccino non costituisce condizione necessaria per svolgere l’attività lavorativa, la scelta presa dal lavoratore è riservata. In questo caso, solo il medico può, in base alla professione svolta dai soggetti, esprimersi con un certificato di idoneità o meno del dipendente a svolgere quelle mansioni. In questo caso il medico terrà conto dell’esposizione del soggetto ad agenti biologici e del luogo di lavoro in base alla potenziale trasmissibilità della malattia, si pensi ad un soggetto che lavora in un team.

La necessità di una legge

Si comprende come le problematiche legate alla non obbligatorietà del vaccino siano un vulnus alla certezza giuridica e non. Dato il periodo storico, nel rispetto dei principi costituzionali e quindi art.32 Cost, non si può che auspicare un intervento del legislatore in materia, intervento orientato verso l’obbligatorietà del vaccino in modo da poter dare una risposta certa ai datori di lavoro e ai lavoratori. Una legge eviterebbe un numero eccessivo di contenziosi ma soprattutto consentirebbe il pieno rispetto della sicurezza sul luogo di lavoro.

Il vaccino dovrebbe essere un obbligo morale ancor prima di un obbligo legislativo. Un obbligo, un dovere nei confronti di 2,46 Mln di deceduti che il vaccino l’avrebbero fatto e come.

La vaccinazione obbligatoria di alcune categorie professionali, come medici e infermieri, sarebbe inoltre una sicurezza per il paziente, sicurezza che si traduce: “Se vado all’ospedale per curarmi l’appendicite, posso essere tranquillo sul fatto che l’infermiere che mi attacca la flebo è un soggetto vaccinato e non veicolo di trasmissione Covid”. In assenza di una legge lo spazio è lasciato agli interpreti lasciando i datori di lavoro in un mare di incertezze, lasciandoli soli in delle scelte che potrebbero tramutarsi, in alcuni casi, in responsabilità penali.

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Mi chiamo Angelo, sono campano e sono del 1998. Studio Giurisprudenza alla Federico II e sono un inguaribile lettore di quotidiani e libri di vario genere. Principalmente mi occupo di fornire una visione chiara e commentare le tematiche legate al diritto. Non mi dispiace approfondire casi di cronaca nera, criminalità organizzata, economia, politica estera e nazionale.

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