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Ambiente

Capitalismo climatico: perché il cambiamento climatico è diventato mainstream?

I danni del cambiamento climatico iniziano a farsi sentire e sembrano irreversibili. Siamo ancora in tempo per cambiare le cose? Come e cosa possiamo fare?

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I danni del cambiamento climatico sembrano essere irreversibili. Continua a crescere nella nostra società una sensazione di ansietà. Ci sentiamo impotenti di fronte a questi cambiamenti. Quanto può la singola azione cambiare le cose? Il problema è che è necessario un cambiamento radicale dei nostri comportamenti e servono dei gesti collettivi.

I processi climatici non sono una novità, si è visto che esiste una correlazione positiva tra collasso delle civiltà e cambiamento climatico. Si pensi al caso dei vichinghi o alla peste del 1300.

Le previsioni parlano di un aumento della temperatura media sulla Terra pari a 3,2 gradi Celsius entro la fine del secolo. L’obiettivo di Parigi, fissato quattro anni fa, è di contenere questo ben al di sotto di 2 gradi Celsius. Ma questo non sarà possibile se continuiamo a consumare nel modo in cui siamo abituati. È necessario iniziare una trasformazione commerciale e produttiva.

Questa trasformazione è però intralciata dai portatori di interesse del nostro sistema capitalistico attuale, come ad esempio i paesi esportatori, le aziende petrolifere, le compagnie aeree ecc. convincere tutte queste imprese non è semplice.

Come il sistema capitalistico moderno si intreccia con il clima

Il sistema attuale capitalistico intreccia i fattori specifici di capitale, lavoro e cambiamento tecnologico sia con la dimensione demografica che con la disponibilità di risorse naturali. Il capitalismo è quindi intrinsecamente legato all’uso delle risorse naturali, si parla in questo caso di capitalismo carbonifero.

L’attuale sistema porta a produrre sempre più energia, prodotta per la maggior parte da fonti fossili, per mobilitare sempre meno forza lavoro, e di conseguenza meno valore. Questo sta portando a una profonda crisi della dialettica capitalismo/natura. In altre parole:

  • Si richiede sempre più energia per unità di tempo lavorativo;
  • Il lavoro non aumenta la sua produttività in proporzione all’aumento di consumo di energia;
  • L’energia che mobilita lavoro è per la maggior parte derivata da fonti fossili.

È ormai appurato che bruciando combustibili fossili aumenta la Co2 nell’atmosfera, generando il cosiddetto effetto serra. Tra il 1900 e il 1970 il consumo di Co2 è decuplicato. I paesi del G20, ossia le economie più avanzate al mondo, sono responsabili del 78% di tutte le emissioni gas serra. Quindici tra loro ancora non si sono impegnati ad un piano preciso di zero emissioni nette.

Il capitalismo climatico, invece, ha come obiettivo la decarbonizzazione dell’economia. Ovvero il processo di riduzione del rapporto carbonioidrogeno nelle fonti di energia. Il concetto di decarbonizzazione viene spesso citato quando si parla di transizione da una società che utilizza combustibili fossili ad una società che utilizza energie rinnovabili.

La crisi energetica del 1973

Tra gli anni Sessanta e Settanta nasce nella comunità scientifica un interesse sulla relazione tra crescita economica e aumento del consumo energetico. Negli anni Settanta inizia il conflitto tra Israele e i paesi arabi, nel 1973 scoppia la crisi energetica. Il prezzo del petrolio aumenta a un ritmo costante, generando un shock dell’offerta di petrolio.

La crisi cambia la mentalità della popolazione su alcuni importanti temi: si diffonde una maggior consapevolezza dell’instabilità del sistema produttivo e si rivaluta l’importanza del petrolio, che non era più visto come l’unica fonte di energia possibile. Con la crisi energetica del 1973 cominciano ad entrare nel vocabolario comune nuove parole come “ecologia” e “risparmio energetico”. Simboli di un cambiamento della mentalità della società internazionale e della vita di tutti i giorni.

Prime proposte per una transizione ecologica

Per arrivare al consenso sul cambiamento climatico si deve arrivare agli anni Novanta. Vediamo effettivamente un cambiamento della struttura del capitalismo nel mondo. Aumentano i dibattiti sulla politica ambientale, nascono i partiti “Verdi”. Una soluzione al problema è quella proposta dall’environmental economics di Pierce. Ovvero una tassazione ambientale e schemi di emissions trading.

Il sistema delle emissioni (Emissions Trading system o ETS in inglese) è uno strumento amministrativo utilizzato dall’Unione europea per controllare le emissioni di inquinanti e gas serra a livello internazionale. Questo avviene attraverso la quotazione monetaria delle emissioni stesse ed il commercio delle quote di emissione tra stati diversi. (Vincoli ambientali imposti dal protocollo di Kyoto).

Negli Stati Uniti le prime regole per controllare gas nocivi furono emanate da Chicago e Cincinnati nel 1881. Seguirono tante altre città, e alla fine sono state adottate regole federali. Manca ancora la “carbon tax”, ossia una tassa sulle emissioni di anidride carbonica. A livello globale questa tassa copre il 15% delle emissioni ed è presente in 50 paesi (anche la Cina non ce l’ha). Non esiste però un accordo su quanto debba pagare chi inquina. In Svezia una tonnellata di CO2 “costa” 127 dollari, il prezzo più alto al mondo. Ma nella maggior parte paesi è di meno di 25 dollari a tonnellata. Secondo gli esperti per centrare gli obiettivi di Parigi la tassa dovrebbe oscillare tra i 40 e gli 80 dollari. Finora solo l’1% delle emissioni è coperto da un importo del genere.

Green bond

Negli anni 2000 si affacciano nuovi standard per il calcolo del carbon footprint e le banche si interessano in “green bond” o obbligazioni verdi. Sono l’investimento simbolo di chi ha a cuore il futuro del pianeta nell’era del climate change. I green bond, obbligazioni emesse per finanziare progetti con caratteristiche di sostenibilità ambientale, nei loro tredici anni di vita hanno conosciuto un boom incredibile: dagli 1,5 miliardi di dollari del 2007, il mercato delle obbligazioni verdi è passato ai 173,6 miliardi di dollari del 2017.

All’inizio venivano emessi soprattutto da grandi istituzioni sovranazionali come la Banca mondiale o la Banca europea degli investimenti, ma la moda dell’investimento responsabile ha ben presto attirato una miriade di altri emittenti, dalle singole aziende alle agenzie statali e persino alle amministrazioni comunali.

Nel 2015 gli investimenti in energia pulita hanno raggiunto la loro punta massima e più che doppiato quelli in energia fossile (290 miliardi contro 130). Così, la Cina che è di gran lunga il primo consumatore al mondo di carbone ha deciso di dimezzarne l’uso entro il 2020. In Italia il contributo delle fonti rinnovabili nella produzione di elettricità ha toccato la quota record del 40%.

Il capitalismo climatico oggi

Nel mondo è già in atto e corre sempre più veloce una vera “rivoluzione” economica e tecnologica, fatta di più efficienza nella produzione e nell’uso di energia, di meno petrolio e carbone, di molte più fonti rinnovabili, dell’affermarsi progressivo del paradigma dell’economia circolare che minimizza rifiuti, inquinamenti, prelievo di risorse naturali.

Stanno nascendo nuovi enti e nuove opportunità, vediamo un’espansione del mercato dei beni ambientali, testimoniato anche dal nuovo ministero della transizione ecologica. Bisogna cambiare il sistema capitalistico, prima ancora della politica, per dare il colpo di grazia a un modello di produzione e consumo dell’energia, quello basato sui fossili, che ormai produce costi ambientali, sociali, economici, geopolitici infinitamente superiori ai benefici che porta.

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Sono nata a Siracusa il 23/08/1999. Attualmente sono iscritta alla facoltà di Economia a Padova. Non ho molto da dire su di me, mi interesso a moltissime cose, mi piace scrivere ed informarmi. Sono molto contenta di collaborare con i ragazzi de "la Politica del Popolo", spero davvero che questa esperienza possa migliorare me e le persone che seguono questo blog.

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