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Ibrahimovic vs LeBron: la politica è l’arte di tutti

Il dibattito tra i due campioni serve a farci riflettere sul significato puro di Politica e di come quest’arte possa e debba essere esercitata da tutti.

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Nelle ultime ore, così come negli ultimi 15 anni almeno, Zlatan Ibrahimovic fa parlare di sé: Milan, infortunio, Sanremo, LeBron James.  Il dibattito oltreoceano che ha generato con la Star NBA dei Lakers ha riacceso un dibattito parecchio antico e controverso di cui speravamo di non sentir più parlare: uno sportivo può parlare di politica? 

Che cos’è la Politica?

Per analizzare il tema nel modo più chiaro possibile, occorre innanzitutto fare chiarezza sui significati del punto cardinale: cosa intendiamo per Politica, rigorosamente con la P maiuscola, nel senso più generico che questo nome può avere? 

Il termine deriva dal greco antico e comprende le radici di due concetti essenziali: da un lato πόλις (pòlis) ovvero città, e dall’altro τέχνη (tèchne) ovvero arte. L’arte di fare cose per la città. Ancora oggi, nel 2021, il significato più puro di essa è proprio questo: la politica è l’insieme di attività che hanno a che fare con la vita pubblica.

A sua volta, vita pubblica è l’opposto di vita privata. È fare qualcosa per gli altri, aiutare chi ha bisogno, impartire comandi, prendere decisioni, intrattenere, emozionare.  La politica è tutto ciò che viene fatto per la comunità, è la più profonda forma di altruismo che esista. Politica italiana NON docet. 

Il caso Ibra-LeBron 

Ibrahimovic, noto attaccante oggi di proprietà del club rossonero, in una recente intervista rilasciata sulle reti Discovery + Sweden, in risposta ad una domanda sul basket e su LeBron James dice:

“Lui è un fenomeno, ma non mi piace quando le persone che raggiungono un certo status fanno politica. Io gioco a calcio perché sono migliore in quello, se domani voglio iniziare con la politica farò il politico. Suggerisco di rimanere sul proprio percorso e di concentrarsi su quello che si sa fare meglio, altrimenti si rischia di fare brutte figure.”

L’attaccante si riferisce al fatto che il cestista americano è più volte sceso in campo contro ogni discriminazione e soprattutto contro il razzismo, facendosi portavoce specie negli ultimi mesi dei temi portati avanti dai manifestanti appartenenti al movimento Black Lives Matter. LeBron si è costruito questa immagine non solo sportiva già da diversi anni, scegliendo come suo personale e unico motto “More than an athlete”, più di un atleta. Non essendo cavalli con il paraocchi, la star NBA è sempre stata convinta del fatto che gli atleti possano e debbano utilizzare la propria visibilità per sensibilizzare l’opinione pubblica su alcuni temi a loro cari. 

La risposta di LeBron James 

Alla prima conferenza stampa disponibile, svolta tra le altre cose su Zoom, il cestista ha dato una risposta molto esaustiva all’amico-nemico oltreoceano, portando addirittura prove a supporto della sua tesi. 

“Divertente che queste parole vengano da lui, perché nel 2018 in Svezia ha fatto le stesse cose”

Il giocatore NBA ha citato una intervista di Ibrahimovic risalente al 2018 in cui il calciatore accusava i suoi connazionali svedesi di razzismo nei suoi confronti, essendo lui figlio di immigrati dalla ex Jugoslavia. I toni dell’attaccante erano stati parecchio forti, aveva parlato di grave razzismo sistematico aprendo una ferita tra lui e il suo pubblico svedese difficilmente risanabile. 

“Se possono scegliere tra difendermi e attaccarmi, scelgono di attaccarmi. Lo fanno perché mi chiamo Ibrahimovic e non Andersson o Svensson. Se mi chiamassi Andersson o Svensson, credetemi, mi difenderebbero a prescindere, anche se rapinassi una banca. Mi difenderebbero e basta, perché quello che ho fatto io non l’ha mai fatto nessuno”. 

LeBron spiega anche come il suo impegno civile sia il frutto di duro lavoro e di uno studio approfondito delle tematiche che affronta, facendosi trovare pronto ad ogni domanda o dubbio in merito. 

“Non c’è modo che io stia zitto, che mi limiti allo sport: capisco quanto sia potente la mia voce, quanto usando la mia piattaforma possa aiutare a combattere le ingiustizie, quelle che vedo nella mia comunità. Ho i 300 ragazzi della mia scuola di Akron a cui pensare, che vedono ingiustizie ogni giorno. Hanno bisogno di una voce, e io voglio essere la loro voce”.

Sempre nello stesso intervento in conferenza stampa, il cestista ha anche raccontato la storia di Renee Montgomery, ex giocatrice di WNBA (lega femminile di basket americano) che è recentemente diventata proprietaria della squadra femminile delle Atlante Dream. Prima di lei la presidente era una candidata repubblicana al senato degli Stati Uniti che aveva duramente criticato ogni iniziativa della NBA e WNBA contro il razzismo. I giocatori avevano firmato una lettera in cui chiedevano le dimissioni della Loeffer e attraverso una campagna di propaganda politica le avevano fatto perdere il ballottaggio per il posto come senatrice.

La neo presidente Montgomery ha dichiarato che il supporto di LeBron è stato determinante per la sua candidatura e che ammira ogni attività benefica del cestista.  In conclusione, LeBron è uscito da questo dibattito a distanza rafforzando ancor di più, ammesso che sia possibile, la sua immagine non tanto come atleta quanto come attivista, decisamente l’opposto di quanto sosteneva Ibra, “chi parla di politica rischia di fare brutte figure…”

In effetti, ricevere questo tipo di critiche da un calciatore che in questa settimana è stato in ordine comico, presentatore e cantante lascia decisamente il tempo che trova. 

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Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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