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Società

Alessio Balbi: “Premia molto di più fare giornalismo di qualità che andare a rincorrere i click”

Alessio Balbi, Digital Managing Editor di Repubblica:” Bisogna trovare il giusto compromesso tra le esigenze della piattaforma e la qualità e l’autorevolezza della nostra informazione cercando di non scadere nel classico clickbaiting”.

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In una società sempre più digitale anche l’informazione si è spostata, già da parecchio, sui social network. Riuscire a mantenere la qualità dell’informazione, tra fake news e notizie virali, non è semplice ma sicuramente è l’obiettivo principale che si pone quotidianamente una delle più importanti testate italiane cioè Repubblica.

Con Alessio Balbi, Digital Managing Editor della prestigiosa testata italiana, abbiamo cercato di capire il lavoro che c’è dietro ogni singolo contenuto pubblicato sui vari social. Inoltre ci siamo focalizzati anche sui vantaggi e gli svantaggi che le nuove piattaforme, come TikTok e Clubhouse, offrono al mondo dell’informazione.

  • Negli ultimi anni le vendite delle edizioni cartacee delle principali testate italiane sono diminuite di molto: quando avete capito che era fondamentale utilizzare i social per poter raggiungere un pubblico di lettori più ampio?

Quasi da subito. Repubblica in particolare ha una presenza sui social network ormai più che decennale. Per esempio ricordo che abbiamo festeggiato il traguardo del primo milione di fan su Facebook tra il 2010 e il 2011. Sin da subito abbiamo capito che quello era un posto dove si riusciva a entrare in contatto con un pubblico diverso.

Siamo stati abituati per tanto tempo sia all’edizione cartacea sia ai tanti utenti fedeli che vengono sulla home page del nostro sito direttamente dal browser. A tutto questo con i social network si è aggiunta una gamma di utenza differente: persone che non sono abituate a cercare le notizie andando direttamente alla fonte ma che passano molto tempo sui social in cerca di intrattenimento e, spesso ci leggono, semplicemente, andando a vedere quello che condividono i loro amici.

  • Come dicevamo prima, la maggior parte delle persone ormai si informa attraverso la propria bacheca Facebook dove è abbastanza difficile per l’utente medio distinguere le notizie frutto di un giornalismo di qualità: come si fa mantenere sui social la qualità dell’informazione?

Innanzitutto bisogna precisare che il modello comunicativo utilizzato varia da social a social e in generale per tutte le piattaforme su internet: noi, non per la totalità degli articoli, facciamo titoli differenti per l’home page, per il motore di ricerca, per i social network…Per ogni social c’è un approccio diverso dato che il pubblico è differente: quello che vediamo su Facebook è molto diverso da quello che vediamo su Twitter che è ancora più diverso da quello che vediamo su Instagram.

Nello specifico per quanto riguarda le persone che si informano su Facebook c’è un problema molto serio che è quello di essere diluiti in questo flusso continuo in cui le fonti sono indistinguibili. Larga parte di questo problema però prescinde da noi in quanto è collegato all’interfaccia del social n sé. Proprio per questo nel corso del tempo Facebook ha fatto degli interventi, più o meno riusciti, per rendere le fonti delle notizie più evidenti, per far sì che quelle fonti inattendibili nel corso del tempo siano penalizzate dall’algoritmo.

A smartphone user shows the Facebook application on his phone in the central Bosnian town of Zenica.
REUTERS/Dado Ruvic

Quello che noi possiamo fare è trovare il giusto compromesso tra le esigenze della piattaforma (fare in modo che i nostri contenuti siano confezionati in modo da funzionare nel modo migliore possibile come mettere una foto delle dimensioni giuste…) e la qualità e l’autorevolezza della nostra informazione cercando di non scadere nel classico clickbaiting o nel tipo di notizie che hanno grande possibilità di renderci virali ma che non vanno d’accordo con la linea editoriale, con lo stile e la storia di Repubblica.

  • Non c’è il rischio che il buon giornalismo sia “inghiottito” dai social, ovvero che l’informazione, per “motivi di tempo”, diventi sempre più superficiale ?

Secondo me il rischio c’è ed è abbastanza naturale quando ci troviamo alle prese con un fenomeno tipo quello di Facebook. Se per assurdo domani Repubblica rinunciasse a Facebook come fonte di traffico sicuramente ne avrebbe un danno ma, comunque, rimarrebbe sempre un sito da milioni di lettori giornalieri perché la nostra testata ha un suo bacino di utenti organici che non passano dai canali social.

Per alcune realtà più piccole il fenomeno Facebook vuol dire passare dal totale anonimato alla possibilità di avere milioni di utenti azzeccando un contenuto virale.

Questa è una tentazione irresistibile che può portare “a vendere l’anima” a questo tipo di contenuti per sfruttare la piattaforma. E’ però una strategia che, per ragioni non necessariamente etiche o morali ma relative all’andamento del mercato, anche nel breve tempo si rivela perdente. Un modello d’informazione e di sostenibilità del giornalismo basato sul traffico non può reggere: la pubblicità in generale è stata, per decenni, una fonte di sostegno per l’informazione ma per una realtà grande avere un milione di utenti in più cambia molto poco. Viceversa i modelli che stanno mostrando di avere una prospettiva più solida sono quelli che vanno da un’altra parte: tutti, per esempio, citano continuamente il caso irripetibile del New York Times.

Il New York Times è anche la dimostrazione di un’azienda editoriale che, trovando il modo di far pagare i contenuti agli utenti e quindi affrancandosi dalle piattaforme esterne o comunque utilizzandole in maniera intelligente per trasformare l’utente di passaggio in un lettore pagante, alla fine è diventata un gigante in grado di reggere il confronto con le grandi piattaforme come Facebook e Google. Quindi è chiaro che il rischio c’è: in un modo o nell’altro le premesse su cui si dovrebbe basare questa vendita dell’informazione ai social network si stanno dimostrando sbagliate. Premia molto di più il giornalismo di qualità per il quale l’utente vuole pagare che andare a rincorrere quel click che magari attrae tante gente e poi, economicamente, vale molto poco.

  • Nelle ultime settimane diversi sono stati i primi accordi tra le testate giornalistiche e le piattaforme social, alcuni vantaggiosi e altri svantaggiosi: in Italia a che punto siamo?

In Italia siamo ancora ad uno stato abbastanza primordiale anche perché noi non ci possiamo muovere da soli ma dobbiamo agire nel quadro dell’Unione Europea che sta portando avanti, faticosamente, il suo dialogo sia con Google che con Facebook. In generale la situazione a livello internazionale non è chiarissima: sembriamo a tutti gli effetti “annegati in un guado” in cui da una parte c’è il tentativo di alcuni governi, d’intesa con le associazioni degli editori, di costringere Facebook, Google a pagare in qualche modo gli editori per i contenuti che vengono ospitati. Dall’altra parte c’è il tentativo dei due colossi di rifiutare completamente questo approccio e semmai, cercare di fare accordi singoli con gli editori più importanti.

In mezzo c’è la posizione di quelli che ribadiscono come il principio, su cui si basano queste considerazioni e questa battaglia, è quello che vede l’informazione e il giornalismo come un bene pubblico da tutelare dato che in questo momento sta vivendo una situazione di grande difficoltà dovuto anche al calo della pubblicità…Se l’informazione è un bene da tutelare e se di considera che Facebook e Google sono dei giganti che in qualche modo si stanno avvantaggiando della loro posizione dominante sul mercato, per risolvere questo squilibrio c’è una soluzione molto semplice: tassare meglio, tassare di più o in maniera più giusta i giganti di internet e usare una parte di questo gettito fiscale per aiutare l’editoria. Ma questo è soltanto uno dei tanti sistemi possibili e non saprei neanche dire se è il più giusto in quanto bisogna considerare che, in mezzo alle due posizioni estreme, ci sono tante sfumature e tanti possibili compromessi.

  • Qual è il vostro atteggiamento nei confronti dei nuovi social? L’obbiettivo è un informazione capillare su tutte le piattaforme, da TikTok a Clubhouse, oppure si scelgono solo alcune piattaforme social?

In genere andiamo a vedere tutte le piattaforme social e quando ne nascono di nuove iniziamo a sperimentare: sulla base di queste “prove” scegliamo se continuare a rimanere su quel social o meno. Il problema di questo tipo di approccio è che, dal punto di vista degli investimenti di risorse umane e tecnologiche, è molto oneroso. Infatti siamo molto lontani dall’epoca in cui i social erano solamente dei distributori di link e, attraverso dei sistemi quasi automatici, si potevano creare dei feed che distribuivano i contenuti su tutte le piattaforme esistenti.

Adesso ogni social è diventato quasi un recinto diverso dall’altro con le sue regole, i suoi formati, le sue caratteristiche. Come dicevamo prima, i contenuti che vengono creati per Facebook non si possono trasferire su Instagram e così via…Proprio per questo c’è bisogno di un grande lavoro, di una grande produzione di contenuti e il rischio è quello di produrre un sacco di materiale per tante piattaforme differenti senza avere alcun beneficio.

Per quanto riguarda Repubblica noi, con attenzione e con moderazione, cerchiamo sempre di sperimentare: io al momento mi sto concentrando su TikTok ma, anche in merito al Festival di Sanremo, in questi giorni su Clubhouse stiamo creando diverse room. Dopo aver sperimentato arriva il momento in cui si tirano le somme e si decide se è il caso di continuare su una determinata piattaforma oppure no. Già in passato abbiamo utilizzato e poi abbandonato senza grandi rimpianti diverse piattaforme come Tumblr o Snapchat dove alcuni siti di news internazionali continuano ancora ad essere attivi ma, in Italia, non c’è più nessuno.

  • Per quanto riguarda Clubhouse: potrebbe essere uno spazio utile ed innovativo su cui approdare oppure sempre “il solito social”?

Il solito social non direi: Clubhouse è veramente differente da tutto quello che c’è in giro. Questo oltre ad essere il suo elemento innovativo è anche uno dei nostri “problemi “perché, nel momento in cui sperimentiamo su Clubhouse, non possiamo assolutamente “riciclare” un lavoro che abbiamo già fatto su qualche altro social. Nonostante questo è un social davvero molto interessante anche se, in questo momento, è frequentata da un’utenza diversa rispetto al resto dei social, semplicemente, perché non si può accedere con uno smartphone Android. Insomma, parliamo di un recito molto ristretta e “abbastanza elitario ” in cui tutti parlano e si confrontano in maniera molto civile e anche utilizzando un linguaggio “molto alto”.

Proprio per questo, passandoci un po’ di tempo, sembra di parlare sempre con le stesse persone. Inoltre bisogna anche considerare che il livello di questo social network è anche il suo limite in quanto tutto è molto effimero: si può fare il dibattito più bello del mondo, con gli ospiti più importanti del mondo ma, finito il dibattito, non resta nulla. Questo per un editore e per chi fa informazione è molto importante dato che ormai, persino delle dirette radiofoniche, abbiamo un podcast on demand quando è finito il programma. Però, chissà, magari si sta già pensando ad un’evoluzione di questo tipo: cioè quella di creare un grande archivio delle voci…

Quindi, al momento, resta una piattaforma interessante: qualche giorno fa, per esempio, il direttore Maurizio Molinari ha partecipato ad una stanza creata dal nostro editorialista Gianni Vernetti dove si parlava di Congo, di Africa. Nonostante le tematiche non fossero particolarmente popolari, immediatamente si è creato un pubblico di persone molto interessate e consapevoli, con grande voglia di partecipare e che fanno delle domande interessantissime. Peccato che finita la room non si possa più vedere il contenuto.

  • Cosa fa Repubblica per cercare di raggiungere anche le nuove generazioni?

Noi in maniera più istituzionale, da tanti anni, abbiamo una sezione che ci permette di entrare nelle classi con dei percorsi che coinvolgono insegnanti ed alunni che creano il loro giornale di classe, partecipano ai dibattiti…Vi sono anche dei programmi di PTCO che consistono in dei seminari tenuti in redazione: insomma un coinvolgimento diretto in quella che è la vera macchina del giornale per far conoscere cosa c’è dietro l’informazione.

Dall’altra parte sperimentiamo di continuo: io, per esempio, quasi ogni giorno faccio una clip su TikTok per spiegare in un minuto quella che è la notizia del giorno e, quelle clip, raggiungono tantissimi giovani che magari non hanno mai visitato il nostro sito. Adesso con i podcast facciamo anche un’edizione quotidiana, un daily di news box, che ogni mattina spiega le tre notizie più importanti del giorno in pochi minuti. Quest’ultimi sono diretti ad un pubblico che non necessariamente deve sapere tutto quello di cui si parla: infatti cerchiamo di spiegare anche le cose che, quando si fa informazione per un pubblico più adulto, si danno per scontate.

Tutte iniziative separate ma accomunate da un unico filo conduttore che è quello di tentare di raggiungere un pubblico che ormai i giornali non li compra più da anni ma che però continua sempre ad essere molto interessato alle notizie, all’informazione. L’importante è riuscire a raggiungerlo nel posto in cui si trova, con il linguaggio giusto che non vuol dire scimmiottare il linguaggio dei giovani.

Possiamo guardare a Piero Angela, una persona sicuramente non tanto giovane che già vedevo come un signore adulto quando io ero piccolo: insomma non è mai stato un giovanotto ma parla in un modo semplice, chiaro, autorevole e può essere capito da un ragazzino di 10 anni e, allo stesso tempo, apprezzato da un signore di cinquanta. Questo sarebbe un tipo di modello al quale ispirarsi e che sicuramente può portarci più vicino alle nuove generazioni.

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Direttore e fondatore del sito, scrivo per dare voce a chi non la può fare arrivare lontano. Viaggio ma di confini non ne ho mai visto uno, credo che esistano solamente nella mente di alcune persone.

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