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Ambiente

Daniela Ducato: “Oggi si chiama sostenibilità, un tempo si chiamava buonsenso”

Daniela Ducato, bioimprenditrice:”Troppi convegni e webinar non aumentano la consapevolezza, perché abbiamo bisogno di azioni per poter cambiare adesso il nostro futuro”.

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Campionessa mondiale di innovazione, orgoglio della nostra Italia migliore” l’ha definita Sergio Mattarella quando la nominò Cavaliere della Repubblica, e Daniela Ducato dell’innovazione ha fatto il suo lavoro e vocazione. Bioimprenditrice, i suoi prodotti creati con Edizero, sono ritenuti dal New York Times, fra le dieci innovazioni che possono salvare il pianeta.

Se le si chiede ciò che fa, Daniela Ducato spiega di “aiutare la condivisione e la relazione, creando team che poi possono affrontare, realizzare, progettare e immettere sul mercato il prodotto“, ma si ha l’impressione che ci sia un mondo dietro questa definizione, sconosciuto e interessante. L’abbiamo raggiunta per togliere un po’ questo velo di mistero e scoprire la donna che nel 2020 è stata considerata fra le più importanti italiane esistenti, secondo La Repubblica.

  • Come nasce Edizero?

Nasce dal mettere in relazione tante realtà diverse, soprattutto realtà industriali, commerciali, distributive e di ricerca. Locali, per quanto riguarda quelle commerciali, industriali e di distribuzione; internazionali, per quanto riguarda il sapere, la parte scientifica di ricerca. I materiali sono locali e l’intelligenza è globale. Da qui nascono 150 prodotti industriali per diversi settori, che vengono venduti e sono disponibili sul mercato, nei settori dell’edilizia, soprattutto i rivestimenti, le rifiniture, gli adesivi, i sistemi di isolamento per il risparmio energetico. Abbiamo materiali per le modifiche ambientali, il disinquinamento del mare, del suolo e per l’agrotecnica.

Abbiamo poi biotessili intelligenti per l’arredo, la moda, e i sistemi letto; prodotti utili ad altre azienda per completare la filiera. Produciamo dei biomateriali che poi saranno utili al settore dell’arredo per ultimare i loro prodotti e sostituire alle imbottiture petrolchimiche quelle invece di fonti rinnovabili. E poi ancora a tutto il mondo dell’imballaggio, del packaging, imbottiture termiche, che consentono la tenuta e la catena del freddo e del caldo. Per imballaggi dove serve mantenere una certa temperatura, ma anche per quegli imballaggi che necessitano di un antiurto. E poi il settore della detergenza.

Questi sono i settori in cui vengono realizzati questi prodotti che hanno la caratteristica di avere tanti zeri, come dice il nome, Edizero. Edizero plastica, acqua, petrolio, inquinanti, nanomateriali, ecc… Sono prodotti che non distruggono il paesaggio, non creano problemi e migliorano la qualità della nostra vita, della salute, delle nostre abitazioni, del mare e del suolo, e, finito di vivere, non diventano dei problemi. Non lasciamo a chi viene dopo un rifiuto. Questo è quello che si fa. 

  • Perché ha scelto di lavorare in Sardegna, nonostante i costi dei trasporti siano più elevati?

Qui abbiamo la possibilità di avere molte materie ultime, materie seconde, che poi noi trasformiamo in materie prime: eccedenze, vegetali, minerali. La Sardegna, essendo anche la prima terra emersa d’Europa, ha una ricchezza botanica, mineraria, molto importante, che poi diventa una possibilità di prodotti molto interessante.

Abbiamo visto grande ricchezza in quello che già esiste, però non basta avere materie prime per fare industria, è necessario avere una tecnologia industriale all’avanguardia che poi consente di realizzare i prodotti intelligenti, che abbiano tutte quelle caratteristiche che sono richieste dal mercato. Pertanto i vantaggi superano gli svantaggi.

  • Il tema della sostenibilità ambientale ora è al centro del dibattito mondiale, tanto che è stato inserito tra gli obiettivi dell’Unione Europea, ma lei ha iniziato a investire in questo campo già molti anni prima. Come si è avvicinata?

In realtà è una dimensione che oggi si chiama sostenibilità, un tempo si chiamava buonsenso. Io sono sicuramente cresciuta in una dimensione di buonsenso dove non si è mai buttato nulla, non si è mai sprecato niente e sicuramente intorno ho avuto probabilmente un ambiente favorevole. Guardare il mondo stando molto a contatto con la natura in modo “naturale” ti porta di più a metterti nei panni di un albero e, forse, a guardare il mondo con i suoi occhi.

  • Suo padre è stato uno dei pionieri dell’agricoltura biologica, che cosa ha colto dalla sua esperienza e cosa poi ha esportato nel suo?

Sicuramente la capacità di far interagire tutto ciò che esiste senza sentirsi superiori alle piante, l’ascolto. Mio padre guardava le rose come si guarda una persona, ci parlava e le conosceva bene. Le rose gli servivano anche per monitorare eventuali malattie delle piante perché magari si ammalavano prima. Insomma, ho imparato a non mettere la persona, l’uomo al centro, ma a porci tutto il mondo vegetale. Non l’intelligenza umana che domina su tutto, ma un diverso equilibrio, una natura che era maestra e che lo deve essere sempre. Ho avuto l’esempio di paesaggi belli, armoniosi, rispettati, ascoltati, e ho vissuto in questa dimensione molto bella e di buonsenso. Paritetica e molto normale. 

  • L’anno scorso lei ha incontrato Greta Thunberg, che impressione ne ha avuto?

Ho avuto l’impressione di una persona molto centrata, con una grande voglia di dare tutta sé stessa per alimentare le coscienze nel segno dell’ambiente. Ho trovato molta coerenza in lei, la capacità e la fermezza di rappresentare l’ambiente finalmente in modo trasversale. Noi, fino a quel momento abbiamo vissuto l’ambiente come una strumentalizzazione politica, come se l’ambiente  fino ad allora fosse prerogativa di una parte anziché di un’altra.

Greta ci ha fatto capire che l’ambiente non è di una parte politica, è di tutti e tutte le persone, è una cosa che appartiene a tutte noi e a tutti noi. La sua forza è stata la trasversalità e credo che questo sia stato vincente. Nessuno più si è sentito come se amare l’ambiente fosse una scelta di partito; era una scelta di rispetto e il rispetto non appartiene a qualcuno, dovrebbe appartenere a tutte le persone.

La sua forza è stata la coerenza, la determinazione e la trasversalità. È come uno che prende la palla e dice: “no, attenzione, la rimetto al centro perché è di tutti”. La trasversalità è stata vincente, e grazie a Greta abbiamo avuto – a parte dopo l’arrivo del covid – una stagione meravigliosa dove ogni giorno sulle prime pagine dei giornali c’era la questione ambientale. Prima di Greta era nelle pagine interne o addirittura negli inserti, l’ambiente relegato; invece con lei l’ambiente è diventato notizia da prima pagina.

Anche mediaticamente, questa trasversalità, il non appartenere a una parte o ad un’altra ha aiutato. È stato ed è un bell’esempio. Io ero lì per parlare dell’industria verde in Italia, a questo tavolo dove Greta ha parlato delle questioni ambientali. Ero stata invitata dalla Presidente Casellati, che ringrazio, perché per me è stato un regalo di apprendimento e di incoraggiamento a perseguire e proseguire. 

  • A proposito di politica, il grande tema attuale è il Recovery Found. Il 57% degli investimenti dev’essere vincolatamene Green: che cosa si potrebbe fare secondo lei? Pensa che ci sarà una svolta?

Intanto bisognerebbe fare una serie di azioni a costo di denaro zero. Bisognerebbe avere un albo merceologico, regione per regione, di tutti quelli che producono in Italia per davvero, che cosa e come sono fatti quei prodotti. Un albo delle aziende di produzione in Italia e delle aziende che possono vantare delle certificazioni varie (ambientali, bio) per tutti i settori. In questo momento manca un albo, noi non sappiamo chi produce in Italia e se uno produca veramente qui al 100%, spesso non si scrive in etichetta di cosa è fatto un prodotto.

Abbiamo un’etichettatura che non aiuta, andrebbe migliorata. Se io compro una borsa e mi dicono che è in pelle di mela, e poi dentro c’è scritto “PU”, vuol dire poliuretano, quindi petrolchimico, un qualcosa che poi sarà anche difficile a fine vita smaltire perché è un composito. Le persone queste cose non le sanno. Magari si comprano la borsa in pelle di mela perché la pubblicità di quella borsa non ti dice che contiene anche la parte petrolchimica.

Il produttore ti dice: “Io lo dico, scrivo PU”. Ma la gente non sa cosa voglia dire. Dobbiamo avere un’etichettatura più facile che dica come si fa nelle sigarette, che quel prodotto può nuocere gravemente alla salute. Abbiamo paura di scrivere petrolchimico, perché è una società fatta di questi derivati, ma se noi non lo diciamo e la legislazione ci consente di scrivere che è un materiale tecnico e di non dire “petrolchimico”, è chiaro che continueremo ad utilizzarli. 

C’è da fare un albo dei produttori d’Italia per le diverse merceologie, che cosa producono e che cosa contengono i prodotti. È la prima cosa. Altrimenti c’è il rischio che a vincere siano i venditori di fuffa. Di aziende che vendono fuffa verde ce ne sono tante. Bisogna avere strumenti molto semplici. In questo caso dovrebbero avere un ruolo anche le Camere di Commercio, le associazioni di categoria e gli assessorati all’industria di ogni regione. Questo ci aiuterebbe non solo a identificare che cosa si produce, ma anche ad orientare le nostre politiche, perché bisogna sapere che cosa c’è e che cosa non c’è. Questo ancora non si sa perché c’è ancora molta delocalizzazione o c’è una produzione che si fa in Italia, ma con materie che sono frutto di delocalizzazioni.

Lo stesso legno che ritroviamo nelle fibre di legno, nel pellet, e un po’ dappertutto, non sappiamo esattamente cosa è. Idem dicasi per tutto quello che usiamo comunemente, come un isolante, noi pensiamo che sia fatto di un materiale tecnico eccezionale, ma invece scopriamo che è fatto di fibre petrolchimiche. Ci dicono che ci aiuta a risparmiare energia. Non sappiamo che quel petrolio noi lo stiamo accumulando sotto forma di materiale nei nostri edifici.

Ricordiamoci che i derivati petrolchimici sono come l’amianto. Ci ritroveremo tra vent’anni a dover dismettere tutti questi materiali petrolchimici che oggi ricevono la premialità in Ecobonus. Noi oggi abbiamo un Ecobonus in edilizia che premia i cappotti per l’edilizia fatti di materiali petrolchimici. Usiamo soldi pubblici per riempire i nostri edifici di fibre plastiche che probabilmente tra vent’anni, dopo che scopriremo ancora di più i danni che fanno, andremo a smaltirlo come oggi smaltiamo l’amianto, perché questo è il nuovo amianto. Ci sarebbe da orientare. Ma perché non si fa? Fondamentalmente siamo in mano alle multinazionali che decidono e maneggiano petrolio, materiali petrolchimici. Dobbiamo essere consapevoli.

I singoli comprando orientano l’industria, ma ricordiamoci che per ogni kg di rifiuto che producono le persone, sono 5 i kg di rifiuti che producono le industrie. Questo vuol dire che le industrie hanno un peso nel decidere le sorti del mondo che è fortissimo. Pertanto abbiamo bisogno di politiche industriali che per davvero mettano delle regole e orientino veramente a una responsabilità dell’ambiente, ad una custodia del paesaggio che in questo momento non c’è. Adesso vengono premiate le aziende che possono depredare il paesaggio per trasformare quelle materie in prodotti a cui poi verrà messo il marchietto Green. Questo non dovrebbe più esistere. Vediamo che cosa succederà. Da questo punto di vista ci vuole più quella caparbietà di Greta Tunberg, che dovremmo avere tutti. 

  • Non ha trovato sensibilità dalla parte politica con cui lei ha interagito?

C’è ancora da fare. Però la Sardegna è la prima regione in Europa ad avere avuto la capacità e l’innovazione di aver inserito nel prezzario regionale dei lavori pubblici il catalogo della salute, con tutti i materiali che proteggono la salute dell’ambiente, delle persone e dei lavoratori. La salute a 360°. È stato un lavoro di un tavolo condiviso a cui anche io ho dato un piccolo contributo, insieme a tutte le associazioni di categoria, università e professionisti.

Quando c’è l’ascolto le cose si possono fare e in questo caso c’è stato da parte dell’Assessorato ai Lavori Pubblici. Questo strumento, che è molto importante, a costo di denaro zero, in Sardegna è stato fatto ed è un esempio di cose possibili. Altre verranno fatte sicuramente. Sono un’ottimista nata e credo che andremo in quella direzione. 

  • Investe il suo tempo nella formazione di giovani?

No, più che altro nella formazione di chi poi dovrà progettare (designer, progettisti). Collaboro con delle università della Svizzera, in Italia collaboro con lo IED (Firenze, Roma, Cagliari), che forma appunto i designer. Mi appassiona molto portare l’esperienza di chi può avere una direzione, anche perché spesso si parla di materiali, ma non si racconta la storia, la geografia e l’economia di quelle materie prime, per cui sono argomenti che magari chi è nel mondo della produzione conosce meglio.

Così si scopre che il biossido di titanio può creare delle problematiche nel suo processo di produzione e lo si guarda con occhi diversi. In Toscana, un fiume era diventato un sito di stoccaggio di materiali che sappiamo essere possibili cancerogeni. Se uno non analizza il biossido di titanio, non sa che è un possibile cancerogeno, non sa che lo stoccaggio può creare un rischio di inquinamento alto, è chiaro che pensa di poterlo usare tranquillamente, perché queste cose spesso non si ritrovano nei libri di scuola, si analizza un elemento, come se questo scendesse giù dal cielo.

C’è un modo di analizzare gli elementi per quello che sono e non per quello che hanno prodotto prima e per le potenzialità di pericolosità che possono avere. I lavoratori delle fabbriche che usano biossido di titanio potrebbero avere delle problematiche, per cui perché non trovare sistemi che rispettano il paesaggio? Perché dobbiamo trasformare un fiume o un paesaggio in una discarica? Perché ora va di moda il biossido di titanio? E da quando c’è il covid ancora di più va di moda perché viene utilizzato come battericida dentro le piastrelle o la pittura, non si capisce che questo comporta tutta una serie di problematiche. Se io vendo la piastrella e dico “guarda è battericida”, la comprano, senza sapere quanti disastri da quell’elemento lì che contiene biossido di titanio ed è un pericolo di cancro.

Dovremmo chiederci: “Ma questa cosa che fa bene dentro la mia casa, per caso ha fatto male a qualcuno prima? E dopo farà male a qualcuno?”

Se noi ci facciamo questa domanda, delle cose possono cambiare. Ma ci vuole anche una normativa, non possiamo pensare che il consumatore finale per ogni cosa che compra debba farsi tutte queste domande. Ci vuole un’etichettatura che metta in evidenza tutte quelle pericolosità che ci sono. 

Per il biossido di titanio, dal 2019 è necessaria l’etichettatura in cui si scrive che il prodotto è potenzialmente cancerogeno, ma è scritto piccolissimo, in punti che neanche si vedono, e sicuramente chi lo usa non lo metterà in evidenza. Ecco perché mi piace affrontare questi temi dentro le università che mi hanno dato spazio e formano futuri progettisti, perché possono progettare prodotti guardando il mondo anche con gli occhi del paesaggio, delle economie, e farsi queste domande.

Chi progetta un nuovo prodotto, quando lo progetta, queste domande è importante che se le faccia. Da alcuni anni – prima in modo minimo, ora più importante – ho deciso che era importante comunicare alle persone giuste, cioè a quelli che producono i nuovi prodotti, alcune cose che sono poco conosciute, perché tutto si possa concepire meglio, dalla progettazione di un profumo a quella di una ruota di bici, una piastrella, tante cose diverse, ma che hanno sempre alle spalle qualcuno che deve avere questi strumenti. Il designer del presente e futuro ha una responsabilità molto importante.

In questi anni della mia vita mi dedicherò a far crescere questa consapevolezza in chi progetta nuovi prodotti dei diversi settori, perché ognuno abbia questo sguardo. Ad un certo punto ho deciso che avrei dato meno spazio a convegni e convegni in cui si parla e basta, dove certe volte ho avuto la sensazione di essere dentro convegni di vendita di fuffa in cui ogni tanto c’è bisogno anche di qualcuno che parli di cose reali. Troppi convegni e webinar non aumentano la consapevolezza, perché abbiamo bisogno di azioni ora. Basta parole.

Non sappiamo manco più cosa significhi sostenibile. Abbiamo bisogno di scrivere in etichetta quattro cose e da lì si capisce se il prodotto è sostenibile o meno. Le cose da fare sono semplici, ma quando bisogna nascondere qualcosa, si complica tutto. Se io faccio una cosa trasparente, alla luce del sole, non ho problemi a dichiarare, ma se non è trasparente, la devo complicare. Noi in Edilzero facciamo molta attenzione dove c’è molta complicazione. Ecco perché la chiarezza in etichetta. È un principio molto importante. Noi dichiariamo ciò che la legge non ci chiede di dire, lo facciamo perché ne siamo orgogliosi. Non abbiamo bisogno di complicare, perché per noi è motivo di orgoglio dire di cosa sono fatti i nostri prodotti. 

  • Qual è stata la più grande difficoltà che ha incontrato nel corso della sua carriera?

Ho avuto molte difficoltà nel corso degli anni, ma quella che più ci ha stremato è stato portare la fibra ottica. Quando si fa un lavoro come il nostro, è necessario avere un’infrastruttura digitale evoluta, riuscire a ottenerla è stato faticoso, abbiamo fatto i salti mortali. Tornando indietro non so se riuscirei di nuovo. È stato un costo molto elevato anche dal punto di vista dei miei cari, della mia famiglia, e della comunità industriale, una battaglia che ci ha molto provato anche dal punto di vista fisico. È un tema fondamentale quello dell’infrastruttura digitale. Non ci può essere ecologia senza tecnologia, però ce la siamo dovuta sudare!

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