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La Romania sfida la Cina

Mentre gran parte dell’Europa Occidentale sta accogliendo le politiche espansionistiche cinesi, Bucarest ha adottato una linea molto più dura e conservatrice.

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Bucarest ha assunto una posizione molto più audace rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Europa Occidentale nel dire no alla Cina. Non solo la Romania ha escluso le aziende cinesi da settori chiave come l’energia nucleare e le telecomunicazioni, ma il mese scorso ha anche ignorato le minacce del leader cinese Xi Jinping, rifiutandosi di inviare il suo presidente a un vertice congiunto. La Cina infatti vede nell’Europa Orientale un terreno fortemente strategico, e sta cercando di rafforzare l’influenza nella regione promettendo investimenti attraverso la Belt and Road Initiative, un gigantesco progetto infrastrutturale che colleghi Asia ed Europa.

Pechino tuttavia non rappresenta la maggiore preoccupazione politica nella regione. Paesi come la Romania e le nazioni baltiche sono molto più preoccupati per la Russia, e la loro priorità è mostrare lealtà alla NATO e a Washington, che vedono come custodi della democrazia. La preoccupazione della Romania per l’aggressiva politica diplomatica della Cina comunista, deriva proprio dai ricordi di come la Mosca sovietica imponeva la sua autorità, e di come la Russia odierna continui su quella strada. 

“Sembra che stiano cercando di imporci il loro modello. I cinesi hanno dimostrato che sono aggressivi quanto i russi”. Ha affermato un alto funzionario politico romeno. Il vice primo ministro Dan Barna ha poi ribadito che i pilastri fondamentali della politica estera romena rimangono l’UE, la NATO e la partnership strategica con gli Stati Uniti.

La sfida lanciata a Pechino

30147479 – beijing, china skyline at the central business district.

La Romania quindi ha deciso di sfidare l’influenza di Pechino nella regione, estromettendo dal mercato nazionale le società cinesiE’ stato annullato per esempio un accordo con la China General Nuclear Power Corporation, coinvolta nella ricostruzione dei due reattori della centrale nucleare romena di Cernavodă. Al suo posto il governo romeno ha affidato l’incarico ad un gruppo di aziende francesi e statunitensi. C’è poi la questione Huawei, che lo scorso novembre è stata espulsa dalla gestione della rete 5G nazionale. Secondo l’ex primo ministro Ludovic Orban, il colosso tecnologico cinese non rispettava le condizioni di sicurezza necessarie alla costruzione della nuova infrastruttura digitale.

Continuando su questa linea, il nuovo governo di centro-destra guidato da Florin Cîțu sta ora cercando di escludere le società extraeuropee dagli appalti pubblici. Cîțu ha infatti firmato un’ordinanza che vieta accordi con operatori che non rispettano le normative d’appalto europee, così da accelerare la costruzione delle grandi infrastrutture pubbliche, come le autostrade.

“Siamo diffidenti nei confronti delle aziende che beneficiano di vantaggi comparativi sleali e di sussidi statali diretti o indiretti. Non posso permettere che queste società si occupino degli appalti pubblici. Non mi interessa da dove provengano. Le nostre regole sono uguali per tutti”. Ha detto la scorsa settimana il primo ministro Cîțu. Questa linea è poi stata confermata dal suo vice Barna che ha sottolineato come l’ordinanza non si rivolga specificamente alla Cina, ma alla veloce attuazione dei piani infrastrutturali promessi dal governo. Barna ha poi precisato che il governo non vuole discriminare né le imprese cinesi né le altre imprese extraeuropee, ma che semplicemente quest’ultime si sono rivelate incapaci di realizzare i progetti che servono al paese a causa della mancanza di adeguate credenziali normative o di risorse sufficienti.

Chi avvantaggia il protezionismo?

Il primo ministro romeno Florin Cîțu.

La strategia protezionista della Romania inevitabilmente avvantaggia le imprese nazionali, le quali godono dei benefici prodotti dai costosi investimenti statali nel settore infrastrutturale. Tuttavia è bene ricordare che questa dura linea nei confronti degli investimenti cinesi è molto più facile da realizzare per paesi come la Romania rispetto agli altri grandi paesi europei. Per esempio la Germania si ritrova costretta a difendere gli interessi di grandi aziende come la Volkswagen, società che ha investito pesantemente in Cina e che quindi potrebbe essere oggetto di rappresaglie.

La Romania ha comunque dimostrato grande coraggio quando il mese scorso ha ignorato le minacce di Pechino, decidendo di non partecipare al vertice del 17+1 (un’alleanza diplomatica che vede coinvolta la Cina e i paesi dell’Europa Orientale). Una portavoce del Ministero degli Esteri romeno ha poi ricordato le continue violazioni dei diritti umani da parte del governo cinese, sottolineando che la Romania continuerà a basarsi sui valori democratici del mondo occidentale. “Un governo che attua politiche brutali dovrebbe essere condannato in tutto il mondo. Solo chi si comporta in modo civile e pacifico dovrebbe avere voce in capitolo”. Ha detto infine lo stesso primo ministro Cîțu, alludendo alle politiche repressive del governo di Pechino.

L’importanza dell’appoggio statunitense

President-elect Joe Biden pauses to smile as listens to media questions at The Queen theater, Tuesday, Nov. 10, 2020, in Wilmington, Del. (AP Photo/Carolyn Kaster)

In quest’ottica molto dura, l’appoggio di Washington è fondamentale per il governo romeno. La Romania inoltre, come già detto, ha da tempo brutti rapporti con la Russia, accusata di finanziare campagne di disinformazione online e di aver invaso lo spazio aereo romeno sul Mar Nero. Per questo motivo una forza aerea della NATO, che comprende piloti britannici, americani e italiani, pattuglia regolarmente il confine orientale della Romania partendo dalla base Mihail Kogălniceanu, vicino alla città di Constanța.

“La politica internazionale è essenziale per prendere alcune decisioni politiche ed economiche sugli importanti progetti infrastrutturali che servono al paese. Le decisioni del nostro esecutivo non escludono la possibilità di un’eventuale collaborazione con la Cina su determinati punti economici e commerciali, ma dobbiamo assicurarci che Pechino non voglia espandere la sua influenza a un punto tale da sottomettere il nostro paese al volere del partito comunista cinese”. Ha detto Valentin Naumescu, ex diplomatico e professore di relazioni internazionali presso l’Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoca.

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Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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