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La folle corsa verso l’emancipazione di Kathrine Switzer

La prima donna a correre una maratona lo fece nascondendo il suo vero nome e correndo libera contro ogni discriminazione.

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Pochi giorni fa era l’8 marzo, la giornata internazionale della donna, istituita nel 1977 con l’obiettivo di avere una data simbolica che ogni anno ricordasse tutte le conquiste ottenute dalle donne nel corso dei secoli ma soprattutto la lunga strada ancora da percorrere per abbattere la discriminazione di genere. 

Io, se dovessi trovare una immagine che rappresenti questa giornata, penserei ad una corsa. Un lungo, lunghissimo ma non eterno percorso che giungerà prima o poi ad una fine, al taglio di un traguardo segnalato da un luminosissimo nastro bianco. Questa strada, però, è ancora colma di ostacoli: la disparità salariale, i pregiudizi, la visione delle donne che varia da cuccioli abbandonati che necessitano protezione da un imperioso maschio alpha, alle donne madri, casalinghe, non idonee a ricoprire ruoli istituzionali. 

C’è stata una donna, nel lontano 1967, che per me rappresenta questa lunga corsa. Il suo nome è Kathrine Switzer e la sua storia è questa…

La maratona di Boston 

La maratona di Boston è la più antica del mondo, istituita addirittura nel 1897, e venne fondata dopo l’enorme successo della prima edizione delle Olimpiadi dell’era moderna nel 1986. Questo suo primato garantisce all’evento sportivo risonanza internazionale ogni anno, con partecipanti che arrivano in città dalle zone più disparate.  Alla competizione partecipano annualmente all’incirca 20.000 corridori, con il record di 38.000 toccato nel 1996.

L’edizione del 1967

Il 19 aprile 1967 a Boston era un freddo mercoledì primaverile. Jock Semple era stato nominato direttore di quell’edizione della maratona ma era del tutto ignaro che di lì a poco sarebbe stato testimone di uno dei gesti di emancipazione femminili più simbolici del ventesimo secolo. 

Alla competizione si era registrato anche un certo K. V. Switzer con il pettorale numero 261, probabilmente gli organizzatori si aspettavano un certo Kevin Vincent Switzer, di certo non Kathrine Virginia Switzer.  Poco dopo il colpo di pistola che sancì l’inizio della corsa, Semple si accorse di qualcosa: tra i corridori c’era una donna, severamente escluse dai regolamenti. 

“Vattene dalla mia dannata corsa e ridammi quei numeri!”

Quello che accadde dopo venne ritratto da un fotografo sul posto, tale Harry Trask: la Switzer rincorsa e strattonata da Semple e un altro organizzatore che tentano invano di fermarla, non facendo i conti con la determinazione di lei e l’aiuto dell’allora fidanzato Thomas Miller che la aiutò a liberarsi dalle morse del maschilismo soffocante. 

La foto venne inserita dalla nota rivista “Life” tra “Le 100 foto che hanno cambiato il mondo” perché il mondo lo cambiò davvero. 

“Sapevo che se avessi smesso nessuno avrebbe mai creduto che le donne avevano la capacità di correre per oltre 26 miglia. Se avessi mollato, Jock Semple e tutti quelli come lui avrebbero vinto.”

Il significato del suo gesto

La Switzer era una studentessa di giornalismo che nel tempo libero si allenava nella squadra rigorosamente maschile dell’università, non accontentandosi mai del ruolo da cheerleader impostole. Arnie Briggs, postino ex maratoneta che fu il primo a credere in lei, le disse:

“Nessuna donna può partecipare alla maratona di Boston. Ma se c’è una donna che è in grado di farlo, beh, quella sei tu.” 

La fiducia dell’uomo diede all’atleta la forza di compiere quel gesto che divenne simbolo per tutte le donne del mondo, e che cambiò il corso degli eventi futuri. Dopo numerose manifestazioni e proteste nel segno della Switzer, cinque anni dopo quel famoso 19 aprile, la maratona di Boston aprì le iscrizioni anche alle donne, e così tutte le grandi corse del paese. Per vedere le donne correre la maratona alle Olimpiadi però si dovrà aspettare inspiegabilmente fino al 1984. 

Il numero 261 venne ritirato dalle pettorine, in onore della vincitrice non più veloce ma più emozionante che Boston avesse mai visto. 

La carriera di Kathrine Switzer 

La Switzer non ha mai smesso di correre e partecipare alle maratone, vincendo tra le altre cose quella di New York nel 1974, abbinando alla sua passione per lo sport la sua lotta contro le discriminazioni di genere. Promosse diverse iniziative in favore dell’emancipazione femminile, come l’Avon International Running Circuit, un programma sportivo che nel tempo ha coinvolto più di un milione di donne da diversi paesi del mondo e ha permesso loro di competere in più di 400 gare.

Nel 2015 ha creato il progetto 261 Fearless, dedicato a migliorare l’inclusione delle donne nel mondo della corsa e dello sport. Questo ebbe un successo mondiale che ha generato la creazione di numerosi “261 Fearless club” presenti in tutti i principali paesi europei, tra cui in Italia nel 2018. Il 19 aprile 2017, esattamente 50 anni dopo la simbolica e folle corsa verso l’emancipazione, Kathrine Switzer fu invitata a partecipare un’ultima volta, a 70 anni, alla maratona di Boston, ovviamente con il numero 261 sulla pettorina.

Anche quella volta la sua corsa non fu la più veloce, ma sicuramente la più indelebile. 

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Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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