Connect with us

Politica

Maurizio Molinari:” Il Pd deve iniziare ad affrontare i grandi temi globali: dalla lotta alle disuguaglianze ai cambiamenti climatici”

Dai problemi all’interno del Partito Democratico alle sfide epocali che ci attendono…Uno sguardo sul mondo e sul panorama politico europeo attraverso le parole del direttore di Repubblica Maurizio Molinari.

Published

on

Domenica scorsa è stato eletto il neo segretario del Partito Democratico, Enrico Letta che, nel suo discorso programmatico, ha affrontato diverse tematiche: dalla necessità incrementare la partecipazione politica dei ragazzi estendendo il voto ai 16enni all’esigenza di approvare lo Ius Soli. Tematiche molto importanti che, in parte, si avvicinano alle grandi sfide globali divenute oggetto di dibattito già all’interno del Partito Democratico americano e del Labour Party inglese.

Il partito democratico, “l’ultimo partito tradizionale” è rimasto un po’ indietro sotto questo aspetto, sia per le varie identità politiche che coesistono al suo interno, sia per quella mancata vocazione maggioritaria con cui era stato fondato nel 2007. Dei problemi del Pd, dell’azione dell’attuale governo e delle maggiori sfide che ci attendono ne abbiamo parlato con il direttore di la Repubblica, Maurizio Molinari.

  • Che ne pensa della figura di Enrico Letta alla guida del Partito Democratico per la seconda volta?

Enrico Letta è una figura, sul piano economico e sulla fedeltà ai principi europei, molto vicina a quella del premier Draghi. Con lui il Pd può esercitare un ruolo importante a sostegno del governo, della ricostruzione del Paese e anche delle riforme necessarie. Secondo me la sua fisionomia si adatta molto bene alla stagione di Draghi.

  • Non le sembra paradossale che un partito che è stato uno dei maggiori attori della scena politica di questi anni non riesca a trovare una leadership carismatica che metta tutti d’accordo?

Io credo che abbia a che fare con l’identità del Pd che è un’identità molto ricca ma ancora, in qualche maniera, erede delle tradizioni politiche del Novecento: c’è tanto l’anima progressista quanto quella moderata, quanto quella più popolare. Le radici sono molto profonde e riguardano culture politiche molto diverse: questo fa sì che qualsiasi leader debba costantemente mediare tra queste identità diverse. Inoltre, paradossalmente, il fatto di essere l’ultimo partito tradizionale del nel nostro Paese ne rende il governo molto difficile e, questa, è una conseguenza diretta dell’estrema sofisticazione delle sue origini politiche.

  • Un altro aspetto paradossale è quello legato alla vocazione maggioritaria con cui il partito era stato fondato nell’ottobre del 2007(attraverso la fusione tra i democratici di sinistra e la margherita): negli ultimi anni dai fuoriusciti sono nati ben 5 partiti. La debolezza della sinistra italiana può essere collegata a questa “frammentazione”?

Questo è un grandissimo tema che nasce dalle origini stesse della scissione di Livorno del Partito Comunista dal Partito Socialista nel 1921 (sono passati 100 anni). Da quel momento in poi se noi vediamo la storia della sinistra ci accorgiamo che è stata una storia di scissioni, sia sul fronte socialista con il partito socialdemocratico, Saragat e sia sul fronte comunista con il PSU, la democrazia proletaria, i comunisti italiani… Questa dinamica, secondo me, è legata alla forte identità dei militanti. All’origine del pensiero rivoluzionario con cui nasce il partito socialista in Italia possiamo notare come quest’ultimo, inizialmente, si proponeva come un grande contenitore di persone con radici politiche abbastanza differenti che si opponevano alla conservazione, puntavano alla difesa dei diritti dei lavoratori e delle famiglie e al rinnovamento della società.

Tutti questi filoni sono molto profondi e, come ho già sottolineato, hanno a che vedere con la storia del Novecento. La possibilità di unificarli è stata costantemente sconfitta indebolendo la sinistra a vantaggio dei suoi avversari. Bisogna invece sottolineare che quando la sinistra è riuscita a vincere le elezioni in Italia con l’Ulivo è riuscita perché ha trasformato questa debolezza in forza, cioè: tutte queste anime hanno dato vita a coalizioni, le coalizioni sono state in grado di aggregare un numero di persone superiore a quelle che tradizionalmente votano a sinistra e quindi è riuscita a diventare maggioranza.  Questa grande frammentazione è stata sì un elemento di debolezza ma, quando si è riusciti a trovare un elemento unificante, è stata una formidabile forza politica.

  • Lei parlava dell’identità dei militanti: non pensa che negli ultimi anni siano mancate le idee, i programmi e il Pd si sia proposto come semplice alternativa alla destra?

Come premessa proviamo a guardare a quanto sta avvenendo nel partito democratico americano: non c’è dubbio che le grandi forze progressiste stiano attraversando una fase di trasformazione. Infatti c’è un confronto costante tra elementi moderati ed elementi estremi ma l’elemento moderato, quello che guida la trasformazione, si batte per spingere la forza progressista ad affrontare i problemi del nuovo secolo che sono: le migrazioni, le disuguaglianze, il clima, la parità di genere. Grandi temi che riguardano la protezione, il lavoro, i diritti e che puntano al bisogno di disegnare i principi di un nuovo stato sociale. Il punto è che si tratta di sfide epocali: come si integrano i migranti? Come si combattono le disuguaglianze? Come ci si protegge dal clima? Come si garantisce la riqualificazione lavorativi di milioni di dipendenti nel settore delle manifatture? Non ci sono soluzioni semplice.

Le forze progressiste sono divise fra istanze più illuminate che tentano di dare risposte a queste domande e istanze più estreme che, fondamentalmente, si limitano ad attaccare i loro avversari: conservatori, liberali… La dinamica del partito democratico americano è molto chiara: ci sono i radicali di sinistra e ci sono i democratici di Biden che hanno vinto le elezioni. I radicali di sinistra non avrebbero mai potuto vincere le elezioni, Biden ha vinto perché ha saputo aggregare sul suo messaggio tutti quei moderati, repubblicani e addirittura conservatori in fuga da Trump. La forza di Biden è stata quella di aggregare attorno una base progressista anche forze che non lo sono. I radicali di sinistra invece si limitavano ad attaccare l’altro schieramento.

Jeremy Corbyn

Questo è il contrasto che abbiamo visto anche dentro il partito laburista britannico durante la stagione di Jeremy Corbyn. Durante il suo periodo quest’anima di sinistra, molto identitari, aveva preso il controllo del partito labourista inglese e come conseguenza il partito non solo non aveva vinto le elezioni ma si era spostato su posizioni estreme dalle questioni economiche alla politica estera fino ad assumere attitudini ostili agli ebrei. A condannare il Labour Party è stata l’emarginazione e, come conseguenza, Corbyn ha dovuto lasciare il posto all’attuale leader che difatti è un moderato.

Questa dinamica, in fieri ma molto in fieri è presente anche nel nostro Paese. Perché in fieri? Perché il dibattito sui nuovi temi globali che ha già preso piede in America e in Gran Bretagna, in Italia ancora non c’è. In Italia il Partito Democratico sul tema dei diritti delle donne, dell’eguaglianza di genere, della protezione del clima, non ha ancora iniziato ad assumere una posizione in maniera dirompente.

Infatti non basta dire: “Siamo contro l’inquinamento”, questo si poteva fare nel Novecento. Nel Ventunesimo secolo bisogna dire quali sono le soluzioni che si propongono per risolvere queste problematiche.

Ecco, una difficoltà oggettiva del Pd è quella di dare voce a queste istanze moderate ma non ho nessun dubbio sul fatto che questa è la vera sfida. Credo che il Pd vada incontro ad uno scenario simile a quello del Labour party inglese e del partito democratico americano: se saprà aggregare attorno ad una piattaforma progressista anche forze moderate non progressiste potrà, legittimamente, ambire alla guida del Paese per un lungo periodo. Se invece si chiuderà in sé e sarà molto identitario fino al punto di negare l’identità degli altri, a quel punto sarà costretto all’inesorabile sconfitta.

L’ex premier Giuseppe Conte
  • Può la figura dell’ex premier Giuseppe Conte essere un punto di riferimento anche per il Pd?

Conte, in realtà, ha governato prima con la Lega e il Movimento Cinque Stelle, poi con i Cinque Stelle e il Partito Democratico è diventano, in qualche modo, un punto di riferimento anche di posizioni più estreme all’interno del M5S. La sua posizione a favore di una fusione tra il Pd e il M5S per dare vita ad uno schieramento unico, nel momento stesso in cui ha perso la guida del governo, si indebolisce molto. La debolezza di Conte come leader federatore è legata al fatto che lui vuole fare il leader del Movimento Cinque Stelle a differenza di Grillo che vuole sciogliere, in una certa misura, il M5S in una forza di centrosinistra.

Lui vuole aggregare le forze di centrosinistra a quelle dei cinque stelle e qui c’è un punto interrogativo in quanto il M5S è una forza di protesta, molto diversa dalla Lega, ma comunque resta una forza di protesta. L’interrogativo è: cosa vuole fare il Pd? Far crescere gli elettori del M5S per portarli sul sentiero politico della democrazia rappresentativa bastata sul rispetto della costituzione o “vuole essere prosciugato” dalle sue posizioni per diventare una costola di un partito di protesta?

  • In uno dei suoi editoriali ha detto che:” La possibilità di risollevare lo stato nazionale e la conseguente sconfitta dei vari populisti interni dipende dalla lotta alla pandemia.” Da cosa bisogna ripartire per poter vincere questa sfida epocale?

Questo è un punto cruciale: la sfida dei populisti è allo stato nazionale, cioè alla democrazia rappresentativa. Mentre lo stato nazionale si evolve e va sul sentiero europeo verso una maggiore integrazione con il resto d’Europa, i populisti puntano all’indebolimento dello stato nazionale proponendo un ritorno alle identità precedenti, cioè quelle tribali, regionali, etniche… Quindi lo scontro è sulla sorte dello stato nazionale: fra chi vuole che lo stato nazionale diventi parte di un tassello più grande come una confederazione di stati europei, e chi, lo vuole distruggere per far prevalere le origini etniche degli abitanti.

Il sovranismo, di cui in Italia è espressione una parte della Lega, è proprio l’incarnazione italiana di questa “tribalizzazione etnica” della politica. Uno stato nazionale è una cosa diversa: una democrazia rappresentativa dove persone votano, ci sono i partiti che li rappresentano e non c’è la protesta. Per la Lega e il M5S, invece, c’è semplicemente la protesta di cui loro sono piena espressione. In questo momento lo stato nazionale per sopravvivere deve dimostrare di essere efficace: la democrazia rappresentativa deve dimostrare che lo stato nazionale, ancora oggi, è il migliore garante di prosperità e sicurezza per i cittadini.

 E’ chiaro che negli ultimi anni ci sono stati molti punti interrogativi: la difficoltà di gestire i migranti, le disuguaglianze che hanno comportato l’impoverimento di una parte importante del ceto medio, la corruzione…e quindi, come fa lo stato a rilegittimarsi? Lo stato obbiettivamente su questi fronti è stato molto debole e l’unica maniera per potersi rilegittimare difronte ad una crisi gigantesca come la pandemia è, ricominciare dalla sanità. Infatti bisogna rendere più efficiente e più estesa la sanità pubblica, dotarla delle risorse migliori che ci sono nel paese per proteggere i cittadini.

Più la sanità pubblica è forte, più lo stato dimostra di restare il migliore garante della difesa e della libertà dei cittadini e, di conseguenza, più i cittadini si allontaneranno dai partiti populisti.

  • In che scenario europeo si colloca l’azione del governo Draghi?

Credo che Draghi voglia semplicemente sanare la ferita della pandemia e rimettere in moto l’economia. Il punto è come farlo: chi conosce Draghi afferma che lui punterà sul turismo per riattivare l’economia nazionale però, sicuramente, la ricetta di Draghi è una ricetta europea. Non è un percorso facile nel bel mezzo della pandemia ma, obbiettivamente, credo che sia l’unico possibile altrimenti l’alternativa è l’implosione dell’Unione Europea.

Fiumicino, 12/03/2021 – Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, in visita al centro vaccinale anti Covid, presso il parcheggio lunga sosta del “Leonardo da Vinci”.
  • L’Italia con Mario Draghi può tornare ad essere protagonista in Europa?

Secondo me sì, per tre motivi: il primo è l’impatto della pandemia che ha cambiato le priorità nelle menti di un numero importante di italiani. Gli italiani hanno scoperto che ciò che conta per loro è, innanzitutto, la sicurezza sanitaria e questo: rafforza sia il ruolo dello stato e sia la necessità di lavorare assieme all’Europa. Insomma, ci sono le premesse per un cambiamento di umore del nostro paese che è stato un paese sempre molto europeista poi, è diventato antieuropeista e adesso credo che ritornerà un paese europeista.

Il secondo motivo obbiettivamente è proprio Mario Draghi, il suo Dna, la sua formazione e la sua visione: a Francoforte per otto anni si è battuto contro la Merkel sostenendo la necessità di politiche espansive e non di vigore. Questo perché si rende conto, in maniera molto italiana, che bisogna dare i soldi alla gente. E poi, secondo me, la terza constatazione è che gli altri leader europei sono molto deboli: la Merkel sta per lasciare, in Francia ci saranno probabilmente altri leader…E’ una cornice che vede la possibilità per Draghi di accompagnare l’Europa verso una riscrittura dei contratti farmaceutici ponendo migliori condizioni a chi produce i vaccini.

  • Nel suo ultimo libro, l’atlante del mondo che cambia, ha analizzato le grandi trasformazioni in corso nell’universo geopolitico, sociale e economico. Oltre alla pandemia, quale pensa sia la più grande sfida e il più grande problema da affrontare?

Le diseguaglianze, non ho nessun dubbio. Le diseguaglianze sono frutto: dell’impoverimento del ceto medio, dell’impatto della globalizzazione e dello spostamento di risorse e benessere dal mondo avanzato ai Paesi del terzo mondo. Per battere le disuguaglianze bisogna tornare a proteggere il ceto medio e quindi: tornare a proteggere i lavoratori e, al contempo, tornare a proteggere il lavoro nei nostri Paesi.

Proteggere il lavoro non è affatto semplice: per esempio quando una persona di cinquant’anni perde il posto di lavoro e ha una famiglia, una casa di proprietà e due bambini a carico, che si fa?  Ecco queste sono le disuguaglianze: io credo che la risposta sia un nuovo stato sociale. Solo questa è la strada per far fronte all’impatto delle disuguaglianze che, attenzione, possono anche innescare una protesta sociale globale capace di diventare molto pericolosa in quanto molto estesa.

Mumbai
  • Nel libro si concentra anche sulla vulnerabilità delle democrazie facendo notare che: “Lì dove le democrazie sono più deboli, i regimi diventano più forti“. Crede che nell’occidente ci sia una crisi democratica? Come può essere fermata?

La crisi democratica è una crisi di legittimità: se tu non ti occupi dei migranti, non garantisci il lavoro e non ti occupi della lotta alla corruzione le persone non si fidano di te. La democrazia, a differenza delle dittature, non è un sistema statico ma è un sistema vivo e la sua legittimazione viene dal basso, cioè funziona solamente se i cittadini si riconoscono nei parlamenti. Qui ci sono almeno tre questioni gigantesche: le disuguaglianze, i migranti e la corruzione. Che cosa fa il governo? Come può il governo difendere i cittadini dall’impatto delle disuguaglianze e cioè trovare il posto a chi viene riqualificato? Come garantire l’integrazione dei migranti?

Queste sono domande difficili ma estremamente necessarie perché solamente questi sono i rimedi. Per esempio il saper proteggere tutti noi dai cambiamenti climatici vuol dire, in termini pratici, ricollocare chi vive lungo un corso d’acqua. Ricollocare e proteggere milioni di persone che si trovano in situazione di rischio atmosferico, per lo Stato significa impegnare risorse più grandi di quelle di cui disponiamo. Nonostante questo sono ottimista e credo che, in ultima istanza, lo stato uscirà vincitore da questo scontro con i nuovi nemici però la strada sarà: lunga difficile ed è appena cominciata.

  • Lei ha avuto l’onore e onere di dirigere due importanti testate italiane, La Stampa e Repubblica, qual è la vera missione di un giornale?

La vera missione di un giornale è informare e innovare. Informare, ovvero garantire ai lettori una descrizione seria, onesta del presente e innovare il sistema di produzione delle notizie. Questo è molto importante dato che le nuove tecnologie oggi consentono di produrre contenuti intellettuali su più piattaforme: la carta, il digitale, gli audiovisivi, i social network. Proprio per questo bisogna riuscire ad essere presenti ovunque con linguaggi diversi, prodotti diversi ma, basati sempre sulla capacità dei singoli di interpretare i fatti, di comprendere un fatto ovunque. C’è bisogno da parte di tutti noi di un maggiore senso di responsabilità.

  • Ne parlavano anche con Alessio Balbi: come si può continuare a fare oggi informazione di qualità riuscendo a rimanere a passo con i tempi ed evitando di essere “inghiottiti” da questo flusso di informazioni che la rete ci offre?

Bisogna coniugare il vecchio mestiere con le nuove tecnologie: il mestiere resta sempre lo stesso, non cambia. Ciò che cambia sono le nuove tecnologie. Bisogna governarle impedendo alle tecnologie di prendere il sopravvento su noi stessi.

  • Come un giornale può essere a misura di giovani?

Conversando con loro, non c’è altra maniera. Servono strumenti digitali, audiovideo, social network per conversare con tutti i lettori ma soprattutto con i giovani. I giovani devono percepire il giornale come una casa di vetro, trasparente dove si può venire, comprendere e studiare.

  • Data la sua carriera giornalistica, qual è il consiglio che si sente di dare a chi è appena entrato in contatto con questa professione?

Bisogna avere il coraggio di osare di fronte alle notizie per aggredirle e descriverle senza alcun prolungamento. Bisogna avere il coraggio di osare per sfidare i propri pregiudizi perché ognuno di noi ha i propri e, bisogna avere il coraggio di osare sulle nuove tecnologie usando le nuove piattaforme per creare dei contenuti in maniera sempre più innovativa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Trending