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Marilena Umuhoza Delli: “La presenza di una legge di cittadinanza basata sullo ius sanguinis è uno dei punti più alti di razzismo istituzionale in Italia”

Scrittrice, filmaker, produttrice, Marilena Umuhoza Delli racconta il razzismo sistemico in Italia, con uno sguardo internazionale.

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Scrittrice, fotografa, documentarista e produttrice, Marilena Umuhoza Delli, è una donna che cerca di esprimere in molteplici modi la sua cultura ed esperienza di afroitaliana, in bilico tra due mondi spesso in conflitto fra di loro. Nel suo libro “Negretta. Baci razzisti” – romanzo ispirato dalle sue vicende biografiche – racconta il micro razzismo sistemico che vive chi, pur nascendo in Italia, non ha la pelle del “colore giusto”.

Si va dall’impiegato comunale che non accetta di registrare il nome ruandese scelto perché “un nome così ridicolo non poteva finire in un documento italiano”, riaccaduto poi per la nascita di sua figlia, fino ai razzismi più pesanti, quelli che minano la libertà di una donna nera che vive in Italia. Oggi la figlia di Marilena Umuhoza Delli, non ha il nome ruandese sul passaporto italiano, ma su quello americano sì, perché lì nessun impiegato comunale ha deciso per lei cosa fosse corretto mettere sul documento. Diritti, discriminazione, e ricerca delle proprie radici hanno determinato il cammino di questa scrittrice, che è stata annoverata fra le 50 donne più importanti del 2020 secondo La Repubblica.

  • Qual è il confine tra biografia e romanzo nel suo libro?

“Negretta baci razzisti” è una storia ispirata alla mia storia personale e a quella della mia famiglia e già a partire dal titolo mostra il percorso di una persona, di una donna, che vive su di sé tutta una serie di discriminazioni, a partire dall’etichetta che le viene affibbiata dalla società, che è appunto “negretta” e pian piano cresce nella valle Padana. Per usare le parole di Igiaba Scego in “La mia casa è dove sono” – “la memoria è come uno specchio frantumato”, io ho fatto proprio così, ho scritto dei capitoli brevi, che sono come delle istantanee, per ripercorrere la vita della protagonista, e nello stesso tempo, fare anche uno scavo molto profondo sugli altri due personaggi principali – i genitori – che sono la chiave per comprendere chi è la protagonista e il suo contesto, il suo bagaglio culturale, che ingloba quello del padre bergamasco e quello della madre ruandese.

Non è un’autobiografia, io lo definirei un romanzo Young adult perché è indirizzato soprattutto a un pubblico giovane. È la storia di una bambina, che cresce e pian piano diventa ragazza e poi donna; non è poi molto distante da me, c’è molto di me, della mia storia e della mia famiglia in questo libro. È triste dirlo, ma soprattutto gli episodi di razzismo descritti sono quasi tutti veri, poi i personaggi cambiano e anche le situazioni, ma è una famiglia discriminata. Quando non sono le persone a discriminarla, ci sono i muri con le loro scritte “immigrati fuori” o “affondate i  barconi”, che ricordano loro che sono indesiderati.

Nel libro si trovano tutta una serie di micro aggressioni, quelle che Achille Mbembe definirebbe “nanorazzismo”, forme narcotiche del pregiudizio che si esprimono attraverso delle frasi, delle battute in apparenza innocue, ma che in realtà vogliono stigmatizzare e spogliare una persona della propria dignità. Sono frasi del tipo “Ah, come parli bene l’italiano!Nonostante io spieghi che sia nata in Italia, o quelle rivolte a mio padre, che quando ero piccola gli chiedevano se fossi stata adottata, e 30 anni dopo, se fossi la sua badante. Dare per scontato che tua madre pulisca le scale, o frasi del tipo “Ah, sei bella però… (per essere nera!)”. Tutte queste frasi che costellano il libro, attingono molto dal mio vissuto. Anche personaggi non si discostano molto dai miei genitori, sono diversi, anche la madre è simile: ruandese, sopravvissuta a tre genocidi, su di lei da piccola testarono il vaccino della poliomielite, che finì per contrarre; una madre che ha vissuto il razzismo nel proprio Paese, con quest’odio tribale fomentato dai coloni belgi. Tutte queste cose sono vere.

  • Questo romanzo possiamo ascriverlo anche al genere “romanzo di formazione”. Invece, quali sono stati i suoi romanzi di formazione quand’era giovane?

Non ce n’erano. Nel senso che i romanzi che mi hanno ispirata fortemente sono arrivati negli ultimi anni, ma da ragazzina ho letto dei romanzi di formazione, ma non mi riconoscevo molto. Il motivo per cui ho iniziato a scrivere è proprio l’assenza di una totale rappresentazione nei confronti delle persone come me di origine straniera, poi seconde generazioni, che non si sono mai lette in un libro a scuola, mai viste al cinema, o quando questo succedeva era sempre o in modo derisorio o comunque in maniera del tutto negativa, visto che in Italia, questa narrazione delle persone straniere segue un po’ il filone o della disperazione o della discriminazione.

Quando non si è né l’uno, né l’altro, si è prostituta. In quanto donna nera italiana io sicuramente ho dovuto subire da una parte il razzismo strutturale, da un’altra il sessismo, e poi infine il retaggio coloniale, che è tutta quella serie di stereotipi che sono presenti nella cultura italiana alimentati anche dal fatto che  l’Italia non ha realmente fatto i conti con il suo passato coloniale. Stereotipi che ipersessualizzano la donna nera. Mi viene in mente l’esempio di Enrico De Seta, il vignettista che in epoca coloniale rappresentava le donne abissine nude. C’è questa feticizzazione nei confronti del corpo femminile.

Quello che stavo dicendo originariamente è che non mi sono mai sentita rappresentata, ed è anche per questo che ho sentito l’esigenza di scrivere un testo in cui qualcuno come me – di origine straniera e seconda generazione – potesse identificarsi, visto che c’è veramente molto poco sull’argomento e scritto da noi, nuove generazioni di italiani di origine straniera che non spesso abbiamo l’opportunità di prendere la parola. C’è qualcuno che molto spesso parla per noi. Ma non sempre abbiamo la stessa opportunità di parlare in prima persona di quello che noi abbiamo vissuto.

Quando invece scrissi “Memoir, razzismo all’italiana”, era dovuto al fatto di aver letto l’ennesimo episodio di un barcone che quella volta aveva riversato oltre 700 migranti in mare e – presa dalla rabbia e dalla frustrazione – iniziai a scrivere e senza volerlo, alla fine sentivo che man mano che scrivevo la mia voce si univa a quella dei tanti ragazzi che come me sono nati e cresciuti in Italia, educati in Italia, che hanno dentro di sé un bagaglio in più. Non solo quello dell’Italia, che è un Paese in cui sono nati e cresciuti e che amano, ma anche quello della terra dei propri genitori, che secondo me è un valore aggiuntivo. Da qui è nata la necessità di scrivere, di parlare di questo. 

  • Secondo lei a che punto ci troviamo nella rappresentazione degli afrodiscendenti in Italia nel cinema e televisione?

Credo che ci sia un lavoro da fare. C’era la serie “Summer” con la protagonista afrodiscendente, è stato un segnale positivo vedere fra i protagonisti una persona di origine straniera, però penso che nel panorama mediatico italiano manchi una presenza importante di persone che abbiano origini straniere perché comunque è importante che i mass media cambino la propria narrazione. I mass media italiani hanno questa tendenza a descrivere le persone di origine straniera – nel mio caso specifico le persone nere – o secondo il filone della disperazione o della criminalità; le donne invece sono viste spesso come prostitute. La narrazione veramente va cambiata.

È importante cercare di fare una sorta di decolonizzazione culturale in Italia. Bisogna cambiare la poverty porn, la pornografia della disperazione in cui spesso vediamo anche nelle pubblicità questi bambini africani che vengono rappresentati con le zanzare intorno, la pancia gonfia, e il white savior di turno che li salva dalla disperazione. Oppure abbiamo visto come l’anno scorso a inizio pandemia, si parlava del fatto che sarebbe venuto giù il finimondo, quando avrebbe raggiunto l’Africa. In realtà l’Africa – che già era forte dell’esperienza con l’ebola e aveva un sopporto tecnico sanitario molto preparato – se l’è cavata molto bene. Il problema è un altro: che abbia accesso al vaccino. Però c’è sempre questo pregiudizio, questa narrazione stereotipata per cui i corpi neri vengono raccontati in un certo modo.

Penso anche ai migranti che vengono ripresi nel momento in cui sono più vulnerabili, quando finiscono in mare. Vengono spogliati della propria dignità, “depredati del proprio corpo” direbbe uno scrittore afroamericano Ta – Nehis Coates, che ha scritto il bellissimo “Tra me e il mondo”. Le persone straniere non diventano altro che corpi che finiscono in pasto al dibattito politico, mediatico, pubblico. Dobbiamo cercare di raccontare invece un’altra faccia delle persone di origine straniera, non disumanizzarle, ma smettere di strumentalizzarle, di strozzarle. Dobbiamo smettere di togliere loro la voce, ma ridargliela. Solo in questo modo potremo abbattere tutta quella serie di stereotipi e pregiudizi che l’Italia si trascina dal suo lungo passato razzista, colonialista. Tutti quegli stereotipi alimentati allora, fanno ancora parte della cultura italiana, di noi. 

  • Nel suo romanzo si racconta molto bene il rapporto con il suo corpo di donna nera che vive in Italia, penso a quando racconta dei capelli neri che si cercano di rendere più simili a quelli bianchi o allo sguardo sessuato fin da giovane. Nella sua vita come ha fatto a superare quelle conflittualità che gli stimoli esterni le imponevano e ricercare sé stessa anche attraverso il suo colpo?

Non l’ho ancora superato in realtà perché queste forme di invasione nei confronti del mio corpo, lasciano dei traumi difficili da superare, delle cicatrici che resteranno con te per sempre. La cosa che mi fa più male non è nemmeno quello che intendo quando parlo di “baci razzisti” nel testo – vere e proprie avances, abusi, derivanti dal fatto che la persona associa il colore della mia pelle a una prostituta – ma invece, ciò che mi fa più male è stato guardare il razzismo su mia madre. Il mio rapporto con il mio corpo e il mio essere nera è sempre stato conflittuale, soprattutto dal primo giorno in cui sono andata a scuola e ho scoperto di essere nera, o ne sono stata consapevole.

I bambini non mi chiamavano nemmeno con il mio nome, mi avevano etichettata come “la negretta”. Sembra paradossale, ma io accusavo mia madre di essere indirettamente la responsabile dei miei mali, perché era lei che mi aveva passato quel colore. Quando i miei genitori litigavano io davo ragione a mio padre, perché era quello bianco, la voce dell’autorità. C’è voluto del tempo per poi superarlo. Nel momento in cui ho iniziato ad accettarmi di più, ho iniziato a parlare di più di questa tematica, del razzismo subito. In famiglia era stato sempre tabù.

So che non per tutti è semplice, ed è anche per questo ho deciso di scriverne e di parlare del mio rapporto con corpo, in modo che chi – come me – ha origini straniere e si ritrova in questo corpo che spesso viene deriso e discriminato, possa invece comprendere che abbiamo molto di più, abbiamo un bagaglio culturale che non può essere che un valore aggiunto e un punto di partenza.

  • Un aspetto del libro molto rilevante è l’amicizia che si crea fra la protagonista e la ragazza Latte, vittima di discriminazione e bullismo anche lei, sembra quasi un modo per dire “dobbiamo unirci contro la discriminazione”. 

In realtà questa storia di amicizia è proprio ispirata a quello che mi è successo realmente, anche per mostrare quanto sia assurda la discriminazione: una viene discriminata perché è troppo nera; l’altra perché ha le pelle troppo chiara. Senza volerlo sono una completamente diversa dall’altra, ma è proprio questa la forza della loro amicizia. Maggiore è la diversità, maggiore è lo scambio tra queste ragazze. È secondo me, quanto successo ai miei genitori, erano giorno e notte, ma proprio in questa differenza stava la forza con cui hanno superato tutte le difficoltà, le discriminazioni che la loro famiglia ha subito. Mio padre era un ex missionario – come nel libro – che per amore ha lasciato il talare, e questo l’ha pagato a un caro prezzo.

Ha dovuto recidere i legami con la famiglia in parte, e anche con il mondo del lavoro e alcune amicizie. Nonostante tutto, i miei genitori, da due mondi completamente diversi, ce l’hanno fatta a superare questo. Nel libro, quest’amicizia è l’ancora di supporto della protagonista, perché solo quando è con la sua amica Latte, si sente una ragazza come le altre, indipendentemente dal colore della pelle. È libera di essere chi desidera.

Il tema dominante del libro è l’identità, che è spaccata in due perché da un lato c’è la società che la discrimina, che la fa sentire inadeguata; e poi ci sono le pressioni dei genitori. La madre che le dice di essere migliore degli altri perché “loro ci guarderanno sempre come esseri inferiori quindi tu ti devi rimboccare le maniche dieci volte di più”. Poi c’è anche papà che è un leghista convinto, e disorienta l’identità della protagonista. Non è facile per lei trovare un equilibrio. L’unica che può farlo è lei.

Non ho la più pallida idea perché non ha assolutamente senso. Questa è una legge che è ancora al 1992, che tra l’altro fu l’anno del boom dei flussi migratori, una legge che si basa sullo ius sanguinis, cioè sulla purezza del sangue. Come può non esserci un richiamo alle famose dieci leggi razziali firmate da Mussolini? Ci basiamo per questa legge sulla purezza del sangue, che conta molto più del fatto di essere nato e cresciuto in una terra, di parlare la lingua, di essere innamorato di questa terra, di tifare ai Mondiali Italia e di voler fondare la propria famiglia in questa terra.

La purezza del sangue secondo le leggi italiane ha molto più valore di tutto questo, ed è per quello che un newyorkese che magari non ha mai messo piede in Italia, che non parla l’italiano, che non ha intenzione di vivere in Italia, può diventare immediatamente cittadino italiano semplicemente perché ha il trisavolo di Bassano. È una legge che non rispecchia la realtà, la contemporaneità del Paese, visto che ci sono quasi un milione di ragazzi che sono nati e/o cresciuti in Italia, che hanno la colpa secondo il Governo italiano di avere il genitore di origini straniere, e che per questo innanzitutto non possono votare.

Infatti, dovendo attendere tre anni, dall’inoltro della domanda di cittadinanza, non possono votare in un periodo di tempo in cui potrebbero e sono motivati a farlo, perché penso che vogliano cambiare questa legge. Ragazzi che non possono andare in Erasmus, in gita con i compagni, non possono avere delle opportunità formative preziose, non possono partecipare a livello agonistico a delle gare sportive. È una situazione grave che rappresenta uno dei punti più alti di razzismo istituzionale in Italia. Una legge veramente anacronistica che non è al passo con la nuova Italia. 

  • Oltre ad essere scrittrice, Marilena Umuhoza Delli è anche filmaker e fotografa. In questo momento sta lavorando con gli artisti di strada dei Paesi meno rappresentati, come Rwanda, Malawi, Cambogia. Che cosa state facendo e come nasce questo progetto?

Ho lavorato a circa una trentina di album di artisti dai Paesi meno rappresentati musicalmente nel mondo, in collaborazione con quello che poi è diventato mio marito, Ian Brennan. Ho sempre nutrito la passione per il documentario, infatti avevo seguito dei corsi alla UCLA, dopo la laurea qui in Italia, in Lingue per la comunicazione internazionale; e mio marito invece era già un produttore musicale ma lavorava con artisti americani. Quando abbiamo unito le nostre strade, abbiamo deciso di concentrarci sull’Africa. Siamo partiti dal Paese di mia madre, perché lì avevo girato un documentario sul suo ritorno in Rwanda, dal titolo “Rwanda mama”, da lì mio marito ha deciso di cogliere l’opportunità per registrare dei musicisti ruandesi, ed è così che abbiamo scoperto i “Good ones”, un trio ruandese che ingloba le tre tribù del Rwanda. Da lì è partita praticamente la nostra avventura musicale nei Paesi meno rappresentati del mondo.

Flosse recording music next to her cell

Purtroppo la musica che ascoltiamo viene quasi tutta dall’Occidente e molto raramente si sente musica che proviene dal Gibuti, Rwanda, Malawi, che sono tutti posti dove noi siamo stati e che secondo noi meritano maggiore visibilità. Noi diamo una piattaforma a queste persone in modo che la propria voce possa essere ascoltata, e insieme ad essa c’è un bagaglio di esperienze positive o negative che queste realtà si portano dietro. Quando siamo andati a registrare in Rwanda nelle canzoni si parlava molto di amore e riparazione. È stata anche un’occasione per raccontare quanto successo in Rwanda, ma anche della rinascita dopo i genocidi che vi sono avvenuti. Da lì siamo andati in Mali, è stato registrato un disco con un gruppo tuareg, che poi ha vinto un Grammy, l’Oscar della musica, nel 2011.

Un altro album ha avuto molta attenzione, è registrato nella prigione del Malawi, concepita per meno di 300 persone, che invece ne ospita duemila e passa. Le condizioni sono davvero dure per le donne, che vengono molestate, finiscono in prigione spesso accusate di stregoneria, o per aver denunciato i responsabili degli abusi sessuali che subiscono, e anche per gli uomini. Questo album ci è valsa una nomination ai Grammy del 2016 e il programma “60 minutes” ha poi realizzato un documentario su questo nostro lavoro, vincendo un Emmy nel 2016. Ho appreso  – e continuo a farlo – veramente moltissimo da queste esperienze che ho la fortuna di vivere e ogni volta imparo davvero tanto. Questo per me è un modo per ricollegarmi alle mie radici africane, riappropriarmene e dar loro voce. 

  • Qual è l’ultimo progetto di cui si è occupata?

È quello sui campi di streghe che esistono in Ghana. È l’unico Paese al mondo che abbia dei campi in cui vivono delle donne accusate di stregoneria, è un progetto che a me sta particolarmente a cuore. Il 12 marzo è uscito l’album “Witch Camp”, l’abbiamo registrato in diversi villaggi dove le donne – solitamente anziane – prendono la parola, utilizzando strumenti dell’ambiente immediato come barattoli vuoti, tutte cose che loro hanno utilizzato, accompagnate dalla loro voce. Sono tutte accusate di stregoneria perché sono donne anziane che, alla fine della vita, hanno un fazzoletto di terra, che però interessa molto alle grandi Corporation occidentali che manipolano o un capo villaggio, o un membro della famiglia di queste persone, e strappano la terra a queste donne anziane per poi rivenderla alle Corporation.

Cover for Witch Camp Ghana

Il problema della stregoneria e del sessismo è più attuale che mai. Uno degli argomenti di cui dovrebbe parlare ogni femminista è quello che sta accadendo in molti Paesi dell’Africa dove le donne vengono accusate di stregoneria, uccise, torturate, depredate dei risparmi di una vita e ostracizzate. La donna anziana, che un tempo rivestiva un ruolo così importante all’interno della comunità africana, ora per via di questa nuova forma di colonizzazione – una vera e propria ricolonizzazione – muore o viene costretta a vivere in questi witch camp.

  • Lei com’è venuta a conoscenza di questo?

Questo progetto è nato insieme a mio marito Ian Brennan, era una cosa che già sapevamo, non riesco a ricordare l’origine dell’informazione. Un membro della mia famiglia ha vissuto questa problematica: è stata accusata di stregoneria e per questo ostracizzata. E poi se penso anche solamente al fatto che mia madre – anziana, disabile, vedova – nel posto sbagliato, al momento sbagliato, potrebbe essere accusata di stregoneria, e venire ostracizzata e torturata, è un problema che veramente sento che mi tocca da vicino. 

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