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Sport

Khalida Popal: l’eroina che guida le donne afghane alla libertà armata di un pallone da calcio

La storia di una donna audace che ha posto le basi per il calcio femminile afghano denunciando abusi sessuali e riscoprendo il significato di libertà.

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È difficile comprendere come si possa definire addirittura eroina una donna che non ha fatto nulla se non giocare a calcio, ma questo avrebbe senso se la società che ci circonda fosse giusta, paritaria e inclusiva, non intrisa di ingiustizie, discriminazioni e abusi riversati su chi ha come unica colpa quella di possedere un cromosoma Y in meno: le donne.

Per queste e tante altre ragioni, abbiamo tutto il diritto di considerare Khalida Popal un’eroina, capace di rischiare la vita per combattere un sogno: permettere alle donne afghane di giocare a calcio. 

L’infanzia 

Khalida Popal nasce a Kabul, capitale dell’Afghanistan, in una famiglia che in nessun modo rappresentava la società che invece viveva fuori dalla porta di casa. 

“Devo la mia ricerca di libertà alla cultura di famiglia. Gli uomini della mia famiglia sono sempre stati dei grandi leader, ma credevano nell’equità, motivo per cui mia nonna e mia mamma godevano degli stessi diritti. Quando ho messo piede nella società mi sono purtroppo resa conto che non era così ovunque. Era raro trovare dei padri di famiglia che credessero nell’empowerment femminile”. 

Sin dai suoi primi anni di vita, la città in cui vivevano era diventata la capitale del regime talebano che aveva istituito la più dura e violenta Sharia (legge sacra dell’islamismo che contiene norme di condotta e comportamento) che il paese avesse mai affrontato. Le donne erano pendici degli uomini, completamente assoggettate ai mariti, private di ogni tipo di diritto e libertà. 

La mamma di Khalida era una insegnante di educazione fisica e iniziò a far praticare alla figlia diversi sport tra cui il calcio, non potendo neanche immaginare cosa questo sarebbe costato alla sua famiglia. 

L’amore per il pallone 

Khalida inizia a giocare dopo scuola col pallone tra i piedi e, con sua grande sorpresa, capì subito di non essere la sola appassionata. Diverse sue amiche iniziarono ad allenarsi con lei una volta finite le lezioni, sempre in campi lontani e abbandonati, in modo tale da non essere viste da nessuno: alle donne praticare sport non era concesso. 

Nel 2001 il regime talebano cadde e con esso le imposizioni estremiste e fondamentaliste che si portava dietro. Per la Popal e le sue compagne quello fu un giorno di rinascita: avrebbero potuto giocare a calcio alla luce del sole e nel 2007 ottennero un risultato storico: costituirono la prima nazionale di calcio femminile dell’Afghanistan di cui la Popal fu la prima capitana. 

“Ci eravamo guadagnate l’onore di vestire la maglia del nostro Paese, con il simbolo sul petto. Ce l’avevamo fatta, è stato come vincere la coppa del mondo. Ci eravamo battute per ottenere quell’occasione, nessuno ce l’aveva regalata”

Ciò che le calciatrici non avevano considerato però, è che nonostante il regime fosse caduto, la mente di gran parte dei loro concittadini non era affatto cambiata. Si trovarono ben presto a dover affrontare insulti gravi e costanti, minacce di morte tali da dover effettuare gli allenamenti in un campo della base NATO per essere protette. 

Khalida Popal divenne una nota sostenitrice dei diritti delle donne e delle donne nello sport, e più la sua figura acquisiva visibilità, più la paura di morire si avvicinava. La giocatrice fu costretta a fuggire dal suo paese natale per approdare in Danimarca dove si sistemò in un campo profughi. Qui iniziò a insegnare l’arte del pallone ad altre donne rifugiate e, dopo aver conseguito una laurea in international marketing management, fondò la Girl Power Association, grazie alla quale sostiene le donne rifugiate ad affermarsi attraverso lo sport.

Gli abusi sessuali 

La Popal è divenuta un simbolo di forza e resilienza per le sue compagne anche oltre il gioco del calcio. Trovò infatti per prima il coraggio di diventare una voce capace di sconvolgere il pianeta: raccontò infatti che lei e le altre calciatrici afghane erano state ripetutamente vittime di abusi, dal 2013 al 2018, da parte di allenatori, dirigenti e vertici federali afghani. Le minacce andavano da insulti verbali a stupri e avevano luogo durante le trasferte, nei ritiri, negli uffici. Le altre ragazze testimoniarono una dopo l’altra, guidate dalla mano fraterna, coraggiosa e solida di Khalida. 

Le dichiarazioni sconvolsero paesi di tutto il mondo e in Afghanistan hanno avuto luogo diverse interrogazioni parlamentari a Kabul, la stessa città che costrinse la Popal a fuggire. 

“Dopo le denunce, ben nove giocatrici furono sbattute fuori con l’accusa di essere lesbiche. In Afghanistan l’omosessualità è un reato. Non riuscivo davvero a capire come il presidente della federazione afghana di calcio avesse potuto accusarle di una cosa che avrebbe messo la loro vita in grave pericolo. Così ho cominciato a indagare, e ho scoperto che aveva una stanza segreta nel suo ufficio, dove portava le giocatrici per abusare di loro e obbligarle ad avere rapporti con lui. L’ho denunciato alla FIFA, lo hanno sospeso da ogni attività sportiva ma è ancora libero e vive tranquillamente in casa sua”

Khalida ha più volte affermato di non avere alcuna intenzione di fermarsi, gli obiettivi sono tanti e non riguardano solo lei ma tutto il suo popolo, tutte le donne oppresse che hanno bisogno di una voce per farsi avanti, e lei vuole essere quella voce.  Il calcio è stato un mezzo, uno strumento attraverso cui la Popal ha iniziato una rivoluzione di cui ogni donna del pianeta dovrebbe far parte. 

Dunque sì, Khalida Popal è un’eroina anche semplicemente giocando a calcio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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