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Irene Facheris: “Il problema principale? Chi è in posizione di potere non ha idea di quali siano i problemi al momento”

Fondatrice di Bossy, tra le donne dell’anno per Repubblica, Irene Facheris si racconta, mostrando le sue fragilità e determinazione.

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Formatrice, scrittrice, ideatrice di Bossy, attivista, Irene Facheris è una delle 50 donne che Repubblica ha inserito nella sua best of del 2020. Su instagram è cimdrp, dove con più di 80 mila follower all’attivo, cerca di creare cultura femminista, intersezionale, attenta alle discriminazioni. Da poco ha dato vita a un nuovo talk su audible “Equalitalk”, con la sua amica attivista Bellamy, in cui in dieci puntate viene smascherato il “white savoir” radicato nella nostra società.

A dicembre, a conclusione del suo primo anno di “Palinsesto femminista”, rubrica su instagram e poi podcast ha dato vita a una maratona di dieci ore di approfondimento sulle tematiche femministe con ospiti da tutta Italia. Laurea in psicologia, fondatrice di Bossy, associazione no profit nata nel 2014, Irene Facheris è il ritratto della donna che ha saputo fare delle sue passioni il suo lavoro, e ha contribuito a creare cultura e valore; eppure, nel corso di quest’intervista racconta: “Se tornassi indietro non so se rifarei quello che ho fatto, nonostante tutto il bene che sento di aver fatto, i risultati raggiunti“. Cos’è successo per farla giungere a questa affermazione?

  • Come sei diventata un’attivista?

Credo che per alcuni mestieri sia necessario ovviamente lo studio, e che altri non siano considerabili mestieri, ma siano più vocazioni. Se io ripenso alla prima volta che ho fatto qualcosa con lo stesso fuoco che sento adesso quando faccio attivismo, ero alle elementari. C’era un bambino che se la stava prendendo con una mia compagna di classe che era molto più minuta di me; io mi sono messa davanti e ho detto a lui: “Se te la devi prendere con qualcuno, fallo con chi è grande come te”. Mi è arrivato un pugno in faccia e sono finita a terra. Ma quando ero lì, ho pensato: “Meno male che l’ha dato a me. Se l’avesse dato a lei sarebbe stato molto peggio. Io l’ho incassato meglio perché sono più alta e piazzata. Sono caduta a terra, però non mi ha slogato la mandibola”. Quello è il primo ricordo che ho di un’azione fatta perché sentivo che era giusto farla, anche andando contro i miei interessi. 

Credo di aver avuto sempre questo tratto distintivo, il che non significa necessariamente essere sempre una bella persona, sicuramente non significa non fare errori o non avere caratteristiche che ogni tanto sarebbe bello non avere, però informandomi e studiando ho solo confermato una sensazione che ho sempre avuto: se hai la possibilità di aiutare gli altri, hai la responsabilità di farlo. Non l’ho mai vista solo come una scelta. Decidere di non farla a me comporta delle conseguenze, ad esempio nel guardarmi allo specchio. Semplicemente ho continuato a seguire quella strada che secondo me era l’unica percorribile, e che lo fosse l’ho deciso quando ero abbastanza piccola. Più studiavo, più leggevo, più incontravo altre persone, più scoprivo altre discriminazioni, più mi convincevo che era la strada giusta. Non ricordo un momento in cui io abbia deciso di diventare attivista. Ho semplicemente dato un nome a qualcosa che sentivo già da un bel po’.

  • Hai una community molto attiva e tu ti mostri in modo molto naturale, nel tuo peggio e nel tuo meglio. Quanto questo è impattante sulla tua vita?

Mettere il meglio e il peggio è per me naturale, proprio perché non faccio marketing sulla mia persona. Probabilmente alcune volte avrei fatto meglio a non dire certe cose, però le ho dette perché le stavo sentendo. È l’idea di stare sui social che mi dà qualche problema in generale, indipendentemente da ciò che decido di pubblicare. Sia che io mi stia facendo vedere al mio meglio o al mio peggio, la mia salute mentale in questi anni ha patito e sta patendo questo stare sui social, infatti ho rallentato, soprattutto in questi dieci giorni. Ho smesso di pubblicare, tranne il minimo indispensabile. Non che io non abbia delle cose da dire, ma ho bisogno ora come ora di prendermi del tempo per staccare da questo mondo in cui ogni volta che dico qualcosa arriverà un commento. Faccio tanta fatica a gestirlo, soprattutto per i tipi di commenti che poi possono arrivare.

È un sovraccarico di informazioni e per me è una costante condizione di ansia generalizzata. Io pubblico qualcosa e ho l’ansia del vedere che cosa accadrà. So che se arriverà un commento brutto non mi scivolerà addosso. Questa è una cosa che non ho imparato a fare in più di dieci anni che sono online. Mi fanno male. Ho la pelle sottile: entrano subito, non nella Irene dei social, ma dentro di me e mi fanno male. Intanto che capisco – se mai accadrà – come fare per non farmi toccare, provo a starci meno sui social, così ci sono minori occasioni di venire costantemente ferita da quello che succede. 

  • In una delle tue ultime storie instagram in evidenza parlavi di alcuni commenti in cui ti si tacciava di“ipocrisia”. Non pensi che risposte di questo genere, arrivino sempre come conseguenza del “metterci la faccia”?

È vero, succede a tutte le persone che stanno sui social, per questo sillogismo osceno del “tu sei sui social e sei dominio pubblico, quindi noi possiamo dirti tutto”. A maggior ragione succede se ti occupi degli argomenti che tratto io. Poi l’odio c’è ovunque, anche se fai dei post sul make up, ti becchi qualcuno. Diciamo però, che se cerchi di parlare di problemi sistemici – e una buona fetta della popolazione è causa diretta di essi – non piace particolarmente quello che dici. Anziché farsi la domanda “Perché mi infastidisce questa cosa?”, provare a farsi un po’ di autoanalisi sempre utile, le persone pensano bene di cavarsela dicendo le peggio cose a me e a chi si occupa di questi temi. 

Però anche io sto sui social come fruitrice passiva. Non sono solo una persona che pubblica, anzi, sono soprattutto una che guarda cosa succede.

Ho delle opinioni su tutto, come tutti gli esseri umani, però non mi verrebbe mai in mente – anche essendo molto in disaccordo con qualcuno – di scrivere certe cose. Ancora prima di dirlo, io mi chiedo: “è utile che io dica “non sono d’accordo”?” Perché magari non gliene frega niente a nessuno della mia opinione, soprattutto quando non è supportata da nessuno studio, semplicemente è la mia pancia che mi dice qualcosa. Ma anche dovessi rispondermi (e non succede quasi mai): “sì, è utile che io dica di non essere d’accordo”, non mi verrebbe mai in mente di farlo in un certo modo, con così tanta irruenza, maleducazione e confidenza. Ma chi sei? Abbiamo mai mangiato assieme?

  • Pensi che clubhouse possa aiutare a migliorare questa comunicazione, vista la presenza di un confronto più diretto via audio?

Io su clubhouse non ci sono. Ce l’ho perché mi ci hanno invitato il primo giorno, ma non lo uso perché non credo che sia un confronto diretto quello dietro a un nickname senza vedere la faccia. Potrebbe essere un modo molto più veloce per insultare qualcuno. È molto più violento perché senti il tono di voce della persona. Io so che su clubhouse stanno accadendo le stesse cose che capitano altrove, vedi zoombombing: ci sono delle donne che stanno parlando, ad un certo punto un uomo chiede la parola per dire volgarità a caso. Secondo me quello è ancora più violento che un commento, perché quest’ultimo lo vedi ma non senti il tono di voce e puoi eliminarlo, invece una cosa detta ormai è detta. Non è eliminabile. Non credo assolutamente che clubhouse, ora come ora, sia un posto dove potersi confrontare in uno spazio un po’ più sicuro. Dai racconti che mi stanno facendo non mi sembra.

Dopodiché lo trovo poco accessibile per più di una ragione, a parte il fatto che per adesso è solo per iPhone, che va bene succede così quando c’è una nuova applicazione beta, dobbiamo testarla, ma nel frattempo un sacco di persone non hanno idea di cosa sia. Penso al fatto che tutte le persone sorde siano completamente tagliate fuori da questa cosa perché non hai la possibilità di mettere il sottotitolo a quello che stai dicendo, visto che è solo audio. Non sono una grossa fan di Clubhouse. Ogni volta che ci capito per caso vedo o dei grandissimi manel ancora una volta, frotte di uomini che parlano tra loro, oppure quando ci sono delle stanze dove ci sono delle donne che parlano, a un certo punto deve arrivare un uomo, che ti dice “non ho seguito dall’inizio”, oppure “non so niente di questa cosa, però volevo dire”. Io sono un po’ stanca. Devo ritrovarmelo anche senza faccia, così che non so neanche che volto abbia questa persona che mi sta facendo arrabbiare? No, grazie!

  • Il tuo palinsesto femminista è un esempio perfetto di femminismo intersezionale agito; tu sei sempre stata una femminista intersezionale oppure il tuo femminismo, partendo da quello “storico”, si è evoluto?

Credo di aver sempre avuto la sensazione di essere intersezionale e di essermi dovuta ricredere qualche tempo dopo, studiando qualcosa in più e guardando ciò che avevo fatto prima e dicendo “ah e tu pensavi di essere intersezionale? Annamo’ bene!”. Credo che continuerà così per tutta la vita. Anche adesso credo di essere più intersezionale di un tempo, ma lo so che tra dieci anni guarderò le cose che ho fatto adesso e dirò “mamma mia però Irene, potevi anche farlo un po’ più intersezionale”.

Sono convinta che femministe si continui a diventare, non si è mai femministe, lo si diventa. Io sono sempre in buona fede, ma non è sufficiente. Ho sempre la sensazione di essere intersezionale, ma poi ogni volta arriva qualcuna che mi fa notare che sto mancando da qualche lato. Così provo a correre ai ripari e informarmi su quello, studiare di più. Ma è infinito. Tutta la vita cercherò di essere quanto più possibile intersezionale, e mi guarderò indietro e dirò: “però quello non era abbastanza”. 

  • Del resto noi siamo una persona unica, mentre l’intersezionalità comprende tante soggettività, con vissuti e problematiche differenti, perché le loro istanze siano parte di noi, dobbiamo anche accogliere questa pluralità di persone dentro di noi. La nostra evoluzione e intersezionalità dipende anche dagli incontri che facciamo. 

Sì, ma gli incontri che io ho fatto per essere più intersezionale sono accaduti perché mi sono resa conto di non esserlo abbastanza. Adesso, se devo fare un palinsesto, invito persone con caratteristiche diverse, che subiscono discriminazioni diverse, ma perché fanno parte della mia cerchia di amicizie. Se devo parlare di disabilità ho l’imbarazzo della scelta su quale amica chiamare, perché ho diverse amiche con disabilità. Se devo parlare di un tema altro, probabilmente chiamerò comunque una di quelle amiche perché non la sto chiamando per la sua disabilità, ma perché è competente in quella cosa lì, e in più ha una disabilità, è dunque un altro punto di vista.

Com’è che mi sono ritrovata ad avere diverse amiche con disabilità? Perché ad un certo punto mi sono fatta la domanda: “Ma Irene com’è che tu non conosci neanche una persona con disabilità? Va bene la statistica, ma fatti anche due domande: cos’è che ti mette a disagio?” Mi sono dovuta fare questa domanda e ho iniziato a studiare. Naturalmente studiando questi temi ho impattato persone che ne parlavano, e alcune di queste sono diventate mie amiche, e ora fanno parte della mia cerchia amicale. Ci sono perché io mi sono chiesta: “com’è che non ho neanche un’amica con disabilità?”. Così, come qualche tempo fa mi sono chiesta perché non avessi un’amica nera. Quegli incontri sono il frutto del mio essermi resa conto di non essere sufficientemente intersezionale; è arrivata prima la teoria e poi mi sono chiesta cosa potessi fare.

  • Con Bossy entri nelle scuole italiane. Dalla tua esperienza di che cosa hanno più bisogno i ragazzi oggi negli istituti?

Ascoltando direttamente le ragazze e i ragazzi che si raccontano durante gli incontri, vedo una grossa mancanza di nozioni di attualità e di nozioni base che sarebbero utili a tutti gli esseri umani, indipendentemente dai loro interessi e dalle loro prospettive future. Il mio primissimo lavoro è quello di essere una formatrice, mi occupo di aiutare le persone a comunicare nella maniera più utile, ascoltare l’altro, capire quali dinamiche entrano in gioco. Quando le persone ascoltano quello che dico su questi temi, rispondono sempre: “ma perché questa roba non la insegnano a scuola?

È abbastanza interessante arrivare a capire come mai giudichiamo un altro essere umano e come possiamo fare per non arrivare subito al giudizio e continuare a guardarlo senza farci già un’idea. Questa cosa è utile indipendentemente da quello che sarà il nostro lavoro poi, perché passiamo tutta la vita a interagire con le persone. C’è una mancanza di informazioni base, tra cui ci metterei dentro anche un’educazione affettiva. Siamo una società che vede le emozioni come un tabù, non se ne parla, e questo genera diversi problemi. Credo che la scuola abbia il dovere di affrontare questi temi che riguardano noi come esseri umani. 

L’altro problema è quello della mancanza di informazioni riguardo all’attualità. La scuola dopo il ’45 si ferma, sembra che finita la Seconda Guerra Mondiale, il voto del ’46, e poi basta, finito tutto. Tantissime delle cose che accadono adesso hanno radici vecchie di cinquant’anni, non tanto di più e quindi se non sai cos’è successo cinquant’anni fa, come fai a leggere la realtà di oggi? I ragazzi e le ragazze spesso dicono che sentono la mancanza di questo, di un contatto con quello che è successo poco tempo fa, quando i nostri genitori c’erano. Va bene studiare quello che è successo duemila anni fa, però forse, la mia vita di adesso, ha più collegamento con quello che è accaduto cinquant’anni fa, quindi perché non me lo racconti?

  • Tu sei firmataria della lettera alla Treccani, contro i riferimenti sessisti, come sei venuta a conoscenza di quest’iniziativa e che riscontro sta avendo?

Mi hanno contattato direttamente le persone che si stavano occupando di scrivere questa lettera, mi hanno dato le informazioni, mi hanno fatto vedere cosa c’era sul dizionario e non mi è piaciuto per niente, così ho deciso di firmare. Non so come stia andando avanti, al momento sono firmataria ma non ho altre informazioni. Dopo aver visto quello che stava accadendo, mi sembrava una ragione sufficiente per firmare. Voglio sperare che venga preso sul serio.

In generale, voglio sperare che venga preso sul serio il discorso sul linguaggio inclusivo che stiamo cercando di portare avanti, l’utilizzo del femminile quando si parla di mansioni. Vorrei non vedere un altro Sanremo dove una donna dice che lei è un direttore d’orchestra. Vorrei non vedere una cosa del genere in prima serata su un programma fra i più visti d’Italia, che io sto pagando con il canone.  Vorrei che le persone non si sentissero minacciate da una scelta più inclusiva. Vorrei che lo schwa non fosse una minaccia, ma una bella alternativa. Siamo molto lontani da questo, dalle reazioni che vedo in giro.

  • Credi che le cose possano cambiare?

C’è molta ignoranza sul tema e non ci si ferma mai a dire: “ok, io ho questa sensazione, non mi piace particolarmente, però in realtà ne so poco, quindi potrei ascoltare qualcuno che ne sa e poi magari rimettere la mia opinione in discussione”. Non credo che questo succederà sui social. Mi sembrano sempre più dei mezzi per andare veloce: il post dev’essere sempre più breve, il carosello deve avere sempre meno parole, il video dev’essere sempre più corto. Ma non è così che si raccontano le cose alle persone. Il tempo dell’insegnamento e dell’apprendimento non coincidono. Non è che siccome io ho fatto un carosello con dieci slides, allora a te basta scorrerlo per comprendere quella cosa. Ti serve più tempo.

Spero che ci si possa trovare nella vita vera, guardandosi negli occhi, per discutere realmente dei temi, dare alle persone la possibilità di manifestare i propri dubbi, e aver lì una persona competente che chiarisce il tuo quesito. Non vedo molta voglia di farlo da parte delle istituzioni. Non si può neanche pensare che tutta l’educazione civica venga lasciata in mano a poche persone che hanno deciso di utilizzare i social prendendosi una badilata di insulti e nel frattempo cercando di fare qualcosa di utile. Non è possibile. Non mi pagano proprio per fare questa cosa. Se lo Stato decide che delega questa cosa a delle persone, che diventi un lavoro stipendiato, altrimenti che facciano qualcosa, che si rendano conto. Il problema principale? Chi è in posizione di potere non ha idea di quali siano i problemi al momento, non ha delle priorità, non si accorgono neanche. 

  • Un esempio di quanto affermi è accaduto con l’insediamento del Governo Draghi: la rappresentanza di genere era insufficiente, ancor più di prima.

Sì, delle volte mi sembra di vivere in un altro mondo. Ho la convinzione che ci siano alcuni problemi urgenti da risolvere per noi persone in generale, ma non vedo mai questa cosa riportata nel mondo della politica, se non in pochissimi sprazzi, come Elly Schlein, Giuditta Pina. Quando guardo le persone che sono in politica non le sento mai parlare di questioni che per me sono urgentissime, quindi mi chiedo: “Ma quanto è distante la mia percezione del mondo da quella di chi è in posizione di potere? Quanto è pericoloso che ci sia tutta questa distanza?

  • Hai mai pensato di entrare tu in politica?

Ma non ci penso neanche! Mi è stato proposto diverse volte e continua a venirmi proposto, ma la mia salute mentale non è salda a sufficienza per fare una cosa del genere. Se già mi ritrovo così, ad avere la visibilità che posso avere, che è minima rispetto ai grandi numeri, mi chiedo sinceramente cosa potrebbe accadere se io diventassi un riferimento per le persone anche nella vita vera. Credo si moltiplicherebbe anche l’odio che già c’è. Io non sono nella condizione di gestirlo, né lo vorrei. Mi è bastato partecipare alla campagna “Intimità violata” con Bossy e Boldrini, per avere giusto un antipasto di quello che sarebbe potuto succedere se avessi preso quella strada.

Mi dispiace perché se fossi certa di non ricevere tutto quell’odio, forse mi ci metterei anche. Mi sta un po’ stretta l’idea di agire su Instagram, vorrei provare a cambiare le cose facendole, mettendo in campo me a 360°, ma non a discapito della mia salute mentale. Non c’è niente che valga la mia sanità mentale. Non sarò mai martire né eroina. Realisticamente se mi immagino in politica, lo faccio per due anni e poi mi butto dal balcone.

  •  Che cosa bolle nella tua pentola per questo periodo?

Sto cercando di far bollire meno cose possibili, di rallentare un po’ per la mia salute mentale. I progetti su cui sto lavorando sono lunghi, più pensati. Magari ci vorranno due anni per fargli prendere la luce, però saranno due anni in cui avrò lavorato dietro le quinte, parlato con le persone e in cui non avrò dovuto mettere un post al giorno e beccarmi l’odio di quel post al giorno tutti i giorni.

Ho bisogno di parlare con le persone e poi magari, dopo aver dialogato e discusso, raccontare anche le conclusioni momentanee alle quali potrò essere arrivata. Ho bisogno del tempo del lavoro. Non mi interessa tanto adesso far uscire un prodotto che sia un video o un libro, voglio focalizzarmi sul processo e più è lungo, più mi sento sicura perché finché sto lavorando non c’è un output e non sono in mezzo alla mischia. 

  • Del resto, la salute mentale è uno di quei temi che troppo spesso si sottovaluta, ed in questo momento storico tocca proprio tutti noi.

Non so dire quanto la pandemia abbia inciso sulla mia salute mentale, ma non ha aiutato che questo sia stato l’anno con più shitstorm in assoluto, con più attacchi. Quelli mi sembrano un effetto della pandemia: un sacco di gente a casa davanti al pc, senza aver niente da fare. Si moltiplica l’odio perché si ha più tempo per scrivere commenti. Forse se non mi fosse successo, certo la mia salute mentale ne avrebbe sofferto comunque, perché la pandemia non è una passeggiata, però non mi avrebbe rovinata così tanto.

Quest’anno mi ha rovinata mentalmente e la mia domanda adesso è: “Tornerò mai come prima?”. Comincio a chiedermi quale sia questo prima, se pre pandemia o prima di mettermi sui social. Non riesco più a capire. Se tornassi indietro non so se rifarei quello che ho fatto, nonostante tutto il bene che sento di aver fatto, i risultati raggiunti. Forse la bambina che a sette anni si è messa davanti alla compagna per farsi dare un pugno è la stessa che rifarebbe tutto quanto, per la stessa identica ragione. Ma la versione adulta ha un po’ più di remore invece a dire: “ok, mi rimetto davanti e mi faccio dare un pugno”.

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