Connect with us

Ambiente

Seaspiracy: l’impressionante impatto della pesca sull’ambiente

Un nuovo documentario Netflix ci sbatte in faccia la brutalità della pesca e ci fa capire come le iniziative “plastic free” siano soltanto uno specchietto per le allodole.

Published

on

Il nuovo documentario di Netflix ci sbatte in faccia una verità sconvolgente che non possiamo fare finta di non vedere. Una sensazione di impotenza ci coglie durante tutta la visione. Una presa di coscienza potente e sconfortante. Una pesca sostenibile non esiste e non potrà mai esistere. Le iniziative “plastic free” sono soltanto uno specchietto per le allodole. Ma andiamo con ordine.

Kip Andersen, già produttore di Cowspiracy, a distanza di sette anni porta di nuovo sotto gli occhi di tutti un’altra orribile verità, una realtà attuale e drammatica. L’effetto antropico sugli oceani. Il produttore è affiancato dal regista Ali Tabrizi che ci accompagnerà nella terribile scoperta di tutto l’orrore che si cela dietro la pesca industriale.

Quando si pensa all’impatto dell’uomo sui mari viene subito in mente la plastica, il petrolio, microplastiche e rifiuti vari. Ogni giorno ci imponiamo di comprare meno plastica, vediamo campagne aziendali che abbracciano la tematica ambientale sostituendo la plastica con materiali biodegradabili. Tutto ammirevole e giusto. Se non fosse che una delle maggiori cause di inquinamento dei mari è proprio la pesca intensiva. Una narrazione che ci viene nascosta.

La mattanza dei delfini

Il protagonista ci porta nel suo viaggio intorno al mondo con lo scopo di denunciare le ingiustizie che ogni giorno silenziosamente colpiscono i mari e gli oceani. La sua indagine inizia da Taiji in Giappone, dove ogni giorno vengono uccisi decine di delfini. Ma perché? La carne di delfino non è edibile, e quanto può valere un delfino da morto? Per ogni delfino catturato ne vengono uccisi dodici. Come è possibile giustificare questa ingiustizia?

La risposta è presto trovata. Disinfestazione. Per i pescatori i delfini rappresentano la concorrenza, poiché mangiano grandi quantitativi di pesce. Perciò, sbarazzandosene, avranno più pescato a loro disposizione. In altre parole, è una reazione alla pesca eccessiva che ha luogo a Taiji.

Rendere i delfini il capro espiatorio per la pesca eccessiva permette alle flotte pescherecce nipponiche di perseverare nell’industria multimiliardaria del tonnodeclinare qualsiasi responsabilità ecologica.

Le cifre che circolano riguardo al tonno ed in particolare alla varietà “rossa” sono drammatiche. I prezzi che raggiunge la sua carne sono i più alti in assoluto, proprio per la sua sempre maggiore scarsità negli oceani di tutto il globo; un solo esemplare può essere venduto anche per 3 milioni di dollari. Il settore è a rischio di sovra sfruttamento e, ad oggi, rimane solo il 3% della specie. 

La pesca accessoria

Un altro pesce è al centro del commercio ittico nipponico: lo squalo. Lo shark finning (o spinnamento degli squali) è un’altra industria multimiliardaria, spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose. Gli squali di tutto il mondo vengono uccisi per le pinne, le quali vengono vendute in Asia per la tipica zuppa. La presenza degli squali negli oceani non deve spaventarci, mentre la loro assenza sì. Questi ultimi mantengono in salute gli oceani, oltre che le risorse ittiche sane e gli ecosistemi vivi. Se portassimo gli squali all’estinzione l’oceano diventerebbe una palude.

Proprio come il tonno rosso, il numero degli squali sta crollando. Lo squalo volpe, toro e martello si sono ridotte dell’80% fino al 99% della popolazione negli ultimi decenni. Ogni anno almeno 50 milioni di squali vengono catturati a causa del “bycatch” (catture accidentali) assieme al pescato destinato alle nostre tavole.

Le catture accidentali di pesci e altri organismi marini pescati senza volerlo assieme alla specie bersaglio rappresentano una delle maggiori tematiche su cui pone l’accento il documentario. Il 40% del pescato mondiale è inutilizzato, sprecato oppure non viene nemmeno conteggiato. Le catture accessorie sono le vittime invisibili della pesca industriale. Vengono definite “accidentali”, ma in realtà sono un elemento perfettamente calcolato nell’economia della pesca. Esistono oltre 100 regolamenti di pesca per ridurre tali catture; ma con più di 4 milioni e mezzo di pescherecci commerciali in mare aperto i governi hanno rinunciato a farli rispettare.

Stando a quanto riportato da Sea Shepard, un gruppo no profit dedicato alla conservazione della fauna marina, ogni anno, fino a 10.000 delfini vengono catturati accidentalmente nell’Atlantico, al largo della costa francese. Il governo bada bene a non divulgare queste informazioni.

L’incoerenza delle certificazioni sulla pesca sostenibile

Un altro tema su cui il documentario pone l’attenzione è la certificazione sul pesce sostenibile. Ogni volta che si compra il pesce si pensa che sia importante scegliere del pesce pescato in maniera sostenibile e controlliamo che ci sia l’etichetta con la qualifica “salva delfino”. La triste verità è che una pesca sostenibile non esiste e questo marchio è una vera e propria montatura in quanto non è in grado di dimostrare nulla. Si paga per ottenere questa certificazione e nessuno controlla come effettivamente avviene la pesca in mare aperto.

Nel documentario si prova più volte a contattare la Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non-profit che si occupa del problema della pesca non sostenibile, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento di prodotti ittici anche per il futuro; ma senza successo. Questo è quanto vi è scritto sul loro sito:

“La nostra missione è affrontare il problema della pesca non sostenibile e salvaguardare le risorse ittiche per il futuro. Con l’aiuto dei nostri partner, e di consumatori attenti alla sostenibilità, vogliamo innescare un circolo virtuoso verso un mondo sempre più sostenibile. Il programma di certificazione e di etichettatura MSC permette a tutti di svolgere un ruolo nel garantire un futuro sano per i nostri oceani.”

La più grande organizzazione di pesca sostenibile al Mondo si rifiuta di rispondere alle domande del regista. Perché? Conflitto di interessi. Dopo alcune ricerche, viene scoperto che uno dei fondatori di MSC era la multinazionale Unilever, uno dei maggiori distributori di pesce. Inoltre, l’80% dei 30 milioni di reddito annuale viene dalla licenza del marchio sui prodotti ittici. In altre parole, più etichette blu vengono concesse più aumentano i guadagni.

Pesca e inquinamento

Ormai siamo tutti consapevoli dell’impatto ambientale che la plastica monouso ha sui nostri oceani. Ma lo sapevate che, si stima, che solo lo 0,03% dei rifiuti causa dell’inquinamento da plastica deriva dalle cannucce? Sebbene la cosa venga discussa raramente, le reti e le attrezzature da pesca rappresentano una quantità importante dei rifiuti di plastica che si trovano dispersi negli oceani e formano il 46% del Great Pacific Garbage Patch (una superficie enorme creatasi a causa della convergenza dei rifiuti) a nord dell’Oceano Pacifico. Ma della correlazione tra pesca e inquinamento non si parla.

Visitando i siti delle principali organizzazioni che trattano l’inquinamento da plastiche si possono notare centinaia di incoraggiamenti ad abbandonare l’utilizzo di cannucce, bustine del thè e gomme da masticare; ma nessun cenno alla pesca. Si è scoperto che dietro una delle realtà che più incarna la denuncia all’utilizzo della plastica, “Plastic Pollution Coalition”, vi è l’“Earth Island Institute”. La stessa organizzazione che gestisce il marchio “Dolphin Safe”. Ecco spiegato il silenzio sulla correlazione pesca-plastica. La corruzione parte dalle stesse realtà che dovrebbero tutelare il mare.

Gli oceani hanno un ruolo incredibilmente importante nel mantenere il nostro Pianeta vivo. Ogni specie è interconnessa. La vita negli oceani è cruciale nel tenere a bada il carbonio ed impedire che venga rilasciato nell’atmosfera.

Le piante marine svolgono un ruolo fondamentale: accumulano fino a 20 volte più carbonio per ettaro delle foreste emerse. In effetti, il 93% della CO2 mondiale si trova nell’oceano grazie alla vegetazione marina. Perdere solo l’1% di questi ecosistemi equivale ad immettere nell’atmosfera le emissioni di 97 milioni di automobili. Continuando l’estrazione dei pesci stiamo disboscando gli oceani; nel processo di pesca vengono distrutti interi ecosistemi ed habitat. La prima a contribuire è la pesca a strascico, che lascia dietro di se distruzione ed depauperamento.

La soluzione è ridurre il consumo di pesce?

Si stima che stiamo pescando fino a 2,7 bilioni di pesci all’anno, l’equivalente di 5 milioni di pesci ogni minuto, significa che dobbiamo riflettere seriamente sul nostro consumo di pesce e frutti di mare (meno dell’1% del totale degli oceani è protetto dalla pesca commerciale). Ciò che è certo è che consumare pesce ai ritmi odierni non è in alcun modo sostenibile. Alcune stime ci dicono che, se continueremo così, entro il 2048 gli oceani potrebbero essere completamente svuotati. 

Nemmeno il pesce d’allevamento è una soluzione. Negli allevamenti in mare sta succedendo la stessa cosa che sta succedendo negli allevamenti sulla terra. Inteso come industrializzazione, ritmi di crescita super accelerati per massimizzare la resa economica, tanti (tantissimi) animali in spazi ristretti, alta trasmissibilità delle malattie e in più la base per il mangime sono altri pesci pescati.

L’unica soluzione sembrerebbe la pesca sostenibile, che però sarebbe inesistente. Alla luce di tutto questo, la conclusione degli autori del documentario è abbastanza prevedibile: dovremmo smettere di mangiare pesce o comunque mangiarne molto meno, per permettere al mare di riprendersi, perché non ce la sta facendo più a sostenere i ritmi che gli stiamo imponendo.

Quindi, senza entrare nelle scelte personali di ognuno, forse sarebbe davvero il caso, se non di rinunciare, almeno di ridurre, di mangiare meno e farlo in maniera più responsabile, perché davvero la produzione di cibo dagli animali inizia a essere insostenibile per la Terra. Al di là delle opinioni dei singoli, è in atto un cambiamento devastante nella nostra società ed è vero che “nessuno può fare tutto da solo, ma tutti possono fare qualcosa”, come dice l‘oceanografa Sylvia Earle alla fine di Seaspiracy.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata a Siracusa il 23/08/1999. Attualmente sono iscritta alla facoltà di Economia a Padova. Non ho molto da dire su di me, mi interesso a moltissime cose, mi piace scrivere ed informarmi. Sono molto contenta di collaborare con i ragazzi de "la Politica del Popolo", spero davvero che questa esperienza possa migliorare me e le persone che seguono questo blog.

Trending