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Economia

Cambiare logo di un club oggi è una scelta di business

Il nuovo logo di Juve prima e Inter poi hanno scaldato gli animi del tifo italiano, ma c’è una precisa ragione dietro tutti questi rebranding.

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Negli ultimi giorni il dibattito del tifo calcistico italiano si è focalizzato attorno alla grande novità di casa Inter: il nuovo logo.  Il cambiamento fortemente voluto dal giovane presidente Zhang non è una mossa azzardata quanto sembra, ma parte integrante di un progetto che mira ad accrescere il brand Inter soprattutto a livello internazionale, seguendo la scia di altre squadre italiane e non.  La mossa economica negli altri casi ha pagato, staremo a vedere se avrà il medesimo successo anche in questo caso. 

Come è cambiato il logo dell’Inter 

Il 9 marzo 1908, al Ristorante Orologio di Milano, 44 imprenditori e visionari divennero i fondatori di una delle squadre simbolo della storia del campionato italiano, e tra questi figurava anche Giorgio Muggiani, artista futurista che per primo delineò i tratti dello stemma della squadra. 

Nel primo logo erano presenti quattro lettere, F C I M (acronimo di Football Club Internazionale Milano), intersecate tra loro su uno sfondo d’oro con due cerchi nerazzurri, futuri colori del club. Lo stile adottato da Muggiani era il liberty, caratteristico dell’epoca, comune a tutti gli stemmi dei primi grandi club inglesi. 

113 anni e una dozzina di stemmi dopo, il nuovo proprietario dell’Inter Zhang attua un ritorno alle origini nato dall’esigenza di accrescere il brand Inter e renderlo più adatto ai nuovi canoni del commercio internazionale. Il nuovo logo non contiene più le quattro storiche lettere ma solo due: I M, che stanno sia per “Inter Milano”, nuovo nome che verrà utilizzato dalla società al posto di “FC Internazionale Milano”, sia per “I am” ovvero “Io sono”, un nuovo motto che accresce l’identificazione del tifoso con il club. 

Il precedente Juventus 

La prima società italiana a effettuare questo rebranding è stata quella torinese di proprietà della famiglia Agnelli nel 2017. In questo caso non vi è stato alcun ritorno alle origini ma una vera e propria rivoluzione: sparisce la forma canonica di stemma ovale, le strisce bianconere, la zebra simbolo del club. Tutti gli elementi vengono fusi in un simbolo unico, potente e caratterizzante, che mostra la J del nome e unisce il mondo dello sport ai brand di quei marchi che dominano il mercato.

«Un segno iconico ed essenziale, dalle linee taglienti, che potrà imporsi da protagonista in qualsiasi contesto e su qualsiasi interfaccia. È frutto di un approccio audace e senza compromessi, che vuole superare gli schemi tipici della tradizione calcistica ed esprime il coraggio della discontinuità».

L’obiettivo di questo cambiamento era il medesimo di quello auspicato da Zhang: crescere in termini di presenza, influenza e  business grazie ad una nuova identità visiva accompagnata dal nuovo motto “live ahead”, letteralmente vivi avanti, con lo scopo di proiettarsi nel futuro sempre un passo avanti. 

La rivoluzione in casa Juventus per ora ha dato i suoi frutti: il brand bianconero è undicesimo nel mondo calcistico per valore ed è in costante crescita, a differenza di club inglesi dal ricco portafoglio che non trovano continuità nei risultati come l’Arsenal.  Nel 2020 la società degli Agnelli ha raggiunto un altro incredibile risultato: la Juventus è diventata il brand più seguito su instagram con più di 40 milioni di seguaci, superando l’ex leader Gucci.

Il debranding 

A cambiare logo non sono state solo Juventus e Inter, in Italia ci sono altri esempi eclatanti come quello del Verona che ha abbandonato le tradizionali strisce gialloblu in favore di una grafica molto più d’avanguardia, e anche altre società come il Napoli hanno in programma un proprio rebranding. All’estero gli esempi di queste rivoluzioni sono parecchi: Manchester City, Borussia Dortmund, Arsenal, Atletico Madrid e tanti altri. 

Ciò che accumuna tutti questi drastici cambiamenti è la riscoperta del minimalismo, meno scritte, meno figure, meno strisce. Un unico simbolo che fonda i valori del club, più facile da ricordare e da vendere virale nel commercio. In linguaggio tecnico si parla di “debranding”, letteralmente rimozione del brand, che ad oggi rappresenta il futuro del marketing. 

Invece che prediligere il proprio logo, le aziende stanno iniziando a mettere in primo piano il prodotto, rendendo così ciò che viene venduto meno vicino ai produttori e più ai consumatori. Per essere ritenuta efficace ovviamente questa tecnica è stata oggetto di parecchie indagini ed effettivamente i risultati hanno sottolineato un aumento di vendite di tali prodotti “debrandizzati”.

Abbiamo l’esempio della Nike che ha concentrato il suo logo nel noto baffo eliminando il nome, Nutella ha iniziato a scrivere sulle sue confezioni il nome proprio dei potenziali clienti e così ha fatto Coca Cola, mentre Starbucks ha rimosso il suo nome mantenendo solo il simbolo della sirena.

Se ripensiamo ai nuovi loghi di Juventus e Inter, capiamo che la strategia è la medesima. 

Da questo excursus commerciale possiamo trarre diverse conclusioni sul futuro del calcio, sul marketing online e sulla gestione dei fondi da parte dei presidenti. La certezza ad oggi è una sola: non possiamo più permetterci di considerare le società calcistiche come pure e “semplici” squadre di calcio che ruotano attorno al pallone, oggi sono vere e proprie aziende. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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