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Portland Jail Blazers: storia della squadra più “thug life” della NBA

La squadra che era odiata dai suoi stessi tifosi, l’esempio del talento che viene oscurato dalla mancanza di disciplina: ecco chi sono i Portland Jail Blazers.

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“Non ce ne frega niente di quello che i tifosi pensano di noi. Possono fischiarci quanto vogliono, ma quando ci incontreranno per strada continueranno a chiederci autografi. È per questo che loro sono tifosi e noi giocatori NBA”. .

(Bonzi Wells)

Una statistica pubblicata qualche anno fa, riportava che nel periodo tra il 2000 e il 2003 mediamente ogni 33 giorni un giocatore di Portland venisse fermato dalla polizia. Solitamente quando si parla di storie di sport, ascoltiamo le gesta di grandi campioni che sono riusciti a vincere nonostante mille difficoltà che la vita gli ha messo davanti o di una squadra partita come “underdog” che poi è riuscita a vincere un titolo.

Quella che andremo a raccontare oggi, invece, è una storia senza lieto fine, che parla di una squadra completamente disfunzionale. I Portland Trail Blazers dal 2000 al 2003 furono ribattezzati Portland “Jail” Blazers non a caso; è stato uno dei casi nella storia dello sport, dove il talento viene non solo oscurato, ma completamente disintegrato dalla mancanza di disciplina (e vedremo più avanti come questo sia un eufemismo).

Una squadra che, proprio per via dei problemi con la giustizia della gran parte del roster, era odiata dai propri tifosi. Steve Kerr, attuale allenatore dei Golden State Warriors ed ex compagno di squadra di Michael Jordan nell’era dorata dei Chicago Bulls, disse del suo unico anno nei Blazers che in quella squadra non ti annoiavi mai e c’erano mille problemi, ma in quanto a talento probabilmente erano secondi proprio ai Bulls di Jordan.

Partiamo dal principio…

Portland, Oregon. “Keep Portland Weird”, è questo il motto dei cittadini della città. Una città che è molto attenta a temi come libertà civile, ecosostenibilità, mobilità leggera insomma tutto molto “green”; e Portland fa parte dell’Oregon, che per restare in tema di “green” è uno degli stati col più alto tasso di consumo di marijuana. In questo contesto, il basket è sicuramente molto sentito, visto che è l’unico sport insieme al calcio a rappresentare la città di Portland nel panorama sportivo americano. 

I Blazers degli anni 90 arrivarono a vincere il titolo guidati da Clyde Drexler, fiero condottiero che si scontrò contro l’immensità di Michael Jordan e compagni nel 1992 uscendone sconfitti. In quei Bulls giocava un certo Scottie Pippen, sei anelli e ruolo di miglior comprimario della storia del basket. E Whitsitt, il General Manager dei Blazers, ci mette gli occhi sopra dopo un periodo poco fortunato ai Rockets: è Scottie l’uomo giusto per provare a portare finalmente il titolo NBA in Oregon. Portland arriva dalle finali di Conference perse contro gli Spurs nel 1999 e un roster già ricco di talento che comprendeva alcuni tra i seguenti “weird”.

Damon Stoudemire, arrivato l’anno prima da Toronto dopo aver vinto il Rookie of The Year e fatto registrare numeri da All Star viaggiando a 19 punti 8 assist e 4 rimbalzi di media; Rasheed Wallace ovvero un’ala piccola imprigionata nel corpo di un’ala grande nonché leader in campo tanto bravo quanto indisciplinato; Jermaine O’Neal giovane dai numeri importanti ma dal carattere difficile; Arvydas Sabonis(padre di Domantas, nato proprio a Portland) una leggenda del basket lituano ed europeo nonché futuro hall of famer, e una buona panchina. Oltre a Pippen, in estate arriva anche l’esperto Steve Smith da Atlanta.

Un inizio promettente

Va detto che fin da subito la stampa fece notare l’enorme potenziale tecnico della squadra, ma fece notare anche come ci fossero fin troppi giocatori con problemi comportamentali tutti insieme. E si sa che nel basket, come in tutti gli altri sport di squadra, il collettivo è più importante del singolo ed è importante che ogni giocatore sappia lavorare per gli altri, mantenendo un’etica professionale esemplare. Tutto ciò non avvenne in quel di Portland. L’inizio fu promettente: record di 59 vinte e 23 perse, secondo in NBA dietro ai soli Lakers di Shaq e Kobe e approdo ai playoff.

Dopo aver battuto agilmente Minnesota 3-1 e Utah 4-1, in finale di conference i Blazers affrontano proprio i Lakers. Dopo quattro partite, la storia sembra scritta con i Lakers avanti 3-1 e Portland relegata al ruolo di comparsa. Ma Rasheed Wallace e Scottie Pippen non la pensano così e trascinano la squadra in due vittorie consecutive che manda la serie alla bella di gara 7 in California. 4 giugno 2000, gara 7. Dopo tre quarti di gara, in uno Staples Center ammutolito, i Blazers conducono di 15 punti e il duo Shaq-Kobe sembra non avere idea di cosa fare a 12 minuti dal termine delle ostilità. Lì si spegne la luce e i Lakers mettono a referto un parziale che dice 31-13, approfittando del tilt totale degli avversari, e volano in finale (che poi vinceranno, dando inizio al regno dei Lakers di Phil Jackson; ma questa è un’altra storia). I Blazers da quel momento iniziano la loro discesa negli inferi.

La squadra ha il monte ingaggi più alto della lega, il comportamento dei propri giocatori è al limite dello sprezzante (vedi citazione di Bonzi Wells ad inizio articolo) e i tifosi non vogliono più sedersi sui seggiolini del Rose Garden. Così la società decide da un lato di vendere biglietti praticamente a prezzi simbolici, dall’altro punta su un altro veterano: Shawn Kemp. Il Kemp che arriva in Oregon nell’estate del 2000 è il lontano parente del “Reign Man” visto a Seattle, dove arrivò ad un passo dal titolo col suo fido compare Gary Payton. Dopo poche partite, si dichiara out per entrare in una clinica di riabilitazione per la sua dipendenza da cocaina. In campo allora ci pensa il buon Rasheed Wallace a dare spettacolo e mette a segno un record praticamente imbattibile, soprattutto nella NBA di oggi, registrando 41 falli tecnici stagionali (esattamente uno ogni due partite). E nonostante ciò riesce ad andare all’AllStar Game.

L’arrivo ai Playoff

I Blazers arrivano ai playoff, ma vengono sbattuti subito fuori proprio dai Lakers in una riedizione della finale di Conference dell’anno prima. Il 2001-2002 è l’anno della definitiva implosione. A questo gruppo si aggiunge la promessa del basket Zach Randolph (anche lui con un caratterino poco edificante) e Ruben Patterson, discreta guardia da 10 punti a partita. La stagione registra i Blazers ai playoff, eliminati nuovamente al primo turno dagli invincibili Lakers; ma soprattutto registra un Patterson (con una infanzia difficile, ha convissuto con entrambi i genitori tossicodipendenti e un rapporto molto complesso con la scuola) molto attivo fisicamente fuori dal campo, soprattutto nelle aule di tribunale: condannato per aver malmenato un poveretto che gli aveva inavvertitamente danneggiato l’auto e accusato per violenze domestiche dalla moglie.

Ma se Patterson era l’emblema di quella squadra, un motivo ci dovrà pur essere. Zach Randolph mostra subito la sua indole e viene accusato di essersi ubriacato ancora minorenne. Stoudemire e Wallace decidono di rientrare in auto da una trasferta e vengono fermati dalla polizia per eccesso di velocità; peccato che quando l’agente bussi al finestrino per chiedere i documenti, venga avvolto da una nebbia di fumo che manco Milano. Non erano sigarette, ndr. La stagione 2002-2003 non promette nulla di buono, considerando che la dirigenza sceglie di concedere l’ennesima occasione a questo gruppo, ormai insultato dai propri tifosi e attaccato dalla stampa settimanalmente.

Rasheed Wallace sono due anni che inizia a prendersi tecnici anche se non apre la bocca, reazione di tutta la squadra arbitrale al suo comportamento in campo poco rispettoso. In allenamento non va di certo meglio: Zach Randolph e Ruben Patterson iniziano a litigare e il primo sferra un violento pugno che causa la frattura dell’orbita oculare a Patterson. Dopo questa dichiarazione d’amore, Randolph si nasconderà per settimane a casa del compagno Dale Davis, dopo che Patterson minacciò di sparargli (evidentemente non era poi così metaforico).

I tanti problemi dentro e fuori dal campo

Non è tutto. In un remake di Fuga di Mezzanotte (capolavoro di Alan Parker del 1978), Damon Stoudemire viene fermato all’aeroporto con 40 grammi di marijuana avvolti nella carta stagnola. C’è qualcosa di quasi poetico in tutto ciò. Qyntel Woods viene fermato dalla polizia e lo beccano senza assicurazione, senza patente e in possesso di quantità importanti di marijuana. Lo stesso Woods l’anno dopo decide di superarsi: viene rinvenuto un pitbull malconcio vicino casa sua e la polizia scoprirà che aveva un giro di combattimenti clandestini tra cani. Tra minacce agli arbitri di Wallace e mezzo chilo di marijuana trovato a casa di Stoudemire, la storia dei Jail Blazers termina con la sconfitta per 4-3 contro i Dallas Mavericks, che sarà seguita da un rapido smantellamento della rosa nel nome di un nuovo codice etico approvato dalla società.

Dei Portland Jail Blazers ci rimane, oltre ad una lista interminabile di problemi comportamentali dentro e fuori dal campo, l’enorme talento inespresso e fatto vedere solo a tratti. Giocatori svogliati, che mantennero un record vincente durante tutto l’arco dei tre anni e mezzo insieme con tutto il mondo contro. Rasheed Wallace, sicuramente il diamante grezzo di quella squadra, troverà il suo ambiente ideale nella difficile Detroit dove conquisterà il titolo nel 2004; e dove stranamente non prenderà parte alla più spettacolare rissa che la NBA ricordi: quella tra Pistons e Pacers nel famoso Malice At The Palace. Ma anche questa è un’altra storia, magari da raccontare in una delle prossime puntate.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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