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BALL DON’T LIE! Storia del più cattivo tra i buoni: Rasheed Wallace

Oregon, esattamente a Portland: nasce attorno al 2000 l’epoca dei Portland Jail Blazers, con un giocatore particolare, unico per certi versi, Rasheed Wallace. Ecco chi era…

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15 giugno 2004: il Palace di Detroit è letteralmente impazzito. I Detroit Pistons a distanza di quasi 15 anni dall’ultimo titolo, portato a casa dai Bad Boys che strapazzarono Michael Jordan e i suoi Bulls, sono riusciti nell’impresa di annichilire i Los Angeles Lakers in una finale NBA senza storia: 4-1. Rasheed Wallace è lì che festeggia, dopo anni difficili e dopo mille etichette, dopo centinaia di tecnici. L’anello della vittoria lo metterà al medio, non all’anulare. Che personaggio. 

Ma come siamo arrivati qui? Facciamo un passo indietro

Siamo al termine della stagione 2002-2003, Portland è stata appena buttata fuori dai Lakers al primo turno di playoff e la squadra dopo arresti, accuse di molestie, abuso di droghe, lotte clandestine tra cani e tanto altro (ne abbiamo parlato QUI) inizia ad essere smantellata. Rasheed è un giocatore solido, molto versatile e difficile da marcare. Difensivamente è mostruoso, quando gli va di giocare, e in attacco sembra sapere in anticipo già cosa succederà. La dirigenza dei Blazers deciderà di ripartire dal suo talento e dalla sua sregolatezza. In quanto a sregolatezza parliamo di un giocatore che ha chiuso la carriera con 317 falli tecnici (di cui 41 in 82 partite nella sola stagione 2000/01) e 29 espulsioni, numeri che spinsero la Nba a cambiare le regole e introdurne una cucita su misura per lui, tanto da essere chiamata la “Sheed Rule”, che ferma i giocatori che accumulano troppe sanzioni. 

Rasheed è stato espulso mentre rideva in panchina, ma soprattutto cacciato dal campo senza aver detto nulla ma solo perché fissava l’arbitro (che si difese dicendo che lo stata fissando in modo minaccioso). Ecco, questo tipo di personaggio è quello che sbarca ad Atlanta dopo la prima metà di stagione giocata a Portland. Scende in campo e in meno di mezz’ora di gara mette a segno 20 punti, 6 rimbalzi, 2 assist, 5 stoppate e 1 rubata. Tanto basta alla dirigenza di Detroit per convincersi e scommettere su di lui. A Detroit troverà una buona squadra: Billups, playmaker dalle mani educate in cerca di riscatto dopo essere stato scartato praticamente da chiunque, Rip Hamilton e Tayshun Prince due ottimi realizzatori dentro e fuori dal pitturato e Ben Wallace, uno che in carriera ha messo a referto più rimbalzi che punti e soprattutto quattro volte difensore dell’anno.

Rasheed innestato in questa squadra e sotto la sapiente guida di coach Larry Brown, porterà i Pistons a una serie incredibile di vittorie consecutive che consentirà a Detroit di chiudere la stagione al terzo posto nella Eastern Conference e risultare come una delle sorprese di stagione per i prossimi playoff. Rasheed ha meno problemi in campo e si rende conto di essere un ingranaggio fondamentale in un meccanismo di squadra perfetto. Ha ancora vivide nella mente le immagini terribili degli anni vissuti a Portland, dove aveva contro tutti i tifosi e la stampa e sa che non può lasciarsi andare a episodi di follia qui a Detroit. Il titolo NBA gli è sfuggito già una volta, sono occasioni che difficilmente si ripresentano nella vita. Soprattutto se ti chiami Rasheed Wallace.

Chi è Rasheed Wallace?

Rasheed nasce a Philadelphia nel 1974, in una zona della periferia cittadina. Qui la vita è dura. Lo sa bene mamma Jackie, lanciatrice di giavellotto da adolescente e madre di tre figli. L’ultimo dei tre è Sheed, che si contraddistingue per una chiazza bionda nella folta capigliatura nera: è sempre stato speciale e diverso dagli altri. Sua madre punta molto su di lui e lo segue nei suoi progressi, evitando che potesse prendere la strada sbagliata. E a quanto pare questa vicinanza serve, perché il primo step è raggiunto con successo: Rashedd viene iscritto alla Simon Gratz, la migliore high school della città e qua darà sfoggio di tutte le sue abilità sfornando in media 17 punti e oltre 17 rimbalzi. 

Per la scelta del college, sarà ancora decisiva la signora Jackie: è lei che indirizza il figlio verso North Carolina. Qui troverà un veterano come Dean Smith ad allenarlo e tra i due nascerà subito un ottimo rapporto, che consentirà a Rasheed di crescere non tanto tecnicamente quando mentalmente e umanamente. Con Stackhouse, condurrà i Tar Heels alle Final Four NCAA (campionato di basket del college) e successivamente si dichiarerà eleggibile per il draft NBA del 1995, senza aver terminato il college. Un piccolo particolare che spiega l’enorme attenzione mediatica intorno a Rasheed ancora prima che arrivasse in NBA: la media al college nell’ultimo anno dice quasi 19 punti e 8 rimbalzi, ma soprattutto è un lungo che sa tirare dalla media e lunga distanza e con entrambe le mani. Talento superiore. Sheedper la prima volta disattende i consigli di sua madre e decide che è ora di misurarsi con la sfida più probante della sua vita.

Lui è un ragazzo cresciuto per strada e non ha paura di nulla. Mostra un ghigno sprezzante ad ogni difficoltà che gli si presenta davanti. Dicevamo del draft: viene scelto con la quarta scelto da Washington e inizialmente parte dalla panchina chiuso da JuawnHoward e Chris Webber. Nel corso dell’anno saprà imporsi con le prestazioni convincenti e chiuderà il suo anno da rookie collezionando 10.1 punti, 4.7 rimbalzi ed 1.3 assist, numeri che gli consentiranno di essere inserito nel secondo quintetto dei rookie dell’anno. Ma dopo solo un anno le strade con la capitale si dividono, e in uno scambio finisce a Portland. La squadra è sicuramente più competitiva e punta a disputare i playoff. Rasheed si impone come ala grande titolare e con il suo apporto i Blazers arriveranno ai playoff, venendo sconfitti subito dai Lakers. L’anno dopo si ripete lo stesso canovaccio e coach Carlesimo viene cacciato dopo che per il quinto anno consecutivo i Blazers escono al primo turno dei playoff. 

Con l’arrivo di coach Dunleavy, Wallace peggiora le sue medie in campo ma in compenso inizia ad affilare la lingua. Arriva la stagione 98-99, quella del lockout per via di incomprensioni sul contratto dei giocatori. Si gioca una stagione ridotta e a Portland non va poi così male, arrivando secondi nella Western Conference. Rasheed che in stagione è stato deludente, ai playoff si trasforma e si carica la squadra sulle spalle. Al primo turno è decisivo in gara 2 contro i Suns e uomo squadra in grado di far segnare tutti: Portland vince 3-0. Al secondo turno gli avversari sono gli Utah Jazz di Stockton e Malone che l’anno prima avevano perso in finale NBA contro i Bulls di Jordan. Prestazioni solide e mattatore in gara 3: i Blazers battono i Jazz vicecampioni in carica 4-2 e volano in finale di Conference. Qui ad attenderli ci saranno i San Antonio Spurs. 

La squadra si sfalda e gli Spurs passeggiano: 4-0 e Portland in vacanza anticipata. Ma ormai il gruppo è affiatato e la squadra sente di poter dire la sua per la conquista del titolo. La stagione 99-00 è quella che dà inizio al famoso triennio dei Jail Blazers: i rinforzi del general manager Whitsitt contribuiscono ad aumentare il talento della rosa, ma fanno sì anche che si inneschi un ordigno atomico. Rasheed, che già di suo non è propriamente un monaco buddista, si lascia travolgere dal clima generale e inizia a beccarsi tecnici a raffica, battibecca con arbitri e pubblico di casa. I Blazers non sono amatissimi da pubblico e polizia, ma raggiungono i playoff. Qui, dopo aver battuto Minnesota 3-1 e nuovamente Utah, approdano alla Finale di Conference.

Ma al posto di San Antonio, Rasheed e co ci trovano i superfavoriti Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal. Sulla carta non c’è storia. E sembra andare così, visto che dopo quattro partite il tabellino dice Lakers avanti 3-1 nella serie. Con una sconfitta Portland è fuori. Rasheed il 30 maggio ne mette 22 e il 2 giugno ne mette 30, portando la serie ad un incredibile 3-3. La bella si gioca il 4 giugno allo Staples Center di Los Angeles. A metà gara siamo 42-39 per Portland, Rasheed ne ha messi 13 e Kobe Bryant 12. Battaglia punto a punto. Ma Portland decide che è il suo momento e nel terzo quarto scappa grazie a Rasheed Wallace, letteralmente immarcabile. 10 punti nel solo terzo quarto e difesa di Los Angeles imbambolata. Inizio dell’ultimo quarto sul 71-58. Staples Center ammutolito. 

A 11 minuti dalla fine della partita, Bonzi Wells firma il 75-60 e tutto sembra girare per il verso giusto a Portland. Ma questa squadra caratterialmente rispecchia il buon Rasheed: giocano tutti l’uno per l’altro, coralmente, ma solo se sono in giornata. Può capitare che non si abbia voglia o che si lasci spazio al nervosismo. Portland e Rasheed si spengono e i Lakers rimontano e vincono la partita. Quello sarà il punto più alto raggiunto dal nostro eroe in quel di Portland, a cui seguiranno anni di arresti e disavventure varie di cui abbiamo già parlato. E proprio per via di questo caratteraccio ingestibile, nonostante la media di 20 punti a partita, Portland a metà della stagione 2003-2004 lo scambia con Atlanta, che a sua volta lo scambia con Detroit dopo solo una partita. Rasheed arriva a Detroit con la fama di Bad Boy e spacca spogliatoio. Ma trova un ambiente senza pressioni, dove ognuno lavora per l’altro e non serve vincere per forza. Ma lui in testa ha solo un obiettivo e non mancherà di rimarcarlo: “Non sono un grande fan dell’individualità.

Mia moglie e i miei figli vorrebbero vedermi segnare 50 punti ogni sera, ma io preferirei un anello: dovessi finire la carriera senza un titolo, sarebbe un enorme fallimento per me.”Con lui in squadra, i Pistons chiudono la stagione con 19 vittorie e 4 sconfitte e un record complessivo di 54 vinte e 28 perse. Al primo turno ci sono i Bucks di Michael Redd, avversario troppo debole e spazzato via con un secco 4-1, dove Rasheed non deve fare gli straordinari e arriva a segnare solo in una partita 20 punti. Al secondo turno ci sono gli ottimi New Jersey (ancora non avevano traslocato a Brooklyn) Nets di Jason Kidd e Richard Jefferson. I Pistons arrivano ad una sconfitta dalla fine, sotto 2-3 dopo la partita più bella della stagione conclusa al terzo overtime (!!!). Ma Rasheed e compagni sanno che non è il momento di uscire e vincono gara 6 in New Jersey e gara 7 è un massacro: 90 a 69 e Jason Kidd tenuto a 0 punti in 42 minuti. Detroit arriva così da favorita alla finale di Conference contro gli Indiana Pacers e iniziano a materializzarsi i fantasmi per Rasheed, avendone perse due di fila con Portland. Contro si ritrova il suo ex compagno di squadra (e di bravate) Jermaine O’Neal, coadiuvato dalla leggenda Reggie Miller, dal realizzatore (e anche lui un tantino fumantino) Ron Artest, dal play Tinsley e dal lungo Al Harrington.

Dopo una prima sconfitta, la serie si mette bene per Detroit che grazie ai punti di Hamilton e ai rimbalzi di Ben Wallace (ne prenderà in media 15,5 nella serie) batte i Pacers e vola in finale NBA. Una breve parentesi: questa serie con Indiana non è ricordata come uno scambio di gentilezze tra lord inglesi e costituirà la premessa per la rissa del 19 novembre 2004 a Detroit, dove saranno coinvolti anche gli spettatori. Ne parleremo in un prossimo articolo. In finale NBA ci sono i Los Angeles Lakers che arrivano dal three peat, ovvero tre titoli NBA vinti consecutivamente. E per Rasheed sono dolori, perché non è mai riuscito a battere Los Angeles ai playoff nella sua carriera ormai quasi decennale. Inoltre i Lakers, già imbattibili, si erano rinforzati in estate con l’arrivo di due leggende come Gary Paytone Karl Malone, alla ricerca del loro primo titolo al tramonto della carriera.

Gara 1 vinta a Los Angeles, gara 2 persa all’overtime. Sull’1-1 tutti danno i Pistons per spacciati, concludendo che la prima vittoria sia stata frutto più di un errore di sottovalutazione dei Lakers che per reale merito del quintetto di Detroit. Ma Rasheed sa che la storia questa volta può essere cambiata. Gara 3 viene dominata da Detroit e in gara 4 Sheed mette la firma sulla vittoria con 26 punti e 13 rimbalzi presi in faccia ad un certo Shaquille O’Neal. Il 15 giugno si gioca la decisiva gara 5 della serie a Detroit: con una vittoria i Pistons sarebbero campioni NBA. Partita tirata solo il primo quarto, dopodichè i padroni di casa prendono il largo e il punteggio finale dice 100 a 87. Per Rasheed solo 11 punti, ma siamo sicuri che gli sia importato ben poco. Palace in festa, tifosi scatenati e stampa che celebra il successo inaspettato della truppa di Larry Brown. Rasheed si infila l’anello al medio e come regalo per la vittoria del titolo, regala al quintetto titolare (e quindi una è per sé stesso) 5 cinture di campioni del mondo della WWE. Mai banale il nostro Sheed. 

In estate Rasheed è free agent, ma decide di rifirmare con Detroit. La parte decisiva nella sua scelta è stata l’atmosfera che si è creato in quello spogliatoio: mai prima d’ora aveva trovato un ambiente del genere. L’anno dopo si comincia con gli Heat che firmano Shaquille O’Neal e provano subito a conquistare il titolo NBA. Detroit arriva ai playoff col secondo record migliore a Est, dietro alla nuova potenza Miami. Al primo turno Rasheed e co mandano a casa la ciurma di Iverson con un secco 4-1 con Rasheed che viaggia a 18 punti di media.

Nel secondo turno arrivano i Pacers, in una sfida che si preannuncia caldissima. Non senza qualche patema, Detroit vince la serie 4-2 con Rasheed che mette la firma sulla vittoria con 14 punti e 11 rimbalzi. In finale di Conference Detroit si trova i favoriti Heat. Wade nelle prime partite è inarrestabile e viaggia ad una media di oltre 30 punti a partita. Ma la buona sorte si materializza in gara 5: infortunio a Dwayne Wadee pazienza se gara 5 la porta a casa Miami. Detroit approfitta della sfortuna altrui e vince gara 6 e 7 (ventello di Rasheed), tornando alle finali NBA. Troppo rodato il sistema dei Pistons per essere sconfitto dal solo Shaquille O’Neal. In finale NBA ci sono gli Spurs di Parker Ginobili e Duncan a separarli dall’anello. Ma il vero protagonista, come è capitato altre volte nella sua incredibile carriera, sarà Robert “Big Shot Rob” Horry. Con la serie sul 2 pari, gara 5 è in bilico.

Siamo all’overtime. Pistons avanti di due. Rasheed sbaglia il raddoppio e Horry da solo manda in estasi i texani. In gara 6 Rasheed cerca di farsi perdonare e mette a referto 16 punti 3 assist 3 rimbalzi e 3 stoppate. Detroit riesce incredibilmente a raddrizzare partita e serie e si va a gara 7 in Texas. Ma Detroit non ne ha più e San Antonio trionfa. Il sogno del “repeat” ai Pistons non riesce e la squadra inizia un lento declino, essendo comunque la media anagrafica piuttosto alta, sulla 30ina. Nei tre anni successivi Rasheed vedrà le sconfitte per mano prima di due giovani talenti in piena esplosione come Wadee Lebron James e poi dovrà arrendersi nel 2008 allo strapotere dei Big Three di Boston (Pierce, Garnett, Allen). Nell’estate del 2009 Rasheed prova un ultimo assalto al titolo, firmando per i Boston Celtics.

La squadra è datata, ma ha un quintetto stellare: Rondo, Allen, Pierce, Wallace, Garnett. E infatti Boston ai playoff si sbarazza senza troppi problemi prima degli Heat di Wade, poi dei Cavs di Lebron e in finale di Conference dei Magic di Dwight Howard. In finale Rasheed troverà due colori che presumiamo odii tantissimo: i gialloviola. Boston arriva a condurre la serie 3-2, e ora una sola vittoria separa Rasheed dal suo secondo anello (c’è ancora un medio libero). Ma i Lakers nelle restanti due gare in casa riescono a ribaltare la situazione e togliere questa ultima gioia a Rasheed, che dopo la cocente sconfitta di gara 7 decide di annunciare a sorpresa il suo ritiro. Ma si sa che le menti più brillanti sono strane e poco inclini a seguire percorsi lineari. Così dopo 2 anni passati a casa, percependo comunque un lauto stipendio dai Celtics, Rasheed a sorpresa (si dice che sia stata la moglie a convincerlo, evidentemente il gentil sesso fa un’ottima presa sul nostro Sheed) torna e firma con i New York Knicks.

Ultimo giro di giostra per il nostro idolo, ma senza lieto fine: a causa di un infortunio dovrà chiudere anticipatamente la stagione e decidere di ritirarsi definitivamente. Ma non prima di averci deliziato con un’ultima perla: gara contro i Suns. Scola parte in uno contro uno in post basso, subisce un fallo da Wallace che, per impedirgli la conclusione e il potenziale gioco da tre punti, prosegue il contatto. L’arbitro lo giudica un fallo a gioco fermo, dando un tecnico nei suoi confronti. Dragic va in lunetta e sbaglia il tiro libero. E qui arriva l’espulsione per aver urlato BALL DON’T LIE con tanto di eco in tutto il Madison Square Garden. Ecco, questa frase BALL DON’T LIE è il marchio di fabbrica di Rasheed, ma anche la sua vita racchiusa in poche parole. Lui non crede alla legge degli arbitri, non crede alle leggi imposte dal management di pochi uomini bianchi che dicono cosa fare e cosa non fare, non crede alla legge imposta dalla polizia.

Per lui esiste solo la legge della palla, lei a differenza degli uomini non mente mai. Il basket ha lo strumento della palla per porre rimedio ad ogni ingiustizia commessa dagli uomini. Carattere mai domo, mai banale e sempre contro il mondo. Ha avuto i propri tifosi contro a Portland, e sempre lì ha iniziato una “guerra personale” come lui stesso l’ha definita, contro i media. Rasheed non è mai stato un tipo da tenersi tutto dentro, indolente e irriverente. Multato all’inverosimile dall’NBA per il suo comportamento tenuto in campo contro gli arbitri, ha sempre continuato a giocare come sapeva fare e comportandosi come voleva. 

Perché in fondo preoccuparsi di cosa pensa la gente, quando è la palla a decidere? Lei non mente mai.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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