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Il travagliato rapporto tra Italia e Libia

La scorsa settimana il Presidente del Consiglio Mario Draghi si è recato in Libia per incontrare il nuovo primo ministro Abdul Hamid Debeibeh. Questo incontro coincide con la volontà del governo di recuperare la storica influenza sull’ex-colonia. Ma la Libia rimane una nazione dal passato complicato e dal presente ancora incerto.

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I rapporti tra Italia e Libia hanno una lunga storia e risalgono al 1911, anno in cui il Regno d’Italia si impossessò del territorio libico dopo una breve guerra con l’Impero Ottomano. Da allora decine di migliaia di italiani si trasferirono in Libia aprendo fabbriche e imprese. Ma con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1943 l’Italia perse il controllo della Libia a favore degli inglesi e dei francesi, che iniziarono ad amministrarla provvisoriamente, prima di concederle l’indipendenza nel 1951.

Tuttavia la nuova monarchia libica di re Idris ebbe vita breve perché nel 1969 un golpe militare condotto da Muammar Gheddafi prese il controllo del paese. Immediatamente Gheddafi scelse di sposare un approccio molto duro nei confronti dell’Italia, e in poco tempo espulse tutti i 35 mila cittadini italiani presenti nel paese confiscandone i beni. Inoltre il dittatore libico nazionalizzò gran parte dei possedimenti italiani presenti in Libia, pretendendo poi dall’Italia un risarcimento per i danni causati dalla colonizzazione. Infine secondo Gheddafi il governo italiano doveva sdebitarsi aiutando la Libia nella costruzione di ospedali e infrastrutture.

Per l’Italia quindi la Libia divenne subito un grosso grattacapo. Nonostante le richieste di Gheddafi fossero molto pretestuose, il governo italiano non poteva permettersi uno strappo violento delle relazioni con il dittatore. Questo perché Gheddafi rappresentava una minaccia a causa del suo sostegno al terrorismo internazionale, e la stessa Libia rimaneva un terreno molto importante soprattutto per l’Eni, che aveva nella regione importanti interessi legati all’estrazione del petrolio. Inoltre negli anni ’80 il potenziale di ricatto del governo libico si rafforzò grazie alla comparsa dei primi flussi migratori diretti verso l’Italia.

Il dittatore libico Muammar Gheddafi

Per tutti questi motivi nel 1998 il primo governo Prodi firmò una prima bozza di accordo con la Libia. L’accordo, dai toni molto generali, prevedeva una serie di investimenti e interventi italiani sul territorio libico, ma a causa di diverse crisi politiche non venne mai ratificato. Gheddafi allora rispose alla mancata ratifica aumentando la pressione sulle istituzioni italiane, costringendo così il governo Berlusconi IV a siglare il Trattato di Bengasi del 2008.

Il Trattato di Bengasi tra le molte cose prevedeva il versamento di 5 miliardi di euro in 20 anni al governo libico, affinché quest’ultimo potesse dare il via alla costruzione di diverse infrastrutture. In cambio la Libia avrebbe garantito gli appalti a diverse aziende italiane del settore. Il trattato poi prevedeva altre dichiarazioni d’intenti minori riguardanti il rapporto culturale, politico, economico e sociale tra i due paesi. Il Trattato di Bengasi doveva infatti segnare la nascita di un sodalizio forte e duraturo tra Italia e Libia.

Tuttavia le attività previste dal trattato vennero interrotte improvvisamente dallo scoppio della prima guerra civile libica del 2011, conflitto che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Alla fine della guerra il paese finì preda di un’eterna lotta tra diverse milizie e gruppi armati, che contribuirono al tracollo completo dello stato. Dopo Gheddafi infatti in Libia non ci fu mai una forte autonomia politica, e l’assenza di un governo capace di sedare gli scontri tra milizie portò nel 2014 allo scoppio della seconda guerra civile libica.

La seconda guerra civile libica

I due rivali al Serraj e Haftar in un incontro diplomatico guidato dal presidente francese Emmanuel Macron

Presto la Libia si divise in due: la parte occidentale del paese fedele al governo di Fayez al Serraj, riconosciuto a livello internazionale e con capitale Tripoli, e la parte orientale sotto il comando del maresciallo Khalifa Haftar. Dopo diversi anni di stallo, nel 2019 Haftar ha lanciato un’offensiva militare verso Tripoli, riaccendendo il continuo conflitto militare presente nel paese. La guerra tra le due parti inoltre ha assunto fin da subito un carattere internazionale quando diversi attori esteri hanno iniziato ad aiutare le due fazioni in conflitto.

La Turchia infatti si è schierata al fianco di al Serraj, mentre Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti per Haftar. Tra questi paesi la Turchia decise di investire molto sul conflitto libico e grazie ad una forte controffensiva è riuscita a rispondere all’attacco di Haftar, costringendolo ad una ritirata nell’estate del 2020.

La ritirata del maresciallo libico ha portato alla firma di un cessate il fuoco lo scorso ottobre a Ginevra. Immediatamente una delegazione dell’ONU ha messo in piedi un negoziato di pace tra le due parti, e a gennaio è stata annunciata la firma di un accordo che avrebbe portato alla nascita di un nuovo governo di unità nazionale incaricato di portare il paese a nuove elezioni democratiche nel dicembre di questo anno. Il governo di transizione guidato dal primo ministro Abdul Hamid Debeibeh ha quindi giurato lo scorso 15 marzo, riunendo ufficialmente la Libia dopo 7 anni.

La visita del Presidente del Consiglio Mario Draghi

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi insieme al primo ministro libico Abdul Hamid Debeibeh

Questa nuova e insperata stabilità della Libia potrebbe permettere all’Italia di recuperare i rapporti strategici ed economici con la sua ex-colonia. E’ per questo che settimana scorsa il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha incontrato a Tripoli il primo ministro Abdul Hamid Debeibeh. La visita in Libia rappresenta uno dei primi incontri più significativi della politica estera del governo Draghi. Lo stesso Presidente del Consiglio ha sottolineato come il suo governo intenda recuperare l’antica amicizia e alleanza tra i due paesi, garantendo all’Italia la salvaguardia degli interessi economici, politici e strategici presenti nel paese africano.

I due capi di governo nel loro incontro hanno ripreso le basi del Trattato di Bengasi, riproponendo quindi il dialogo comune nel campo energetico, infrastrutturale, sanitario e culturale. I leader dei due paesi non hanno però parlato di nessun atto concreto, lasciando quindi ai giornali l’arduo compito di stilare una lista dei possibili progetti discussi.

Secondo alcuni giornalisti i due leader hanno ripreso a parlare delle due opere più importanti per la collaborazione tra i due paesi. La prima è la ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli, che dovrebbe essere riaffidata al consorzio Aeneas, mentre la seconda è la realizzazione della lunghissima autostrada costiera che dovrebbe attraversare tutto il paese collegandosi ai confini di Egitto e Tunisia. Entrambe le opere erano state interrotte in seguito allo scoppio delle due guerre civili libiche. Alcune indiscrezioni giornalistiche suggeriscono poi che l’Italia avrebbe promesso alla Libia diversi aiuti e forniture sanitarie per supportare il paese nella lotta contro il coronavirus, in cambio di un accordo più favorevole per quanto riguarda la presenza dell’ENI nel settore energetico del paese.

Draghi e Debeibeh hanno poi toccato la spinosa questione dell’immigrazione. Da anni infatti l’Italia e l’Unione Europea finanziano e addestrano la Guardia Costiera Libica affinché questa gestisca i flussi migratori, ma questa operazione ha avuto esiti alquanto discutibili. Pur essendo diminuiti gli sbarchi infatti numerose testimonianze dimostrano come la Guardia Costiera Libica utilizzi mezzi molto duri per bloccare i migranti, richiudendoli in dei veri e propri lager libici. Sulla questione Draghi si è attirato molte critiche lodando la Libia per queste sue attività di contenimento, ma sottolineando comunque la presenza di un forte problema umanitario da risolvere quanto prima. Inoltre nelle prossime settimane il parlamento italiano dovrà decidere se riconfermare i finanziamenti alla Guardia Costiera Libica, voto che inevitabilmente scatenerà molte tensioni all’interno del paese.

L’ultimo disperato tentativo di democratizzazione del paese

Infine, nonostante questo periodo di relativa stabilità politica, è importante ricordare che la Libia rimane un paese con forti problemi strutturali. Il maresciallo Haftar rimane una presenza molto forte nella parte orientale del paese, e le innumerevoli milizie armate in eterna lotta tra loro non sono sparite, così come i vari mercenari russi e turchi ancora presenti nel paese. A testimonianza di ciò, la scorsa settimana l’importante impianto di trattamento di petrolio e gas di Mellitah è stato preso d’assalto da una milizia armata in risposta all’arresto del loro leader.

La Libia rimane dunque un paese fortemente instabile, ed è compito dell’intera comunità internazionale preservare e rafforzare la sua autonomia politica, traghettando il paese verso una democrazia forte e duratura. Gli interessi in gioco sono molto alti, soprattutto per l’Italia, che in questo processo vuole tornare ad essere protagonista.

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Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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