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Diritto Pubblico

Tra i “vizi” e le “virtù” dell’ergastolo ostativo

Ergastolo ostativo ed ergastolo comune: le differenze e i criteri di applicazione nella giustizia italiana.

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La Corte costituzionale ha ritenuto l’ergastolo ostativo non conforme alla Costituzione e ha invitato il Parlamento ad adoperarsi per portare l’istituto sui binari della Carta costituzionale. Vediamo le differenze tra ergastolo ostativo ed ergastolo comune e le norme che li disciplinano.

Ma cos’è?

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L’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario prevede un particolare tipo di detenzione carceraria che preclude al condannato di usufruire degli ordinari benefici penitenziari: libertà condizionata, permessi premio, lavoro all’esterno… Il codice prevede questa misura per quei detenuti che si presumono altamente pericolosi per la società come coloro legati alla criminalità organizzata.

La peculiarità delle dette preclusioni sta nel fatto che esse sono tali soltanto se il condannato decide di non collaborare con la giustizia (i collaboratori possono usufruire dei benefici; ai non collaboratori sono preclusi i benefici). 

Si comprende come la pena dell’ergastolo si trasformi in una pena senza fine, in gergo questa misura la si definisce “fine pena mai” proprio perché il condannato non sarà suscettibile di essere “rieducato” come prevede l’art. 27 Cost. e il giudice non ha alcun margine di discrezione per la valutazione del condannato e dei comportamenti tenuti per decidere sulle concessioni di eventuali benefici.

Una giustizia a due binari

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Sovente si parla di una giustizia che viaggia a velocità diverse che distingue quindi due tipi di ergastoli: ostativo e comune.

Ergastolo comune e ostativo

La differenza tra queste due pene è sostanzialmente la modalità di esecuzione della pena. l’ergastolo comune prevede dei benefici che consentono al condannato di rapportarsi gradualmente alla società. Cosa non prevista, invece, per l’ergastolo ostativo. Questo consiste in una pena perpetua e per questo “fine pena mai”, il detenuto non avrà la possibilità di beneficiare di alcun permesso o lavorare all’esterno prevedendo come conseguenza naturale una totale impossibilità di essere “rieducato” ex art.27 Cost. l’unico modo per beneficiare dei permessi è collaborare con la giustizia.

La Corte costituzionale

 Il quesito arrivato dinnanzi alla Corte è stato:

“qual è il regime applicabile ai condannati per mafia che decidono di non collaborare per quanto concerne l’applicazione della libertà condizionale?”

Stando a quanto detto in precedenza, ergastolo ostativo e non applicazione della libertà condizionale. Quindi nessun beneficio e pena perpetua. Ma la Corte ha ritenuto questa misura inconciliabile con l’art.3 della Costituzione nonché con l’art.27 Cost.

Art.3: principio di eguaglianza: se tutti rispondono alla legge in modo eguale, perché il discrimine sull’esecuzione della pena è costituito dalla collaborazione con la giustizia?

Art.27rieducazione del condannato: se il cuore del sistema penale è costituito dalla rieducazione del condannato, nel pieno rispetto della dignità umana e per garantire, quindi, anche al condannato un reinserimento nella società, allora come si concilia con questo la pena perpetua dell’ergastolo ostativo? Ma soprattutto come si concilia con la preclusione di tutti i benefici previsti per gli altri condannati?

In realtà, la Corte, ha evitato di accogliere subito la questione ed eliminare dal sistema l’ergastolo ostativo. Essa ha rimandato la trattazione al maggio del 2022 per permettere al legislatore di intervenire, evitando così di lasciare una falla molto grave nel sistema.

“consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative rregole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi” 

Quindi si comprende come la Corte abbia suggerito al legislatore di non tralasciare comunque l’importanza della collaborazione. Questi sono i punti nevralgici su cui si concentra da anni la giurisprudenza con non poca sollecitazione da parte della CEDU (corte europea dei diritti umani). 

L’opinione della CEDU

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La CEDU ha più volte “ammonito” l’Italia. Sia per quanto concerne l’ergastolo ostativo nonché il regime di carcere duro conosciuto come 41 bis. Si ricordi una delle ultime condanne all’Italia da parte della corte per non aver alleggerito il regime di carcere duro a Bernardo Provenzano, uno degli ultimi capi di Cosa nostra. Il detenuto, per la corte, non deve essere sottoposto, in nessun caso, a trattamenti disumani o degradanti.

I giuristi sono da sempre divisi sul tema. Mesi fa se ne diedero di santa ragione, sulle pagine de ‘Il fatto quotidiano’, Giancarlo Caselli e John Woodcock. 

Il secondo contrario alle pene appena misure menzionate in quanto l’unico scopo dell’istituto sarebbe soltanto quello di far collaborare il detenuto punendo chi non lo fa; per Caselli, invece, questa sarebbe una misura utile per distinguere il mafioso che decide di collaborare e i mafiosi irriducibili.

La storia italiana è da sempre influenzata dal fenomeno mafioso e della criminalità organizzata in generale, la mafia ha qui le sue radici, come altre organizzazioni. Questo spiega i motivi di istituti cosi rigidi ma, dall’altra parte, è evidente l’incompatibilità dell’ergastolo ostativo con i principi costituzionali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Mi chiamo Angelo, sono campano e sono del 1998. Studio Giurisprudenza alla Federico II e sono un inguaribile lettore di quotidiani e libri di vario genere. Principalmente mi occupo di fornire una visione chiara e commentare le tematiche legate al diritto. Non mi dispiace approfondire casi di cronaca nera, criminalità organizzata, economia, politica estera e nazionale.

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