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La fine della guerra in Afghanistan

Dopo quasi 20 anni di guerra, gli Stati Uniti lasceranno il prossimo 11 settembre l’Afghanistan, mettendo fine alla guerra contro i talebani.

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L’11 settembre 2021 finirà il conflitto più lungo mai combattuto dagli Stati Uniti: la guerra in Afghanistan. Quel giorno avverrà il ritiro completo delle forze armati statunitensi dal territorio afghano, stato che occupano stabilmente da quasi 20 anni.

Il presidente americano Joe Biden ha scelto come data un giorno simbolico. Il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle del 2001, attacco terroristico che ha di fatto causato la guerra in Afghanistan. I giorni dopo all’attacco infatti gli Stati Uniti guidati dal presidente George W. Bush, dichiararono guerra al regime talebano, accusato di aver protetto e finanziato il gruppo terroristico al Qaida, responsabile degli attentati dell’11 settembre.

Gli americani una volta giunti in Afghanistan rovesciarono il regime talebano velocemente, tuttavia senza riuscire a liberare definitivamente l’area dalla loro influenza.

Infatti nonostante 20 anni di guerra, decine di migliaia di morti e centinaia di miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti non sono riusciti a sconfiggere la resistenza talebana, che anzi nel frattempo si è molto rafforzata. Questo perché l’Afghanistan è un territorio complesso, diviso al suo interno da forti spaccature politiche e culturali. Senza dimenticare la presenza nel territorio afghano dello Stato Islamico (ISIS), nemico di al Qaida e responsabile di alcuni degli attentati più violenti e sanguinari della storia dell’Afghanistan.

Governo afgano e regime talebano

Nonostante le difficoltà del conflitto, gli Stati Uniti hanno continuato la guerra ai talebani per tentare di esportare la democrazia in Afghanistan, sostenendo il governo afghano sorto dopo la caduta del regime talebano.

È grazie alla debolezza del governo afghano che i talebani sono riusciti a resistere. L’incapacità del governo democratico di elaborare strategie e mosse efficaci contro i talebani permette a quest’ultimi di prevalere sulle forze armate afghane, riuscendo ad impadronirsi anche di importanti zone del paese.

Inoltre i talebani godono del supporto del Pakistan e della sua potente agenzia di intelligence, l’ISI. In Afghanistan poi ci sono continui scontri tra tribù locali, che contribuiscono all’indebolimento del governo a favore dei combattenti talebani.

Il rafforzamento talebano

Il rafforzamento talebano è dovuto al progressivo ritiro delle forze statunitensi. Gli Stati Uniti hanno ormai perso sempre più interesse nei confronti della guerra in Afghanistan. Sono consapevoli che un’eventuale vittoria arriverebbe solo con costi elevatissimi in termini di risorse e vite umane, e anche in questo caso una definitiva stabilità politica della regione non sarebbe garantita.

La politica di Trump

Ma nonostante questo e i numerosi proclami fatti sia da Obama che da Trump, gli Stati Uniti sono rimasti attivi nella regione per impedire un ulteriore rafforzamento talebano, preservando così la stabilità del governo afghano. In seguito, dopo anni di rinvii, Trump decise di confermare il ritiro statunitense per il primo maggio 2021. Lo inserì anche nell’accordo di pace raggiunto con i talebani lo scorso anno.

Tuttavia c’erano diversi dubbi sul fatto che il ritiro statunitense potesse davvero avere luogo, sia per l’imprevedibilità di Trump per quanto riguarda le questioni di politica estera, sia perché secondo Biden sarebbe stato impensabile effettuare un ritiro militare in così poco tempo.

L’accordo con i talebani raggiunto da Trump prevedeva in cambio del ritiro statunitense la fine degli attacchi al governo afghano e la scomparsa dei gruppi terroristici presenti nel paese.

Ma i talebani nel corso degli ultimi mesi hanno già violato diverse volte l’accordo, causando poi continui intoppi al tavolo di pace negoziato con il governo afghano. E’ per questo che molti rimangono critici della scelta di ritirare le truppe statunitensi dall’Afghanistan, chiunque sia il presidente a deciderlo.

Alcuni accusano infatti Biden di aver preso una decisione irresponsabile, che ignora completamente il pericolo di un ulteriore rafforzamento talebano nella regione. Per i critici il ritiro statunitense causerà la caduta definitiva del governo democratico di Kabul. Si fa notare poi che potrebbe riproporsi la dinamica creatasi dal ritiro statunitense del 2011 in Iraq, il quale creò le condizioni per la crescita dello Stato Islamico.

La politica di Biden

Getty Images

Ma Biden, da sempre contrario ad una lunga permanenza delle truppe americane in Afghanistan, è convinto che gli Stati Uniti debbano concentrarsi su altri obiettivi di politica estera.

Secondo il presidente americano al Qaida e gli altri gruppi terroristi presenti nel paese non rappresentano più una minaccia per gli Stati Uniti. E per quanto riguarda la presenza talebana, Biden spera che un loro rafforzamento vada di pari passo con la volontà di raggiungere un accordo pacifico sul futuro assetto politico dell’Afghanistan.

“Riportiamo a casa le nostre truppe”

All’annuncio di Biden è seguita la conferma di un ritiro congiunto delle forze NATO. “Questo è un giorno importante per la nostra alleanza. Quasi 20 anni fa, dopo che gli Stati Uniti furono attaccati l’11 settembre, andammo insieme in Afghanistan per neutralizzare i terroristi. E insieme, abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Ora è il momento di riportare a casa le nostre truppe”, ha detto il segretario di stato americano Antony Blinken.

Il ruolo dell’ Italia

Anche l’Italia quindi parteciperà al ritiro delle forze NATO, facendo rientrare in patria 895 soldati. Ma il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha ricordato come il numero dei militari italiani impegnati all’estero rimarrà pressoché invariato a causa dell’inaugurazione di nuove missioni militari.

L’Italia infatti oltre ad essersi candidata per il prossimo anno come guida della missione NATO in Iraq, rafforzerà la sua presenza in molti paesi dell’Africa per la stabilizzazione del cosiddetto “Mediterraneo allargato”. Zona cruciale per la gestione e il controllo del terrorismo e dei flussi migratori diretti verso l’Europa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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