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Cultura

No, non sono solo parole: l’Italia e il mostro del politicamente corretto

Mi sembra così surreale che ancora oggi in televisione vediamo ancora uomini bianchi etero cis che vogliono rivendicare il loro diritto di utilizzare termini dispregiativi solo perché sentono leso il loro privilegio. Vi sembra normale?

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Negli ultimi giorni grazie alla discussione nata riguardo il DDL Zan si parla sempre più di politicamente corretto e libertà di parola. Ma il dialogo nato non è sempre costruttivo, anzi. Sentiamo quasi sempre uomini bianchi etero cisgender che devono spiegarci cosa possiamo e non possiamo dire.

Questi discorsi demoliscono anni di lotta e di proteste per costruire un dialogo costruttivo e di crescita. Questi uomini rivendicano il diritto di offendere e di utilizzare termini discriminatori. Il loro intento non è quello di educare all’uso delle parole, ma soltanto ribadire il loro diritto ad offendere e a discriminare.

“Non si può più dire niente”. “Non si può proibire alle persone di dire qualcosa”.

Perché dobbiamo usare delle parole che offendono qualcuno? Anche se soltanto una persona si sente offesa da una parola vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato. Perché non riusciamo a capire e a imparare che non tutti sono uguali, che non tutti sono capaci a riderci sopra.

Non è uno sforzo sovraumano, tutti sbagliamo. Ma tutti abbiamo la possibilità di crescere e di evitare che una qualsiasi nostra azione possa ferire qualcuno. Questo è il compito che dovrebbero avere i mass media, in particolare la televisione.

Mi sembra così surreale che ancora oggi in televisione vediamo ancora uomini bianchi etero cis che vogliono rivendicare il loro diritto di utilizzare termini dispregiativi solo perché sentono leso il loro privilegio. Vi sembra normale?

Ma quindi perché non si può dire la n-word?

Le parole hanno un peso. Una persona bianche che utilizza la n-word è sempre offensiva. È sempre stata usata in maniera dispregiativa, perché si dovrebbe riderci sopra? Ironizzare su questi temi, o addirittura montare un monologo per affermare l’innocuità del segregazionismo verbale, vuol dire far passare il messaggio dello svilimento della parola, anche se da sempre certe frasi feriscono, discriminano e talvolta uccidono.

Le parole hanno un peso e vengono politicizzate perché le persone appartenenti a categorie marginalizzate non hanno mai avuto scelta e voce riguardo le parole che venivano utilizzate per abusarle.

Le persone nere e queer, che per secoli hanno subito discriminazioni e ingiustizie, a cui per secoli le persone bianche e etero hanno detto cosa potevano e non potevano fare, stanno chiedendo di essere rispettate e di non utilizzare parole con cui per anni sono state discriminate. Questa difficoltà nel rispettare il volere delle persone appartenenti a delle categorie marginalizzate si chiama avere un privilegio.

Come i mass media stanno affrontando la cosa?

È imbarazzante l’approccio della televisione italiana a temi caldi come questo. Di una superficialità aberrante. I media italiani sono razzisti, sessisti, omofobi e classisti. Specchio di una società arretrata che non riesce a capire la portata di tutto questo. In questo triste palcoscenico il discorso di Fedez per il Primo Maggio sulla Rai, spicca ed è stato accolto positivamente da quasi tutti.

Il sistema televisivo e dell’intrattenimento si basa sull’oppressione, marginalizzazione e sfruttamento di queste persone. Si tende ad appellarsi sempre alla libertà di parola, fino a quando non vengono tirati in ballo loro.

Un esempio recente quello successo a Striscia La Notizia. Fatto che ha coinvolto Michelle Hunziker e Gerry Scotti. I due conduttori dopo aver offeso la comunità cinese all’interno del programma hanno avuto una call-out internazionale. Una settimana dopo piuttosto che chiedere scusa hanno mandato in onda un servizio in cui mostravano quanto fossero razzisti tutti gli altri e non solo loro. Tutto questo senza capire il senso della critica e ciò che avevano fatto. Sminuendo le persone offese.

Altro scempio televisivo il discorso del duo comico Pio e Amedeo, avere libertà di parola non vuol dire dover utilizzare per forza tutti i termini del vocabolario, specialmente se discriminatori. Le battute razziste e omofobe non fanno più ridere – giustamente. Non è lo spettatore che deve imparare “a prendersi meno sul serio” e a “ridere se chiamato fro*io” ma voi comici a sapervi adattare e a cambiare registro. Non esiste nessuna dittatura del politicamente corretto: richiamare appellativi offensivi e svilire una parte della popolazione non è sinonimo di libertà di parola, ma complicità con una cultura ancora incapace di fare i conti con razzismo e omotransfobia.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata a Siracusa il 23/08/1999. Attualmente sono iscritta alla facoltà di Economia a Padova. Non ho molto da dire su di me, mi interesso a moltissime cose, mi piace scrivere ed informarmi. Sono molto contenta di collaborare con i ragazzi de "la Politica del Popolo", spero davvero che questa esperienza possa migliorare me e le persone che seguono questo blog.

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