Connect with us

Sport

Social Media Boycott: la strada contro gli abusi online non può essere questa

A partire dalla Premier, l’iniziativa contro gli abusi online ha coinvolto il mondo intero, ma per vincere il razzismo serve più di uno slogan.

Published

on

Gli episodi di discriminazione e abuso di ciascun genere sono da sempre esistiti in ogni settore della quotidianità: lavorativo, familiare, religioso, sportivo.  Con l’avvento dei social media, e la conseguente possibilità di scrivere qualsiasi cosa celati dietro un profilo fake o un nome fittizio, questo tipo di violenza verbale è aumentato notevolmente.

Analizzando il solo mondo dello sport, negli ultimi mesi sono stati numerosi i giocatori e gli atleti che hanno denunciato e portato alla cosiddetta gogna mediatica i propri haters, mostrando pubblicamente i messaggi irripetibili ricevuti.  Per contrastare questo fenomeno, la Premier League ha ideato l’iniziativa “Social Media boycott poi diffusasi in tutto il mondo dello sport. Ma la strada verso l’arginamento del problema non è questa. 

Episodi di razzismo contro i calciatori 

Nonostante si erga sempre a modello di sportività e correttezza la Federazione calcistica inglese, è proprio dal loro campionato che hanno iniziato a farsi sempre più frequenti le denunce da parte dei protagonisti sul campo di episodi di razzismo e violenza. 

Marcus Rashford, calciatore del Manchester United noto nel mondo oltre che per meriti sportivi per l’impegno sociale e le iniziative di beneficienza ideate, a fine gennaio 2021 denuncia sui suoi profili social i continui insulti ricevuti per il solo fatto di essere, agli occhi di un uomo bianco privo di intelletto, “diverso”. 

“L’umanità e i social media nella loro peggiore espressione. Sì, sono un uomo di colore e vivo ogni giorno orgoglioso di esserlo. Nessuno, o nessun commento, mi farà sentire diverso. Mi dispiace quindi se stavi cercando una reazione forte, semplicemente non la otterrai qui. – e aggiunge – Non pubblicherò i messaggi. Ho bellissimi bambini di tutti i colori che mi seguono e non hanno bisogno di leggerli”.

Sulla scia di Rashford hanno denunciato i medesimi episodi anche Anthony Martial, sempre dello United, e Reece James, del Chelsea. 

In Italia la situazione non è poi così diversa: Simy, attaccante e fuoriclasse del Crotone, a fine marzo 2021 ha pubblicato sul suo profilo Instagram alcuni commenti ricevuti che insultavano pesantemente il calciatore e addirittura suo figlio, con termini ed espressioni estremamente gravi e ignobili. Solo qualche settimana prima, lo stesso pessimo trattamento era stato riservato ad Adam Ounas, compagno di Simy al Crotone. 

L’iniziativa “Social Media boycott”

A partire dalla Premier League, è nata questa manifestazione contro gli abusi online che prevedeva lo spegnimento di ogni profilo social dalle 15.00 del 30 aprile alle 23.59 del 3 maggio di coloro che partecipavano all’iniziativa. Il progetto ha avuto un seguito clamoroso, dalla Formula 1 alla Fifa passando poi per atleti di ogni sport del calibro di Hamilton e Leclerc. 

In queste giornate, come previsto, sui profili di queste istituzioni e di questi campioni non è stato pubblicato nulla. 

“La Premier League e i nostri club sono al fianco del calcio nell’organizzazione di questo boicottaggio per evidenziare l’urgente necessità per i proprietari dei social media di fare di più per eliminare l’odio razziale. Vogliamo vedere miglioramenti significativi nelle loro politiche e processi per contrastare gli abusi discriminatori online sulle loro piattaforme”.

La strada non è quella giusta 

Le motivazioni dietro questa manifestazioni sono senza’altro nobili e rispettabili, ma il risultato non sarà di certo quello auspicato. Da mezzanotte del 4 maggio infatti, tutti coloro che avevano aderito all’iniziativa hanno ricominciato a pubblicare contenuti sui propri profili come se nulla fosse successo, anzi aumentando le comunicazioni dovendo recuperare i giorni persi. 

È bene ricordare come gli episodi di razzismo e discriminazione avvengano oggi solo sui social perchè ai “tifosi” non è permesso di entrare negli stadi. Quante volte nel nostro campionato abbiamo denunciato cori di “buu” razzisti, fischi a giocatori neri e insulti alle calciatrici donne?

La strada giusta non è prendere una pausa irrisoria dai social, ma denunciare alle autorità i messaggi incriminati e promuovere iniziative che aiutino concretamente l’arginamento di questo triste fenomeno, sfruttando l’enorme visibilità che questi personaggi hanno. 

In Italia, la tecnologia capace di identificare chi è protagonista di insulti razzisti viene usata una tantum, lasciando libera strada all’ignoranza sugli spalti che si traduce poi in violenza online. 

La strada da percorrere è lunga, ma non passa sicuramente da iniziative superficiali come questa. Non c’è più tempo per tentare la strada secondaria, bisogna combattere il problema su quella principale. 

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

Trending