Connect with us

Ambiente

Climate Change? No, le banche USA scommettono ancora sul fossile

Malgrado il tanto parlare di cambiamenti climatici e di transizione energetica le principali banche in tutto il mondo stanno ancora finanziando le aziende di combustibili fossili per trilioni di dollari.

Published

on

Malgrado il tanto parlare di cambiamenti climatici e di transizione energetica, le principali banche in tutto il mondo stanno ancora finanziando le aziende di combustibili fossili per trilioni di dollari. È quanto emerge da un report realizzato da una serie di organizzazioni ambientaliste legate al clima intitolato ‘Banking on Climate Chaos 2021’.

Il contenuto

A scorrere il report ci si accorge che 60 dei più grandi istituti finanziari mondiali hanno investito 3,8 trilioni di dollari in combustibili fossili nel periodo compreso tra il 2016 e il 2020, vale a dire cinque anni dopo la firma dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

“Questo rapporto serve come verifica della realtà per le banche che pensano che i vaghi obiettivi ‘zero netto’ siano sufficienti per fermare la crisi climatica – ha affermato Lorne Stockman, Senior Research Analyst presso Oil Change International, una delle organizzazioni che hanno scritto il rapporto, in una dichiarazione di accompagnamento al rapporto -. Il nostro futuro va dove scorre il denaro e nel 2020 queste banche hanno investito miliardi per bloccarci in un ulteriore caos climatico”.

Nel 2020 un calo ma il trend è comunque superiore al 2016

Su base annua, il finanziamento totale dei combustibili fossili è diminuito del 9% nel 2020 rispetto al picco raggiunto nel 2019 quando si raggiunse la cifra di 824 miliardi di dollari di investimento. Ma il rapporto attribuisce il calo dello scorso anno alle restrizioni sulla domanda legate al Covid-19. Nonostante ciò il report nota anche che “il finanziamento dei combustibili fossili (…) dalle 60 più grandi banche commerciali e di investimento del mondo è stato più alto nel 2020 rispetto al 2016”, il primo anno intero in cui è entrato in vigore l’Accordo di Parigi. Vale la pena notare che il presidente Donald Trump si è ritirato dall’accordo internazionale nel 2017 mentre il presidente Joe Biden è rientrato nell’accordo di Parigi nel suo primo giorno in carica quest’anno.

JPMorgan, Citi Group E Bank Of America dominano

Le tre banche che hanno finanziato più combustibili fossili nel 2020, secondo il rapporto, sono state JPMorgan Chase con 51,3 miliardi di dollari, Citi Group con 48,4 miliardi e Bank of America con 42,1 miliardi.

Più nel dettaglio, evidenzia Forbes“JPMorgan Chase che si è aggiudicata la prima posizione, avendo investito 316,7 miliardi di dollari in combustibili fossili, in particolare in compagnie petrolifere e del gas” nell’arco dell’intero periodo preso in considerazione. Citi è arrivata seconda, ed è stata scelta per il finanziamento di 100 società che le ONG hanno descritto come ‘le peggiori per piani di espansione dei combustibili fossili’, comprese aziende come il gigante petrolifero ExxonMobil e la società di oleodotti e gas Enbridge. La banca Wells Fargo, nel frattempo, è stata insignita del titolo di “Top Fracking Funder” per il suo sostegno alle società di fracking di petrolio e gas”.

Gli impegni Di JPMorgan e Citi

Un rappresentante di JPMorgan Chase ha detto a CNBC Make It che la banca ha comunque in essere una serie di iniziative per affrontare i cambiamenti climatici, tra cui “l’adozione di un impegno di finanziamento allineato agli obiettivi dell’accordo di Parigi” e l’agevolazione di 200 miliardi di dollari in finanziamenti puliti e sostenibili entro il 2025.

Citi, in un post sul blog pubblicato da Val Smith, Chief Sustainability Officer della banca, ha affermato che lavorerà con i clienti dei combustibili fossili per passare prima a una rendicontazione pubblica delle emissioni di gas serra e poi a una graduale eliminazione dei finanziamenti offerti alle aziende che non rispettano gli standard di riduzione della CO2.

“In qualità di banca più globale al mondo, riconosciamo di essere collegati a molti settori ad alta intensità di carbonio che hanno guidato lo sviluppo economico globale per decenni. Il nostro lavoro per raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050 rende quindi imperativo lavorare con i nostri clienti, compresi i clienti attivi nei combustibili fossili, per aiutare loro e i sistemi energetici su cui tutti facciamo affidamento per la transizione, verso un’economia zero netto”- ha scritto Smith.

La situazione in Europa e in Asia

In Europa, la banca britannica Barclays è stata il più grande finanziatore di combustibili fossili, investendo circa 144,9 miliardi di dollari in sabbie bituminose, fracking e carbone. E nonostante abbia messo in atto politiche per tagliare gli investimenti nel carbone, la banca francese BNP Paribas si è rivelata il più grande sostenitore mondiale del petrolio e del gas offshore, con un totale di 120,8 miliardi di dollari investimenti principalmente in quel settore, si legge su Forbes.

In Asia è la banca giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group a essere sul podio, in generale per gli investimenti nei combustibili fossili, mentre tra le dieci peggiori banche per il sostegno nel carbone, sia nell’estrazione sia nella produzione di energia del carbone, sono presenti tutte banche cinesi come Industrial Bank, ICBC, China Construction Bank e Bank of China.

L’elenco dei buoni: prima Unicredit

Il rapporto ha anche valutato le azioni positive per il clima da parte delle banche, attribuendole un punteggio alle politiche volte ad allineare la loro attività agli obiettivi di decarbonizzazione. A guidare il gruppo c’è la banca italiana Unicredit seguita da cinque banche francesi: BNP Paribas, Crédit Mutuel, BPCE / Natixis, Crédit Agricole e Société Générale. In generale, queste banche hanno adottato forti politiche per eliminare gradualmente il finanziamento del carbone.

Ma anche le banche con il punteggio più alto hanno guadagnato solo la metà dei punti disponibili per le politiche rispettose del clima, perché mentre molte banche hanno adottato politiche per ridurre o eliminare gli investimenti nel carbone, sulle politiche per il petrolio e il gas sono rimaste molto indietro.

I maggiori paesi produttori non hanno vere strategie Net-zero

Sviluppare strategie pragmatiche verso emissioni nette zero”. Perché “non c’è sfida più grande per il nostro pianeta che la crisi climatica”. Alcuni dei maggiori produttori mondiali di fonti fossili uniscono le forze per provare ad abbattere le emissioni legate agli idrocarburi. Senza però toccare davvero gas, petrolio e shale.

L’iniziativa si chiama Net-Zero Producers Forum e per il momento riunisce gli Stati Uniti, il Canada, la Norvegia e i due big del Golfo sponda araba, Arabia Saudita e Qatar. Pochi ma ‘pesanti’, visto che insieme rappresentano più o meno il 40% della produzione globale di fossili. L’alleanza è stata annunciata a margine del Leaders Summit on Climate organizzato da Washington la scorsa settimana.

Il comunicato congiunto spiega in poche righe la missione del forum e come si intende realizzarla. Delle “strategie pragmatiche” sono forniti esempi specifici. Si va “dall’abbattimento del metano” fino al potenziamento “dell’economia circolare del carbonio”, termine caro a Riad che da tempo lo usa per far passare il principio che il futuro delle fossili sono la tecnologia CCUS e l’idrogeno (non quello verde, ma quello blu che si basa sugli idrocarburi). Non stupisce quindi il punto seguente: “lo sviluppo e la diffusione di tecnologie per l’energia pulita”, che farebbe pensare a una riconversione graduale dell’industria fossile, viene invece appaiato con “la cattura e lo stoccaggio del carbonio”.

L’iniziativa è finita nel mirino degli ecologisti per una ragione molto semplice: tra le opzioni menzionate non c’è quella di lasciare le fonti fossili sottoterra. Come riporta Climate Home News, per Tzeporah Berman, presidente della campagna per il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, la nascita di questa alleanza è preoccupante perché tutti questi paesi continuano ad espandere la produzione di combustibili fossili e versano miliardi di dollari in tecnologie per ridurre le emissioni ‘per barile’ piuttosto che gestire un’equa diminuzione delle emissioni e della produzione complessive. Se la tua casa è in fiamme, non aggiungere altro carburante”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Nato a Melfi (PZ) il 18/09/1992 mi sono trasferito a 18 anni a Siena dove mi sono laureato in economia e commercio. Dopo aver ottenuto la triennale mi sono trasferito a Roma dove ho conseguito la laurea magistrale presso La Sapienza. Faccio supplenza in una scuola superiore e sono coordinatore politico. Hobby: calcio, basket e nuoto. Juventino doc.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending