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Cosa significa essere vicepresidente: le inutili polemiche su Harris

Il ruolo di vicepresidente nel governo Americano fino ai nostri giorni e i cambiamenti nei vari governi: le inutili polemiche su Harris

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Quando nel 1921 finì il suo mandato da Vicepresidente degli Stati Uniti, Thomas R. Marshall inviò un biglietto al suo successore, Calvin Coolidge, che recitava: “Hai tutta la mia solidarietà”. L’incarico di vicepresidente potrebbe superficialmente sembrare denso di responsabilità e oneri, ma non è detto sia effettivamente così.

Il ruolo di vicepresidente


La Costituzione americana dedica poco spazio a questa figura, e la sua effettiva incidenza nell’azione di governo dipende essenzialmente dalla fiducia che il Presidente gli accorda.
Durante la campagna alla Casa Bianca del 1960, tra il Vicepresidente uscente Nixon e J.F. Kennedy, Dwight Eisenhower, alla richiesta dei giornalisti di menzionare delle scelte in cui Nixon era stato decisivo, disse: “Se mi date una settimana, cercherò di farmi venire in mente qualcosa.”
Non sono mancati, tuttavia, vicepresidenti “interventisti” e potenti.


Lo stesso Joe Biden, durante gli 8 anni al fianco del Presidente Obama, giocò un ruolo fondamentale nella risoluzione di alcune crisi internazionali, da quella della Crimea, a quella irachena, fino alle delicate relazioni con i Paesi del Northern Triangle (Guatemala, El Salvador ed Honduras).

Il Presidente Biden riuscì ad ottenere dal Congresso lo stanziamento di una ingente somma di aiuti in favore di questi ultimi, chiedendo in cambio dell’avvio di un processo di reale democratizzazione, lotta alla corruzione e riforma del sistema giudiziario.

Il problema dell’immigrazione

Dopo l’eccellente lotta al virus, una delle prime incombenze di questa amministrazione è la certamente la gestione del fenomeno migratorio al confine con il Messico, il famigerato Southern Border, che Biden ha delegato ad Harris, insieme al divisivo ma sacrosanto Voting Rights Act.
Negli scorsi giorni ha fatto tanto discutere (inspiegabilmente) la frase “do not come” pronunciata da Kamala Harris durante la sua visita in Guatemala.


L’estrema destra americana ed europea ha attaccato Harris, rivendicando le proprie convinzioni tema di immigrazione, ora (secondo loro) sposate tardivamente anche dai progressisti.
Ma nessuno, o quasi, si è concentrato su ciò che Harris ha detto dopo. Harris ha sottolineato i dolori e i pericoli di questi difficili e tragici viaggi e ha ricordato che esistono più modi per entrare regolarmente negli USA e che, anzi, la sua amministrazione li sta incentivando.

Il cambio di rotta

Il cambio di paradigma con l’amministrazione Trump sta proprio in questo: il Tycoon avevo reso quasi impossibile l’immigrazione regolare, Biden invece ha aumentato il numero di visti concessi e rifugiati accolti e ha cancellato l’abominio della separazione delle famiglie al confine.

Tutto questo polverone, va detto, ha origine dalla assurda presunzione che i democratici siano favorevoli ad ogni forma di immigrazione, anche quella irregolare, ignorando che un sistema di accoglienza può funzionare solo se gli immigrati non sono “invisibili” per il Paese ospitante.

È probabile, dunque, che i detrattori di Biden stiano attaccando Kamala Harris per minare la crescente popolarità del Presidente e, soprattutto, perché al momento non ci sono altri motivi per attaccare questa amministrazione che sembra aver ingranato e procedere con speditezza su tutti i dossier.


“A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina”


©RIPRODUZIONE RISERVATA

Classe ‘99 e studente di Giurisprudenza. Riformista , liberale europeista e garantista. Amo la politica, ancor di più se è americana. “Regole per essere felici: qualcosa da fare, qualcuno da amare qualcosa in cui sperare .” Kant

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