Connect with us

Cultura

The Handmaid’s Tale 4: La rivolta delle ancelle

L’ultima stagione di The Handmaid’s Tale si è conclusa in un bagno di sangue che non salva nessuno, ma sarà strada per molte.

Published

on

È finita. Troppo presto, a dire il vero. La quarta stagione di The Handmaid’s Tale ha trasmesso la sua ultima puntata mercoledì sulla rete americana, per quella italiana bisognerà aspettare qualche settimana perché Tim Vision la diffonda. Dopo i rinvii a causa del covid, la pluripremiata serie ha mostrato solo 10 episodi per quest’ultima stagione, che vedono per 3 volte la protagonista Elisabeth Moss dietro la macchina da presa.

Di solito, quando un telefilm supera le prime stagione perde smalto nel tempo, invece The Handmaid’s Tale riesce ancora a regalare una delle migliori serie tv degli ultimi anni, con una fotografia strepitosa e una narrazione che riesce a mescolare efficacemente tensione e riflessione.

Di che cosa parla The Handmaid’s Tale?

June di The Handmaid's Tale

La serie è stata realizzata ispirandosi al romanzo distopico omonimo, tradotto in italiano come “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. Era il 1985 quando la scrittrice pubblicò quel lungo romanzo che subì anche la censura scolastica. Nonostante – come ebbe modo di affermare più volte lei – non scrive niente che non avvenga già, da qualche parte, neanche troppo lontana da noi.

La narrazione è ambientata in un’America futura distrutta, in cui un regime teocratico autoritario prende il sopravvento trasformando il Paese della Libertà nello stato di Gilead. La natalità si era azzerata, e dei pochi bambini che nascevano, molti morivano per malattie o deformazioni genetiche. Ma la nazione era esattamente com’è ora. Finché un gruppo di estremisti religiosi non riesce a prendere il potere con la forza e instaurare il regime di Gilead.

A Gilead le donne non hanno diritti. Non devono leggere e/o scrivere. Sono divise in classi sociali con il loro specifico colore di abbigliamento.

  • Le Mogli: donne sposate con i Comandanti della Nazione. Sono le uniche ad aver diritto al loro nome proprio. Non sono fertili. Vestono di blu.
  • Le Ancelle: donne fertili che per nome hanno un patronimico, ovvero il nome del Comandante che devono servire, per cui “DiFred” sarà l’ancella di Fred, e così via. Si vestono di rosso. Sono prigioniere, madri, strappate alle loro famiglie di appartenenza per “servire Gilead”. Permangono per un certo periodo di tempo nella casa del Comandante di turno al fine di poter essere fecondate, partorire, e poi consegnare i figli alla moglie e al Comandante.
  • Le Marte: anche loro non sono fertili. Servono le famiglie, puliscono, cucinano, aiutano in tutte le faccende domestiche. Vestono di grigio chiaro.
  • Le Zie: indottrinano le ancelle affinché obbediscano con la violenza e la privazione di tutto. Donne non fertili, particolarmente bigotte, vestono di marrone.

June Osborn (interpretata da Elisabeth Moss), la protagonista di The Handmaid’s Tale, nella vecchia America era una redattrice di una casa editrice, sposata con Luke, e madre di Hannah. Luke era sposato con un’altra donna quando ha incontrato June, l’ha tradita con June per poi lasciarla e infine sposarsi con la protagonista. Questo passato sentimentale sarà la macchia che farà diventare June un’ancella. Lei, donna fertile ma peccatrice, potrà redimersi solo servendo la nazione a vita come ancella, finché poi non verrà gettata nelle Colonie a lavorare su campi con rifiuti tossici e altamente pericolosi.

Femminismo e distopia

Le ancelle sono tutte peccatrici fertili. Lesbiche, ex drogate, traditrici, donne sposate in seconde nozze, atee, intellettuali. Verranno educate all’obbedienza a suon di dolore, stupri e mutilazioni. Piegate ad un regime che nel nome di Dio e dei Bambini, ha deciso la loro vita. Un regime che pur essendo stato creato anche da alcune delle Mogli – come Serena Joy, la donna presso la cui casa si troverà June nelle prime stagioni – è in mano esclusiva degli Uomini, perché le Sacre Scritture nell’Antico Testamento così comandano.

In questa cornice di dolore, violenza, sopraffazione, le donne sono le vere protagoniste, perché sono loro a dar vita alla Rivoluzione. Ordiscono tradimenti, uccidono, organizzano viaggi di salvezza verso il Canada che accoglie i profughi del regime di Gilead, riescono a muoversi abilmente e creare una loro rete sicura. Ma a caro prezzo, e quest’ultima stagione ne è la prova. La domanda che percorrerà quest’ultima prova sarà: Qual è il confine tra Giustizia e Vendetta? Che cos’è giustificabile e da chi?

La quarta stagione

Ecco ciò che faremo. Li osserveremo. Gli uomini. Li studieremo, li nutriremo, li asseconderemo. Potremo renderli forti o deboli. Li conosceremo sotto ogni aspetto. Conosceremo i loro peggiori incubi e, con in po’ di pratica, è questo che diventeremo: incubi. E un giorno, quando saremo pronte, verremo a prendervi. Aspettate”.

Aveva detto June nella terza stagione di The Handmaid’s Tale, e nella quarta lo farà veramente. Se per tutti gli anni precedenti vediamo una donna che lotta per resistere al regime sanguinario, preservare la sua sanità mentale e liberare la figlia. Nella quarta è indelebilmente marchiata dal Regime. June sceglie di riconoscere quel marchio e farne la sua forza, l’immagine di una resilienza che non è ottima per il marketing, non rassicura, non fa sentire protetti, ma incute paura in chiunque vi si accosti.

The Handmaid’s Tale ha il grande merito di riuscire a fotografare in maniera cruda e feroce cosa può accadere sotto un regime e come le persone vengano cambiate a vita. Gilead non è un mondo così lontano, inavvicinabile, ma è dentro le nostre case.

In una delle scene più forti della quarta stagione si mostra un nutrito gruppo di fan dei due aguzzini di June: Fred Waterford (interpretato da Joseph Finnies) e Serena Joy (Yvonne Strahovski), il Comandante e la Moglie, l’uomo e la donna alla quale lei era sottomessa, da cui è stata stuprata mentre Serena la teneva ferma, picchiata, seviziata psicologicamente, abusata da ogni punto di vista. Fred e Serena stanno uscendo dalla struttura presso la quale sono incarcerati, e i loro fan canadesi sono là fuori, a manifestare per la loro liberazione, nonostante abbiano sentito quali atrocità hanno commesso in nome di Dio. Tengono cartelli in mano con scritte di supporto perché hanno agito bene e Dio è con loro.

Anche nella civile Canada che accoglie i profughi dal regime di Gilead, che dona sostegno a tutti quelli che riescono a scappare, c’è chi sostiene uno stupratore e la sua complice, le menti di un regime che priva le donne della libertà e decreta che un’élite di uomini debbano decidere della vita e morte di tutti. Li sostengono in nome del dono che Dio concede dando dei figli. Li sostengono in nome della religione.

Una Canada di The Handmaid’s Tale uguale ai nostri Paesi Occidentali. Una Canada in cui il germe dell’integralismo e fanatismo vive accanto alla laicità e libertà. Vi ricorda qualcosa?

Questa serie, protagonista di una delle puntate del podcast Morgana di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, è lo specchio su cui abbiamo bisogno tutti e tutte di guardarci. Perché Gilead è sempre dietro l’angolo. In noi e al di fuori di noi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending