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La storia dietro l’inginocchiarsi di alcuni atleti

C’è solo una cosa che sta facendo più discutere delle partite: l’inginocchiarsi o no dei giocatori. Ecco la storia del movimento take a knee.

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In queste settimane si stanno svolgendo in diverse città d’Europa i primi Europei di calcio itineranti, rimandati di un anno causa Covid. Fino a questo momento però, c’è stata un’unica cosa che ha fatto più discutere del calcio: la scelta di alcuni giocatori di inginocchiarsi oppure no. Questa decisione è in alcuni casi imposta da leggi o decisioni di primi ministri (come Russia e Ungheria), mentre in altri casi sono i giocatori che decidono per loro stessi, com’è per l’Italia. 

La prima nazionale che si è fatta carico di questa scelta importante è stata l’Inghilterra, essendo oramai un anno che in Premier League i giocatori si inginocchiano prima di ogni match, anche se la lega considerata da sempre più “attivista” è senza dubbio l’NBA. 

Il gesto di inginocchiarsi, noto con il nome di “take a knee”, nel mondo dello sport non è come molti pensano una conseguenza diretta dell’affermazione dei fatti del 2020 e del black lives matter, ma nasce qualche anno prima. 

Colin Kaepernick, 2016

A partire dagli incontri pre-stagione del 2016, il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick decise come forma di protesta di appoggiare un ginocchio a terra durante l’inno statunitense che anticipava le partite di NFL, massima lega di football americano. Il giocatore motivò la scelta sostenendo come non potesse rimanere in piedi e mostrare orgoglio per un paese che discrimina e perseguita gli afroamericani. 

A fine stagione, i San Francisco 49ers non rinnovarono il contratto a Kaepernick che non disputò più nessuna stagione in NFL in carriera. Nonostante ciò, il suo gesto fece il giro del mondo e creò così un fondamentale precedente. 

Diversi giocatori seguirono infatti la sua scia ma si ritrovarono presto a dover combattere con il presidente neoeletto dell’epoca Donald Trump, che in una intervista disse: 

“Devi stare fieramente in piedi durante l’inno nazionale, oppure non dovresti giocare, non dovresti essere lì e magari non dovresti nemmeno essere in questo paese”

George Floyd, 2020

ORLANDO, FL – JULY 30: Quinn Cook #28, LeBron James #23 and Anthony Davis #3 of the Los Angeles Lakers kneel for the National Anthem with Doc Rivers of the LA Clippers on July 30, 2020 in Orlando, Florida at The Arena at ESPN Wide World of Sports. Copyright 2020 NBAE (Photo by David Dow/NBAE via Getty Images)

Il 25 maggio 2020 veniva ucciso per soffocamento dalla polizia George Floyd, afroamericano fermato per aver utilizzato una banconota da 20 dollari falsa. Gli effetti della sua morte sono stati di una potenza inaudita: tutto il mondo si è riunito nelle maggior città per protestare contro le violenze e le discriminazioni della polizia, tutti riuniti sotto lo slogan “black lives matter”, movimento che combatte le discriminazioni degli afroamericani nato nel 2013. 

Il mondo dello sport non è ovviamente rimasto escluso da questa ondata di proteste e diversi atleti, di diversi sport, hanno iniziato ad inginocchiarsi prima della gara e a onorare lo slogan BLM. 

Quasi la totalità di giocatori di NBA ha protestato, a volte anche non scendendo in campo, per tutta la stagione contro le ripetute violenze della polizia e le discriminazioni nei confronti della comunità nera. In Formula1, Hamilton è divenuto leader sia in pista sia fuori, invitando gli altri piloti a inginocchiarsi sul circuito prima della partenza (anche se non tutti lo hanno seguito). In Italia Lukaku ha esultato inginocchiandosi e alzando in aria il pugno chiuso dopo alcuni gol in campionato e così hanno fatto altri calciatori nelle rispettive leghe, diffondendo sempre più questo tipo di protesta. 

Euro2020, 2021

Tornando agli Europei, le squadre che sin dall’inizio hanno deciso con costanza di inginocchiarsi sono state Inghilterra, Galles e Belgio (dove gioca Lukaku). Boris Johnson, primo ministro inglese, ha sostenuto con fierezza la decisione dei “suoi” calciatori, parecchio diversa invece la reazione di Orbàn, primo ministro ungherese, il quale ha recentemente affermato: 

“Gli ungheresi si inginocchiano solo davanti a Dio, per il loro paese e quando chiedono alle mogli di sposarli”

La squadra italiana nelle prime due partite non aveva aderito alla manifestazione così come i loro avversari, mentre prima dell’ultima sfida, davanti a un Galles inginocchiato, solamente Bernardeschi, Belotti, Emerson Palmieri, Pessina e Toloi hanno deciso di aderire alla protesta.  Gravina, presidente della Figc (federazione italiana giuoco calcio), dopo le polemiche successive contro i giocatori italiani rimasti in piedi, ha nuovamente ribadito come l’Italia non imponga nessuna scelta ma che questa spetti al singolo giocatore. 

È importante evidenziare anche il comportamento della Francia, tra le squadre più rappresentative della comunità nera, che ha scelto di non inginocchiarsi prima delle partite con la seguente motivazione:

“Ne abbiamo discusso fra di noi – dice Varane – e ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che inginocchiarsi non abbia più lo stesso significato che aveva all’inizio”

Il movimento take a knee, dal 2016 fino ad oggi, si è diffuso in larghissima scala nel mondo dello sport e questo porta molti a riflettere sulla sua effettiva efficacia o sul suo essere una semplice “moda”.  In qualunque modo la si osservi, questa situazione ribadisce una cosa: la politica la fanno tutti, e il calcio non è un’eccezione. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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