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Il vangelo secondo Luis Enrique

O lo ami, o lo odi, Luis Enrique. Zero vie di mezzo, così com’è lui: un uomo e allenatore da zero compromessi. Personalità straripante, carro armato schierato contro ogni banalità e verità ritenuta universale.

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L’allenatore, ct della nazionale, è reduce da una rimonta della sua squadra contro la Croazia, o meglio dire una rimonta della Spagna contro se stessa, considerato il dilettantesco autogol a inizio partita. Il cammino che ha portato Luis Enrique agli Europei è stato degno di quello che porta Dante al centro dell’inferno: critiche su ogni decisione, sul modo di giocare, sulla visione calcistica. Per la prima volta nella storia, nelle furie rosse non è stato convocato alcun giocatore del Real, a partire dal capitano e leader indiscusso Sergio Ramos.

Come se non bastasse, il ct non ha convocato 26 giocatori come da prassi, ma 24, e non per infortunio. Il mister spagnolo, nonostante tutto, si è caricato la squadra sulle spalle, diventandone lui stesso trascinatore: ha difeso strenuamente l’attaccante Morata dalle minacce di morte arrivategli sui social, ha condotto la sua non brillante squadra ai quarti di finale, ha creato la sua squadra, piaccia o meno agli altri.

Gli esordi 

Luis Enrique è un uomo che non accetta compromessi, che impone la sua visione indipendentemente dall’ambiente in cui si trova e dai giocatori che ha davanti. È così da sempre, anche da calciatore. 

Esordisce giovanissimo nello Sporting Gijón per poi trasferirsi a soli 21 anni nel Real Madrid. Nella capitale madrilena il suo carattere diviene un caso: instaura un pessimo rapporto con la dirigenza e anche con i tifosi la scintilla non scocca mai. Così, quando il suo contratto va in scadenza, nessuno tenta nemmeno di rinnovarlo ed Enrique passa a parametro zero ai nemici giurati del Barca. Qui la situazione è esattamente l’opposto: totale identificazione con lo spirito e i valori del club, meraviglioso rapporto con il popolo blaugrana e soprattutto con un centrocampista dall’intelligenza rara, tale Pep Guardiola.

I due giocano insieme diversi anni e sviluppano un’idea simile di calcio, infatti, nel 2007, a Luis Enrique viene offerta una panchina nella Liga e l’unica condizione che pone è il nome del suo vice, Pep Guardiola. L’affare, da perfetto sliding doors, non si concretizza e Guardiola diventa l’allenatore del Barcellona B, salvo poi essere promosso in prima squadra e lasciare il posto proprio all’amico Enrique. 

Questo passaggio di consegne di ripeterà più volte nella storia dei due: Pep al Barcellona scrive le pagine migliori del calcio europeo, ammalia tutti con il suo Tiki Taka mentre il mister di Gijón siede sulla panchina della Roma dove ottiene più critiche che successi, con Totti escluso dalle partite chiave e De Rossi in tribuna per essere arrivato con un minuto di ritardo. 

Il ritorno al Barcellona 

Dopo l’addio di Guardiola, il Barca era una squadra orfana di padre. Davanti all’Olimpico di Roma compare uno striscione: 

“Luis, vattene da Roma. S’è liberato il posto al Barcellona”

Detto fatto. 

Arrivato nella “sua” squadra, si trova da subito davanti a un problema: tutti, dirigenza e tifosi compresi, vogliono un allenatore che di diverso da Guardiola abbia solo il cognome, ma lui, Enrique, era la persona meno adatta del mondo a quel ruolo. 

Al Barcellona vince tutto, due volte la Liga, tre volte la Coppa del Re, la Champions League, una Supercoppa di Spagna, una Supercoppa Uefa e una Coppa del Mondo per club, ma vince tutto a modo suo. 

“Trabajo y sudor” è il suo mantra, non ci sono giocatori di serie A e giocatori di serie B, non ci sono titolari (e questo non piacerà, per usare un eufemismo, a Messi&Co). Stravolge il Tiki Taka di Guardiola in favore di un calcio più verticale, colleziona la sconfitta più sonora (4-0 contro il Psg) e conduce i suoi alla rimonta più incredibile della storia (6-1 al ritorno contro i francesi). 

Dopo tre stagioni, lo spogliatoio si ribella all’allenatore troppo rivoluzionario che lascia così il posto a Valverde. 

Il dramma personale e la Nazionale 

Pochi mesi dopo essere stato nominato ct della Nazionale spagnola, una sera di marzo 2019, Luis Enrique riceve una chiamata personale, risponde, e abbandona il ritiro subito dopo. Qualche mese più tardi, annuncia in conferenza le sue dimissioni da commissario tecnico, senza fornire alcuna spiegazione, contornato dalla riservatezza che ha da sempre contribuito a renderlo grande.  A fine agosto 2019, tramite un tweet, Luis Enrique ringrazia i medici per il loro lavoro e saluta la sua Xana, scomparsa a 9 anni a causa di osteosarcoma. 

Il mondo intero si stringe attorno all’allenatore di Gijón, così sempre duro e ruvido e ora tremendamente umano. Nel novembre 2019, ad alcuni mesi dalla tragedia, la Federcalcio spagnola annuncia commossa il ritorno in panchina di Luis Enrique, come promessogli subito dopo il suo addio. È una vera e propria rinascita.

La Spagna di oggi non è bella da vedere, spreca tante occasioni ma domina il possesso palla. Viene criticata da tutti, per ogni motivo. Non ha mai convinto, eppure è sbarcata ai quarti eliminando la Croazia vice campione del mondo. La Spagna di oggi non ha leader in campo, ma ne ha uno straordinario fuori: Luis Enrique. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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