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Il diritto di non curarsi: il testamento biologico

Cos’è il testamento biologico? Qual è la differenza tra eutanasia e suicidio assistito? Ecco qui un articolo che vi chiarirà le idee.

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La legge 219/2017 “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” si inserisce in un contesto molto particolare, dove confluiscono non poche posizioni ideologiche e politiche; in questo contesto, il diritto alla salute assume un rilievo anche negativo, ovvero: esiste un diritto a non curarsi?

La legge 219/2017 riconosce alla persona un diritto di autodeterminazione, che si concretizza nella facoltà di scelta attribuita alla persona relativamente ai trattamenti sanitari nei cd. SVP (Stati vegetativi permanenti). Il legislatore, consapevole dell’estrema influenzabilità di queste decisioni, qualora prese nel corso della malattia, ha previsto le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) per esprimere la propria volontà su eventuali trattamenti in un momento che precede la malattia.

Data l’opinione diffusa, secondo la quale la morte viene fatta coincidere non più con l’arresto cardiaco bensì con l’arresto cerebrale, si è diffuso il DNR (do not resuscitate) order per quei pazienti che non vogliono essere rianimati nel caso di cessazione delle attività cerebrali.

Attraverso le DAT si può redigere il proprio testamento biologico. Il testamento biologico è una conquista di civiltà che permette di decidere, in piena capacità, i trattamenti o le cure alle quali si desidera non sottoporsi in futuro qualora un giorno non sia possibile esprimere un consenso o dissenso consapevole. Un diritto al rifiuto delle cure.

Sono libero di non curarmi?

Il diritto alla salute (diritto di essere curati nonché il diritto di rifiutare le cure) sembra trovare appiglio nell’art.2 della Costituzione (inviolabilità della dignità umana) e l’art.3 (principio di uguaglianza). Ancora, nell’art.32 (diritto alla salute), ove il secondo comma prevede che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. L’art.13 (libertà personale) può essere letto come un divieto ai pubblici poteri di interferire nella sfera privata. Tutte le disposizioni, quindi, sono orientate alla tutela della dignità umana che si estrinseca non soltanto nel diritto di essere curato, ma anche di non curarsi, un diritto all’autodeterminazione terapeutica.

Appare quindi fondato questo diritto, in quanto la Costituzione prevede che “nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario se non nei casi previsti dalla legge“; la legge può prevedere dei trattamenti obbligatori, ma nell’esclusivo interesse pubblico (si pensi ad un obbligo di vaccinarsi per contrastare una epidemia).

Il rifiuto della persona alle cure appare come diritto collegato indissolubilmente al diritto alla salute e un interesse puramente privato. Tuttavia, la questione diventa spinosa quando il paziente, versando in uno stato vegetativo, non può decidere nel pieno delle sue capacità. In questo caso, la giurisprudenza suggerisce l’utilizzazione del rappresentante (tutore o amministratore di sostegno) che dovrebbe decidere per il paziente tenendo in considerazione le volontà dello stesso quando era nelle condizioni di decidere o in base a comportamenti manifestati nel corso della sua esistenza.

Un caso del genere è stato la vicenda Englaro, ove Eluana Englaro entrò in SVP il 18 gennaio 1992, a causa di un grave incidente stradale che determinò il danno cerebrale. Dopo 4 anni, nel 1996, il padre della ragazza, nonché tutore legale, iniziò la sua battaglia per ottenere la sospensione della nutrizione artificiale, basando la richiesta sulle dichiarazioni espresse dalla stessa Eluana in occasione di un evento similare che aveva colpito, due anni prima del proprio incidente, un suo amico.

Non è questo il momento di analizzare l’ostruzionismo dell’amministrazione pubblica che cercò di mettere i paletti fra le ruote alla sospensione dell’alimentazione mostrandosi cieca agli orientamenti della Cassazione, secondo la quale “deve escludersi che il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegue il sacrificio del bene della vita”, e che il diritto costituzionale alla salute di ognuno “come tutti i diritti di libertà implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire“.

Cosa sono le DAT?

Il legislatore, sulla base di quanto detto, nella l. 219/2017 ha previsto all’art.4 le Disposizioni Anticipate di trattamento, prevedendo questi come mezzo per esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o rifiuto rispetto a scelte terapeutiche o singoli trattamenti. Il soggetto indica inoltre un fiduciario (maggiorenne e capace) che ne farà le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e le strutture sanitarie. Il medico può disattendere le DAT, in accordo con il fiduciario, qualora queste siano incongrue o i trattamenti al quale il paziente sarà sottoposto presentino concrete possibilità di un “miglioramento della vita”, purché questi trattamenti non fossero conosciute o prevedibili al momento della sottoscrizione delle DAT.

Con le DAT, quindi, ogni soggetto maggiorenne e capace può decidere su trattamenti che potrebbero riguardarlo e sui quali in futuro non avrà capacità di scegliere. In assenza di DAT, spetta al giudice tutelare mediare tra posizioni divergenti e conflittuali tra cure proposte e rifiuto delle stesse da parte del rappresentante legale dell’individuo minore o incapace. Le DAT sono redatte dal soggetto interessato e depositate presso terzi (notaio o comune).

Eutanasia e suicidio assistito: ecco le differenze

Continuano ad essere considerati reati sia l’eutanasia che il suicidio assistito. Con l’eutanasia, il medico procura la morte al soggetto richiedente. Il codice penale punisce l’eutanasia con la reclusione dai 6 ai 15 anni.

Invece, il suicidio medicalmente assistito si realizza quando un medico prescrive una sostanza a dosaggi letali che provocano il decesso e la persona richiedente se la autosomministra. L’ordinamento italiano punisce chi accompagna una persona o l’aiuta con qualsiasi mezzo per ottenere il suicidio assistito come istigazione o aiuto al suicidio art. c.p. 580. Lo stesso vale per chi procurasse un medicinale o oggetto per suicidarsi a una persona. La pena va da 5 a 12 anni.

L’articolo in questione si è avvalso dell’aiuto del manuale “conoscere la legge n.219/2017” messo a disposizione gratuitamente dall’associazione Luca Coscioni e scaricabile dal sito della stessa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Mi chiamo Angelo, sono campano e sono del 1998. Studio Giurisprudenza alla Federico II e sono un inguaribile lettore di quotidiani e libri di vario genere. Principalmente mi occupo di fornire una visione chiara e commentare le tematiche legate al diritto. Non mi dispiace approfondire casi di cronaca nera, criminalità organizzata, economia, politica estera e nazionale.

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