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Smentiamo le principali fake news sulla legalizzazione dell’eutanasia

In merito alla legalizzazione dell’eutanasia sono davvero tante le vaie fake news che popolano la rete e che rimbombano nelle dichiarazioni dei vari politici installando paura nella gente. Oggi proviamo a smentirne qualcuna…

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Di Aurelio Giallella

Dal 31 giugno in Italia si è tornati a parlare di fine vita grazie alla campagna di raccolta firme promossa dal Comitato Eutanasia Legale per convocare un referendum con cui chiedere agli italiani se legalizzare l’eutanasia o meno. In particolare, il quesito referendario (già analizzato in dettaglio le scorse settimane) prevede la parziale abrogazione dell’articolo 579 c.p. anche detto “omicidio del consenziente”.

Da circa tre settimane le volontarie e i volontari del comitato promotore sono schierati in prima linea in un’opera di sensibilizzazione e confronto coi cittadini, grazie al quale hanno avuto la possibilità di raccogliere gli umori, le domande e le perplessità della comunità civile, talvolta poco al corrente e altre volte veramente male informata sul tema del fine vita.

Del resto, non c’è da sorprendersi se ai cittadini sia poco chiaro ciò di cui stiamo parlando se media e politici di maggioranza e non, preferiscono rimanere in silenzio o, quando ne parlano, chiamarlo in termini dispregiativi “suicidio di stato”.

Per questo motivo, in questo spazio, proveremo a fare un po’ di fact checking per smentire quelle che potremmo definire “fake news” principali sul tema e che noi volontari spesso ci siamo trovati ad ascoltare da passanti e detrattori ai banchetti.


“Se dovesse essere legalizzata l’eutanasia vi si farebbe ricorso con troppa facilità”

Nel caso in cui la raccolta firme dovesse andare a buon fine, si riuscisse a convocare un referendum e con questo si riuscisse nell’intento di abrogare parzialmente l’art. 579 c.p., l’eutanasia attiva sarebbe consentita soltanto nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e il testamento biologico (legge 279/2017) e in presenza dei requisiti introdotti dalla Sentenza della Consulta sul “Caso Cappato”.

Pertanto, a differenza di quanto diffuso, non sarà così semplice accedere all’eutanasia, che rimarrà punibile nei casi in cui il fatto è commesso contro una persona incapace o il cui consenso è stato estorto con violenza, minaccia o contro un minore di diciotto anni.

“Se venisse legalizzata l’eutanasia, si darebbe allo stato il diritto di decidere al posto dei pazienti”

Come sancito dalla legge del 2017, nota come legge sul biotestamento, nessun trattamento sanitario (ivi anche alimentazione e idratazione) può essere iniziato senza il consenso libero e informato della persona interessata. Inoltre, lo stesso testo di legge prevede la possibilità di dichiarare anticipatamente le proprie volontà in tema di trattamenti sanitari (DAT) qualora l’individuo diventi in futuro incapace di intendere e di volere, con la possibilità di nominare un fiduciario che avrà, in tale ipotesi, il dovere di rapportarsi col medico e scegliere le cure più adeguate nel rispetto delle volontà del paziente.

Una norma a cui si è arrivati non con poca difficoltà nel 2017 e che però lascia fuori tutta una fetta di pazienti che pure sono affetti da una malattia irreversibile e vivono una situazione di estrema sofferenza psichica e fisica, ma che non dipendono da trattamenti sanitari obbligatori (si pensi ai malati oncologici terminali).

Dunque, ricollegandoci con la frase a inizio paragrafo. Una legge sull’eutanasia non toglierebbe il diritto di decidere al cittadino perché è lo Stato che oggi decide al posto di una grossa fetta di pazienti (in Olanda dove l’eutanasia è consentita, due persone su tre che ricorrono all’eutanasia attiva sono malati oncologici terminali). Se la nostra proposta dovesse andare a buon fine si darebbe al cittadino un diritto in più, non viceversa.

“La vittoria del si provocherebbe un vuoto normativo pericoloso”

Le critiche fanno leva soprattutto sul vuoto di tutela che la parziale abrogazione dell’art. 579 c.p. determinerebbe rispetto a quei contesti in cui il consenso venga ad esempio prestato da persone che non siano affette da patologie fonte di sofferenza o in cui la condotta venga posta in essere da personale non sanitario (amici, parenti o estranei). Tale critica è però infondata.

L’abrogazione di tale reato determinerebbe un rafforzamento delle tutele per le persone più fragili in quanto il consenso che scrimina la condotta è un consenso che il giudice sarà chiamato a valutare alla luce dell’attuale sistema normativo che oggi prevede un perimetro preciso delineato dalla legge 219/2017 sia relativamente alle modalità e condizioni in cui il consenso viene manifestato ma anche rispetto al soggetto attivo che ha diritto ad essere scriminato, ovvero il medico.

Dunque, abrogando parzialmente l’articolo 579 c.p. si delineerebbe una situazione in cui le sole pratiche eutanasiche effettuate da medici (art. 1 comma 6, l. 219/2017) nei confronti di pazienti affetti da patologie irreversibili, fonte di gravi sofferenze, che siano tenuti in vita da sostegni vitali (sent. 242/2019), e che abbiano validamente prestato il loro consenso potranno essere considerate lecite.

Legalizzare l’eutanasia farebbe esplodere il numero di casi

Per affrontare questa critica bisogna premettere che, come diceva Umberto Veronesi, l’eutanasia in Italia esiste ed è sempre esistita, ma clandestinamente. Fino a pochi anni fa, ospedali e cliniche la praticavano senza dichiararlo e senza che l’opinione pubblica ne fosse informata. D’accordo con i familiari dei malati che soffrivano ma non avevano alcuna speranza di guarigione, molti medici sospendevano le terapie ed acceleravano la morte con una dose massiccia di morfina.

A riprova di quanto appena scritto si prenda in considerazione lo studio condotto dall’Istat nel triennio 2011- 2013 sul rapporto tra malattia e suicidio, costruito su dati provenienti da un’indagine condotta sui decessi e le cause di morte. Su un totale di 12.877 suicidi, in 737 casi è certificata la presenza di malattie fisiche rilevanti che potrebbero aver influenzato la scelta di togliersi la vita.

Tra le modalità più frequenti compaiono: l’auto-avvelenamento, l’utilizzo di armi da fuoco e di oggetti appuntiti. Importante è infine menzionare il turismo eutanasico: pazienti e familiari italiani che, affrontando ingenti spese, si recano in altri Paesi europei (anzitutto in Svizzera) per mettere fine alle proprie sofferenze. Quasi 900 persone dal 2015 ad oggi, hanno scritto in segreto all’Associazione Coscioni chiedendo informazioni per varcare il confine e andare a morire in Svizzera.

Premesso ciò, senza una legge che normi i casi di eutanasia in Italia e che tenga conto di tutte le morti clandestine, di cui dunque non si ha contezza, si può davvero parlare di un sedicente aumento del numero di casi nel caso in cui l’eutanasia venisse legalizzata? Senza contare che una norma ad hoc non avrebbe solo l’effetto di permettere al paziente di accedere alla pratica eutanasica, ma dovrebbe andare a creare tutto un indotto di supporto attorno al paziente: dall’aiuto psicologico a un’implementazione delle cure palliative pubbliche, oggi ancora molto costose.

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