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Cosa ne sarà delle atlete afgane?

In questi giorni di dramma afgano capiamo lo stretto legame tra emancipazione e sport e di come esso cambi le carte in tavola.

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In questi giorni la drammatica situazione afgana ha paralizzato il mondo, portando a galla, come durante ogni disastro, tutti gli errori e le ingiustizie degli ultimi anni che solevamo nascondere sotto al tappeto, illudendoci che così sparissero. 

Ci interrogheremo a lungo, soprattutto noi occidentali, su questi terribili giorni, ricorderemo a lungo le immagini che circolano in queste ore da Kabul e penseremo a lungo a come sarebbero potute andare le cose, se avessimo agito diversamente. 

Nel clima di profonda incertezza che si respira oggi in Afghanistan e nel mondo c’è una sola certezza: le donne, come tristemente sempre accade, stanno pagando il prezzo più alto. 

L’emancipazione femminile nello sport 

Il regime talebano guidato dal leader Mullah Omar cadde definitivamente il 7 dicembre 2001. Prima di quella data, l’Afghanistan viveva in un clima di terrore assoluto, i talebani avevano instaurato la più dura e violenta Sharia, principale fonte di legislazione le cui norme variano in base al regime politico. In questi anni, alle donne era vietata una serie innumerevole di cose, tra cui lo sport. 

La rinascita del paese afgano dopo il 2001 passa da diversi elementi, così come la conquista delle donne di una sempre maggior libertà in ogni ambito della vita sociale che le ha portate, tra le altre cose, a istituire nel 2007 la prima, storica, nazionale di calcio femminile. 

“Ci eravamo guadagnate l’onore di vestire la maglia del nostro Paese, con il simbolo sul petto. Ce l’avevamo fatta, è stato come vincere la coppa del mondo. Ci eravamo battute per ottenere quell’occasione, nessuno ce l’aveva regalata”

Dirà Khadila Popal, prima storica capitana della squadra e oggi attivista per i diritti delle donne, costretta a fuggire dal suo paese per cercare rifugio in Danimarca, insieme ad altre calciatrici. 

La prima squadra di calcio diede una incondizionata fiducia alle donne di tutto il paese producendo effetti inimmaginabili qualche anno prima. Basti pensare al fatto che lo scorso ottobre nello stadio di Kabul i tifosi afgani celebravano le giocatrici dell’Herat Storm per la vittoria del campionato femminile, nello stesso stadio in cui una ventina di anni prima avvenivano le esecuzioni ad opera dei Talebani per chi non rispettava la loro Sharia.

Nel 2020 in Afghanistan è stata aperta la prima palestra per donne a Kandhar (nota roccaforte talebana), è stata organizzata la prima gara di ciclismo femminile ed è stata annunciata la partecipazione della prima donna afgana alle Paralimpiadi, ora già tristemente annullata. 

Per tutte queste donne, che hanno lottato, sofferto, e combattuto per la propria libertà, sono in arrivo tempi durissimi.

Un brusco ritorno ad un passato che nessuna aveva intenzione di riesumare. 

La società patriarcale afgana 

Nonostante tutte le forme di emancipazione femminile in ambito sportivo sopracitate, la società afgana è stata, è e sarà una società terribilmente sessista, impari e patriarcale. 

La caduta del regime talebano nel 2001 infatti comportò enormi conseguenze ma non ebbe, purtroppo, la capacità di mutare le coscienze dei più. Non essendo più spalleggiati da un regime totalitario e brutale, alcuni uomini scelsero di usare la violenza come modo per riaffermare la superiorità maschile, come nelle peggiori realtà fallocentriche. 

Nel 2018, le giocatrici della Nazionale afgana accusarono il presidente della Federcalcio Keramudin Karim di violenze fisiche e stupro e diversi dirigenti di abusi continui durante i ritiri. 

“Dopo le denunce, ben nove giocatrici furono sbattute fuori con l’accusa di essere lesbiche. In Afghanistan l’omosessualità è un reato. Ho scoperto che Karim aveva una stanza segreta nel suo ufficio, dove portava le giocatrici per abusare di loro e obbligarle ad avere rapporti con lui. L’ho denunciato alla FIFA, lo hanno sospeso da ogni attività sportiva ma è ancora libero e vive tranquillamente in casa sua” 

Khalida popal

I problemi non riguardano solamente il calcio: l’ambasciata statunitense stanziò dei fondi per promuovere la squadra femminile di cricket, lo sport nazionale, e i soldi vennero subito rimandati al mittente, facendo fallire il progetto. 

Nel 2016 il progetto per valorizzare il ciclismo femminile venne nominato per il Nobel per la Pace ma alcuni concittadini non ne furono contenti: le cicliste venivano insultate, rifiutate dalle comunità, aggredite verbalmente e fisicamente e prese a sassate. 

“Quando iniziai a pedalare gli uomini ci sputavano, ci lanciavano pietre, provavano a investirci con le loro auto. Sono stata colpita da patate, mele, mille altre cose. E usavano parole molto offensive contro di noi, imbarazzanti, che quasi ci si vergognava a essere una donna” Rukhsar Habibzai

Che ne sarà di loro? 

Come visto finora, la situazione delle donne in Afghanistan era, da un punto di vista sociale, piuttosto arretrata mentre sul piano culturale e legislativo le cose, per le donne, stavano finalmente migliorando. È proprio per questo che la situazione afgana oggi fa ancora più male. Vedere decenni di lavoro, battaglie e lotte svanire nel nulla tra la paura feroce di molte donne è quanto di più svilente possa esserci. Il tempo dell’emancipazione femminile si è concluso, da ora le donne si nascondono, non escono mai sole, indossano sempre il burqa o cercano rifugio. 

“Le mie compagne hanno paura che qualcuno possa bussare alla porta in qualsiasi momento. Dico loro di cancellare i nomi e i profili social con le foto, bruciare la divisa personale”

khalida popal

Qualche giorno fa il quotidiano sportivo spagnolo Marca intitolava la sua prima pagina “!que va a ser de ellas”, un dubbio straziante che in questi giorni raffiora di continuo. Per quanto incerto sia il presente, sul futuro si ha una certezza: le donne, nonostante le lotte e le battaglie, pagheranno sempre il prezzo più caro. Che ne sarà di loro?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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