Connect with us

Sport

Abbiamo un grave problema di razzismo

L’ennesimo episodio di razzismo sui campi italiani deve far riflettere su questo morbo che attanaglia il nostro calcio da troppo tempo.

Published

on

L’Italia, così come ogni paese al mondo, si trova quotidianamente a combattere diverse battaglie di natura differente: siano esse politiche, sociali, economiche, religiose.  A distinguere continuamente il nostro paese c’è però una costante: il razzismo. L’ignoranza pullula sui campi di gioco di stagione in stagione, e nessun provvedimento è mai stato preso a parte qualche, discutibilissima, campagna. 

Il caso Koulibaly 

Nella scorsa giornata di campionato al Franchi si è giocato il super match Fiorentina-Napoli, vinto 2-1 dai partenopei. Il post partita è stato però dominato non tanto dagli elogi alla squadra di Spalletti, quanto tristemente dai pessimi episodi razzisti della partita. 

L’episodio nasce al fischio finale, quando Koulibaly stava per abbandonare il campo e si avvicinava così agli spalti. 

«Dalla curva Fiesole gli hanno detto scimmia, ne*ro di m…»- dice un tifoso viola che preferisce mantenere l’anonimato- «Ho provato a intervenire chiedendo di smetterla, ma mi sono pure beccato degli insulti, e così è successo a una donna che stava accanto a me. Quello che alla fine mi ha ferito di più, però, è la figura meschina che ha fatto tutta la città di Firenze.»

Koulibaly, oltre ad aver prontamente risposto ai “tifosi”, ha condannato i gesti sui suoi profili social, sostenendo (come già nelle stagioni precedenti aveva fatto) che questi soggetti vadano individuati ed espulsi dagli stadi. 

I precedenti infiniti 

Ciò che fa comprendere la gravità della cosa (che già di suo lo è), è che l’episodio arriva nemmeno un mese dopo gli insulti razzisti da parte di un “tifoso” juventino al portiere del Milan Maignan. Anche in quell’episodio, così come avverrà nel caso Koulibaly, il “tifoso” (virgolette doverose) è stato individuato, denunciato ed espulso dagli stadi per sempre grazie all’ausilio delle tecnologie. Il colpevole in questo caso ha dichiarato alle telecamere di “aver bevuto una birra di troppo” e di non aver mai pronunciato frasi razziste in altre occasioni. 

Qui veniamo al vero tarlo: nella cultura, o mancata tale, sportiva italiana vige la grande regola del “liberi tutti” negli stadi. Il campo diviene così il luogo perfetto per scaricare ogni brutale istinto represso durante le ore d’ufficio settimanali e sfogare ogni tensione. In questo modo si è soliti assistere ad uno spettacolo tra i 22 uomini in divisa, e al tempo stesso una tragedia sugli spalti. 

Sentire commenti razzisti, misogini, beceri e immaturi è purtroppo cosa ricorrente che accomuna campi di piccoli calciatori a campi di professionisti, quasi tutti rimasti impuniti fino ad oggi. 

I provvedimenti 

Ricordate la famosa banana mangiata da Dani Alves in Villareal-Barcellona del 2014? Un tifoso lanciò al giocatore una banana condendo il gesto con cori razzisti, e come risposta vide Alves sbucciarla e mangiarla, distruggendo in un secondo il suo momento di visibilità. Quel tifoso è stato multato, arrestato, espulso dagli stati e licenziato dal posto di lavoro. 

In Italia abbiamo imparato a utilizzare le tecnologie nell’ultimo anno, prima preferivamo sospendere intere curve e riempirle di bambini, oppure multare le società che pagavano così per un singolo o un gruppo di ignoranti. 

Accanto ai provvedimenti monetari, ci siamo distinti anche per ciò che concerne iniziative social e compagne pubblicitarie. È ormai da anni che gli stadi italiani portano, giustamente, lo slogan #noalrazzismo e impegnano calciatori in spot pubblicitari, eppure siamo stati l’unica Nazionale ad Euro2020 in grado di far inginocchiare il 30% della squadra in favore del movimento black lives matter, con la restante parte inebetita e incapace di prendere una decisione. La decisione è poi stata presa e, ovviamente, sbagliata. O perlomeno nelle modalità. (Ricordate l’imbarazzante comunicato della Figc “non ci inginocchieremo per la campagna in sé che non condividiamo”? Ecco appunto.

A dire il vero, la Lega Serie A nel 2019 ha cercato di sviluppare una iniziativa contro il razzismo più originale dei soliti slogan, e lo ha fatto così: esponendo nella sede di Milano tre quadri di Fugazzotto rappresentanti tre volti di scimmia. Stranamente, l’iniziativa ha ricevuto quasi solo critiche, e le più dure sono arrivate proprio dai club di Serie A. Un capolavoro tutto italiano.

La strada per estirpare il morbo del razzismo dal mondo dal calcio è impervia, ma il primo passo da compiere è chiaro: una sana e giusta cultura sportiva, meno focalizzata su slogan pubblicitari e più sulle azioni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

Trending