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Società

Giuseppe Di Vaio:”I pregiudizi nei confronti degli ex detenuti sono ancora tantissimi”

E’ appena terminata la docu-serie Sky Original,Dangerous Old People che racconta la criminalità sotto un altro punto di vista: dall’assenza dello Stato ai pregiudizi sugli ex detenuti. Di questo abbiamo parlato con il regista della serie, Giuseppe Di Vaio.

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Si è appena conclusa la docu-serie Sky Original Dangerous Old People, una serie nata da un’idea di Roberto Saviano e realizzata da Indigo Film con la regia di Giuseppe Di Vaio che racconta le storie di assassini, rapinatori che hanno passato quasi tutta la loro vita all’interno delle carceri italiane. Una serie che guarda il mondo del crimine sotto un altro punto di vista e lo racconta attraverso gli occhi e i pensieri di vecchi criminali sopravvissuti a sparatorie e ferite che ripensano ai tanti errori fatti in gioventù.

Una serie che, tra l’altro, è scandita dall’infanzia, dalla giovinezza, dalla maturità e dalla vecchiaia a cui è rispettivamente dedicata una puntata. Nelle storie dei protagonisti però emerge anche l’immagine di uno Stato che allora non era tanto presente sul territorio e di uno stigma sociale legato al carcere che rende quasi impossibile per un ex detenuto ritornare ad una vita normale. Di tutto questo ne abbiamo parlato con Giuseppe Di Vaio, regista e fotografo napoletano che dal 2013 con Napoli Photo Project, racconta la città dai suoi infiniti angoli, mettendola all’attenzione del mondo grazie all’avvento di social network come Instagram che ha riconosciuto la qualità dei suoi progetti, definendo “fantastiche” le sue foto e nominandolo per due volte Suggested User, massimo riconoscimento tra trecento milioni di utenti.

  1. Come nasce l’idea di realizzare una serie insieme allo scrittore Roberto Saviano che racconta le difficoltà di ex detenuti napoletani diventanti ormai anziani nel ricominciare a vivere, “a respirare in spazi aperti”? 

In realtà è nata da un’intuizione di Roberto: noi ci siamo conosciuti grazie ad un altro documentario che ho fatto. Lui lesse un articolo che parlava di me e mi chiese di vederlo: da quel documentario ebbe quest’intuizione e poi abbiamo iniziato a strutturarla.

  • Quello che emerge dai vari racconti sono innanzitutto i motivi che hanno portato queste persone a intraprendere la strada della criminalità e, per la maggior parte, sono legati alle necessità quotidiane come quella di sfamare i propri figli. Questo denota, secondo lei, l’assenza di uno Stato che è sempre più distaccato dalle periferie?

Potrei dirle che lo Stato c’è come potrei dire che lo Stato non c’è perché fondamentalmente tutti i protagonisti della serie hanno avuto queste disavventure dovute al territorio, ai bisogni che avevano all’epoca e, ovviamente, parliamo di un periodo dove c’era una povertà abbastanza diffusa. Bisogna sottolineare come allo stesso tempo c’erano anche altre persone che lavoravano onestamente.

Quindi, sotto questo punto di vista, non sta a me andare a cercare le cause. Quest’ultime, molto probabilmente, sono da attribuire ad una serie di fattori come il tessuto sociale, la famiglia, l’ambiente…

  • Potremmo in un certo senso dire che queste storie sono soltanto un paradigma, un esempio di centinaia di altre storie simili di cui sono piene le nostre periferie?

Sicuramente sì anche se c’è un discorso molto più ampio: molti dei protagonisti sono del centro della città quindi anche dei famosi quartieri “bene”. Questo non è un fenomeno soltanto dovuto ai quartieri periferici: è proprio qua che sta l’equivoco. E’ un fenomeno che riguarda tutti i quartieri di tutte le città perché evidentemente le condizioni critiche si ritrovano ovunque, per assurdo le possiamo trovare a Manhattan come le possiamo trovare a Napoli. Quindi è una problematica un po’ più ampia rispetto alla circoscrizione periferica.

  • Nei casi con cui avete avuto a che fare, si nota un malfunzionamento del sistema carcerario italiano dove “la funzione rieducativa della pena” sancita dall’articolo 27 della nostra Costituzione è pressoché assente?

Questo si può notare nelle parole dei protagonisti che sono stati in carcere, io non sono mai stato in carcere (ride n.d.r) e quindi non ho gli strumenti per dare un giudizio completo però evidentemente, dalle loro esperienze, posso immaginare che comunque qualcosa che non funzionava c’era. Ovviamente tutto si può migliorare.

  • Attraverso questa serie, si vuole anche sottolineare quanto è difficile per un detenuto reinserirsi nella società ovvero, convivere con quel “pregiudizio da superare”?

Sì, questo è uno degli obiettivi autoriali: c’è un’effettiva difficoltà da parte dei detenuti a ritornare nella società, ad essere in qualche modo accettati dalla società. Evidentemente i pregiudizi sono ancora tantissimi: chi deve in qualche modo avere a che fare con un ex detenuto proprio in virtù della vita che il detenuto ha avuto in precedenza a volte qualche domanda se la fa.

Però dal lato del detenuto, in molti casi, c’è sempre quel desiderio di lasciarsi alle spalle quella vita che in qualche modo l’ha costretto a fare, come in questi casi, trent’anni di carcere. La difficoltà sta “nel farsi credere” e poi ci sono tante conseguenze: gli ex detenuti, per esempio, hanno tantissime difficoltà a trovare lavoro, tantissime difficoltà a relazionarsi con persone fuori dal posto in cui vivono.

  • Napoli da sempre è stato il suo campo d’interesse privilegiato, tra l’altro le sue foto hanno dei riconoscimenti internazionali tra cui quello dello stesso Instagram: quanto è importante per lei raccontare la realtà napoletana?

Da napoletano il mio è un interesse giornaliero, è molto importante lasciare sempre una visione chiara e reale di quello che è attualmente Napoli intesa come la mia città, senza “aggiungere” ne “togliere”. Poi in questo momento Napoli è un po’ sulla bocca di tutti, oltre che per le vicende di cronache, da diversi anni è una città che si è internazionalizzata e, da questo punto di vista, il mio lavoro di racconto è iniziato in un tipo di città e poi si è evoluto in un’altra città che è quella attuale.

Però, ripeto, il mio interesse principale è quello di raccontarla così com’è e posso garantire che non è una cosa scontata. Raccontare Napoli in un certo modo può avere più successo perché la gente è più attratta da determinati argomenti, io tratto qualsiasi argomento purché ci sia una base di realtà, di verità.

  • Attraverso i suoi lavori cerca anche di riscattare una città che per troppo tempo, così come gli ex detenuti di cui parlavamo prima, è stata sempre segnata dai pregiudizi?

No, questa sinceramente è una cosa a cui non ho mai pensato. Io non penso che Napoli si debba riscattare da qualcosa e poi la presunzione è troppo grande: non penso che una singola persona possa avere la forza di provare a riscattare una città come questa. Non è una città che ha bisogno di un particolare riscatto perché ovviamente chi la vive sa che cosa può dare una città come questa e cosa può togliere…Un po’ come tutte le città del mondo.

Quindi evidentemente se c’è da riscattare qualcosa, il mio lavoro non punta a quello. Diciamo che mi piace raccontare delle storie e lo faccio a Napoli ma la mia intenzione è quella di uscire da Napoli e raccontare altri contesti e altre storie.

  • Uno dei suoi primi lavori è stato un cortometraggio dal titolo Rifiutai che raccontava di un laboratorio a cielo aperto fatto dai ragazzi di Scampia: come si fa a raccontare ai giovani di quartieri a rischio che un’altra strada è possibile?

Per l’esperienza che ho, è molto difficile convincere i giovani che ci sono strade alternative. Alternative però non per forza a quelle della delinquenza perché i giovani di oggi sono molto concentrati su argomenti contemporanei un po’ lontani dai miei come generazione. L’unica possibilità concreta che io ho, non di convincerli, ma in qualche modo di lasciarli un piccolo seme è di mostrarli le cose che faccio, con i fatti.

E’ questa l’unica possibilità che io ho di lasciare qualcosa ai ragazzi. Però sicuramente non sono io che devo lasciare un esempio ai ragazzi di Scampia, ai ragazzi di Napoli: questo è un compito che tocca allo Stato, alla scuola, alla famiglia. Io posso solo lasciarli una piccola curiosità… Magari a qualcuno piace il mio lavoro, magari prova a capire come si fa e poi, da cosa nasce cosa e quel seme può diventare un fiore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore e fondatore del sito, scrivo per dare voce a chi non la può fare arrivare lontano. Viaggio ma di confini non ne ho mai visto uno, credo che esistano solamente nella mente di alcune persone.

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