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Cultura

Chi sono gli intellettuali e come si riconoscono? Ce lo spiega Sabino Cassese nel suo libro

Che ruolo hanno nella nostra società gli intellettuali? Come si fa a riconoscerli tra gli assidui frequentatori dei talk show televisivi? A queste domande prova a rispondere Sabino Cassese nel suo ultimo libro edito da Il Mulino.

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Alla fine dell’Ottocento fu il “Manifesto degli intellettuali” sul caso Dreyfus a trasformare la parola “intellettuale” da aggettivo a sostantivo. Negli anni che sono passati da quell’evento a oggi, questo sostantivo si è svuotato di peso, fino a d arrivare a una condizione tale per cui il ruolo dell’intellettuale si ammanta di un’aura di inutilità, quando non si arriva addirittura a considerarlo negativo in toto.

Quello che Sabino Cassese cerca di fare nel suo ultimo saggio, “Gli intellettuali”, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino nel 2021, è una verifica del ruolo e della posizione degli intellettuali nella società moderna. Quella di Sabino Cassese è una voce particolarmente autorevole sul tema: è impossibile negare che egli stesso per primo sia uno degli intellettuali moderni, e in quanto tale parla sì dall’alto ma senza tuttavia rinchiudersi nella famigerata turris eburnea, la torre d’avorio, dalla quale l’intellettuale si limita a giudicare senza portare alcun beneficio al resto della popolazione.

L’intellettuale come Sabino Cassese – accademico di fama internazionale, ex Giudice della Corte Costituzionale ed ex Ministro per la funzione pubblica – è una voce autorevole che si mette al servizio della comunità, parlando sì da una posizione soprelevata, ma com’è giusto che sia: “parla da una “cattedra”: fa una conferenza, scrive su giornali e settimanali, partecipa a trasmissioni radiofoniche o televisive. La “cattedra” è parte del suo ruolo: è anche per questo che viene ascoltato”, dice egli stesso nel saggio.

Perché si dovrebbe ascoltare un intellettuale?

Il motivo per il quale si dovrebbe ascoltare l’intellettuale è il fulcro della questione attuale, ciò che ne decide il periodo di declino e appannamento: se non si può scadere nel semplicissimo ipse dixit, nella fiducia a priori da riporre nelle parole di qualcuno soltanto perché è quel “qualcuno”, non è sano neanche appiattire il dibattito su una presunta uguaglianza formale tra tutte le opinioni, che obbligatoriamente devono essere inserite in un contesto gerarchico di valore sulla base delle prove e delle evidenze che la supportano. Volendo prendere in prestito la massima erroneamente attribuita a Voltaire: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», dovremmo aggiungere un pezzetto: «per poi disquisire sulla sua correttezza».

Ci si scorda troppo spesso infatti che non è sufficiente esprimere un’opinione affinché quest’ultima debba essere considerata al pari di tutte le altre. Negli ultimi due anni di pandemia abbiamo avuto la prova tangibile di questo cortocircuito del dibattito: dal momento in cui tutti, anche senza avere la benché minima evidenza scientifica a supportare la propria opinione, possono dire la propria, come districarsi nel mare magnum di informazioni, spesso scorrette? Non si può riversare la colpa della disinformazione solo sull’utenza, se questa non è messa in condizione tale da poter dirimere il corretto dallo scorretto in un caotico labirinto di informazioni e notizie spesso contrastanti tra di loro.

La perdita di credibilità degli intellettuali

Una grande responsabilità nella perdita di credibilità del ruolo dell’intellettuale va tuttavia ascritto proprio agli intellettuali stessi, o presunti tali: alla ricerca di ribalta dopo un lungo periodo di pressoché totale anonimato, orde di filosofi, sociologi, medici, virologi et similia si sono riversati nell’etere televisivo, e per la fretta di essere i primi a parlare, a volte hanno sbagliato: e se sbagliando l’audience non perdona l’errore, si perde così il ruolo di auctoritas.

L’intellettuale in quanto tale non può permettersi il lusso di sbagliare, perché il suo sbaglio, poiché proveniente da una persona “più in alto”, viene recepito come molto più grave di tutti gli altri l’intellettuale corre il rischio, secondo Cassese, “di fare la stessa fine del Grillo parlante, schiacciato da un martello.” Si può dire però che tutti coloro che hanno intasato i programmi televisivi recentemente siano intellettuali? Cosa sono gli intellettuali adesso? Come riconoscerli?

Come si riconoscono gli intellettuali?

Cassese prova a spiegarlo: “Quando tutti urlano, gli intellettuali parlano sottovoce. Quando gli altri parlano delle cose, gli intellettuali cercano di capirne il senso. Quando gli altri asseriscono, gli intellettuali argomentano.

Cassese analizza la loro utilità adesso nel suo saggio, non nascondendo tuttavia i vizi accanto alle virtù degli intellettuali, ma cercando di analizzarne con puntualità l’evoluzione nel corso dei secoli e la loro influenza modi di formazione dell’opinione pubblica, comparando le diverse situazioni che si sono verificate negli anni a quella attuale, sicuramente di rottura con tutti i precedenti, tra il declino della stampa tradizionale e il ruolo decisivo assunto da internet e dal web, che svolgono una funzione ambivalente e contrastante: da un lato, permettono la diffusione molto più rapidamente all’informazione e dunque all’opinione, accelerando il lavoro dell’intellettuale e la capillarità del suo pensiero, dall’altra hanno permesso a tutti di diventare intellettuali almeno per un giorno, rendendo di fatto difficile il riconoscimento di chi sia o meno realmente un intellettuale.

“Gli intellettuali” di Sabino Cassese è un libro che dà qualche risposta e solleva qualche dubbio nel lettore, in linea con la ricerca continua della verità che deve porsi un intellettuale contemporaneo, nell’ottica di una continua crescita di un’opinione autorevole e quanto più corretta possibile che possa poi essere rivolta allo Stato, destinatario ultimo dell’azione dell’intellettuale, e alla società civile, perché gli intellettuali servono maggiormente nei periodi di oscurità, per accendere una luce sulla ragione e mostrare così la strada per uscire dalla crisi, sia essa di valori, politica o economica.

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