Connect with us

Cultura

I linguisti sullo schwa: risposta agli utenti Instagram

Tutti tuttologi sul web… e sulla schwa? Che posizione hanno i linguisti sulla questione inclusività? Clicca qui per scoprirlo!

Published

on

Nell’ultimo periodo, l’opinione pubblica sembra essersi focalizzata‒ come del resto avviene periodicamente con ogni argomento di tendenza e acchiappa-like ‒ sulla questione dell’evoluzione della lingua in merito all’inclusione di una nuova vocale neutra, la cosiddetta schwa (/Ə/).

E quindi perché no? Dopo l’ondata di opinioni di sedicenti virologi che ha inondato i social l’anno scorso, soppiantata dalle brillanti riflessioni di illustri politologi e infine, di recente, dei grandi appassionati di relazioni internazionali, ecco che il web si trasforma in un raduno di linguisti alle prese con un’accesa discussione sulle affascinanti complessità della morfologia.

È già una storia ripetuta, quella che vede gli studiosi dei suddetti argomenti di tendenza messi all’angolo dai commenti, spesso sprezzanti, quando tentano di esprimere un parere tecnico. Ma la logica dei grandi numeri non funziona così, l’algoritmo non è programmato per dare valore agli studi più che alle opinioni. È ciò che è successo ai linguisti dell’Accademia della Crusca, che sono intervenuti sulla questione con un articolo, di cui è qui riportato questo passo:

“Non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale”.

-Paolo D’Achille, a nome dell’Accademia della Crusca-

L’interpretazione che gli utenti ne hanno dato sui social è stata di un intervento autoritario, volto ad affermare una norma retrograda e facilmente superabile dagli utenti che, giustamente, affermano di essere padroni della propria lingua e di esprimersi nel modo che più ritengono opportuno:

In questo articolo tenterò di spiegare, con toni forse leggermente diversi, per quali motivi quanto sostenuto da alcuni utenti non è purtroppo da considerarsi una soluzione possibile.

Il neutro nelle altre lingue: esiste davvero?

Sono in diversi a sostenere l’esistenza e l’effettivo utilizzo di strategie, nel latino come nelle altre lingue, per riferirsi a un gruppo di persone o a un individuo generico senza specificare il genere dell’oggetto.

Premettendo che il genere delle parole non è unicamente biologico– come ad esempio in bambino/bambina o gatto/gatta, assegnato in base a caratteristiche biologiche dell’oggetto- ma anche grammaticale– come in libro/libreria, oggetti inanimati a cui è conferito un genere in maniera puramente convenzionale- il “genere neutro” di cui tanto si parla in latino non è mai stato utilizzato per riferirsi a delle persone, ma solo a concetti astratti o oggetti inanimati.

Non sarebbe quindi possibile, anche volendo, riprendere dal latino una forma neutra per riferirsi a un essere vivente di sesso indefinito, perché nemmeno il latino aveva una strategia per esprimere questo concetto all’infuori del maschile plurale.

Ma la lingua non dev’essere funzionale ai parlanti? Perché, se abbiamo l’esigenza di un nuovo genere, non lo inventiamo e basta?

Se è certo vero che l’obiettivo primario della lingua è la comunicazione, e quindi l’espressione verbale dell’uomo nella sua totalità, dall’altra parte la necessità di una nuova formula linguistica per esprimere un certo concetto è sempre arrivata dopo esigenze tangibili che riguardassero l’uomo come persona e animale sociale, che vive e interagisce in una comunità, non come maschio, femmina o non binario: laddove non esistesse nessun modo per distinguere due concetti, come è successo nel caso degli articoli determinativi dal latino all’italiano, oppure per una questione di facilità mnemonica e di apprendimento, come nel caso della semplificazione della declinazione nominale dal protoindoeuropeo alle lingue europee moderne, la lingua si è evoluta per rispondere a una esigenza. Tutto qui.

Ma la lingua viene usata anche in modo dispregiativo! Il maschile plurale usato come neutro è l’espressione di una società patriarcale che ha bisogno di essere abbattuta!

Nì. La lingua italiana è, come tutte, posta e definita in modo arbitrario, non c’è una reale corrispondenza tra la vocale bassa posteriore arrotondata (la “o”) e un’evidenza scientifica che dimostri che gli individui di sesso maschile debbano essere identificati attraverso quella “o”. Né, allo stesso modo, è ciò che accade con la “a” per le donne. Stessa cosa per il maschile plurale generico.

Per quanto riguarda l’uso dispregiativo che se ne può fare, o tutto ciò che concerne l’utilizzo di determinate parole come insulto, vorrei fare una piccola riflessione personale, che va presa come tale e non ha quindi alcun valore scientifico: ci sono tanti nomi essenzialmente innocui che vengono usati con fini discriminatori. Balena, maiale, gallina, capra, asino, oca… sono solo nomi di animali, eppure utilizzati in certi contesti assumono un significato negativo. Una soluzione, in questo caso, più che apportare modifiche al lessico italiano, non potrebbe essere insistere sull’educazione dei bambini, fin da piccoli, al rispetto della diversità? Sarebbe una soluzione meno dispendiosa in termini di tempo ed energie e sicuramente più efficace: la lingua non smetterà mai di permettere ai parlanti di essere usata per ferire, ma i parlanti possono essere istruiti affinché non la usino per tale scopo.

Accademia della Crusca: perché invece petaloso è stato accettato?

Perché si sta parlando di un piano diverso, ovvero del lessico, che continua a modificarsi continuamente perché è lo strato più superficiale, più ampio e più esposto al contatto con le altre lingue. Nessuno si stupisce che, ad oggi, siano entrate nel lessico comune parole come lockdown, videocall, lol, cute, anche perché- questo è da riconoscere- i social hanno favorito e accelerato questo processo. Ma ogni neologismo non va a modificare la nostra lingua al di fuori dello strato lessicale, tant’è vero che davanti agli anglicismi noi mettiamo l’articolo italiano e la desinenza italiana alla fine: un computer, non a computer; stalkerare, non to stalk, ecc.

Inoltre, al bambino che aveva posto il quesito del lessema petaloso, l’Accademia aveva risposto così:

Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.
Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

Risposta che dimostra da sola come non siano i linguisti a scegliere quali parole entrano nel vocabolario oppure no, ma i parlanti stessi.

Ma allora perché se tanti parlanti la usano allora non entra nell’uso comune e nel dizionario?

Perché, come dicevo nel paragrafo precedente, il piano che si sta chiedendo di modificare non è quello lessicale, ma quello morfologico, processo assai più difficile, perché interessa tutta una serie di categorie che sono alla base della lingua italiana. La nostra lingua, come quasi tutte le lingue europee, è una lingua fusiva, il che vuol dire (perlomeno per ciò che ci riguarda) che sia forma le parole fondendo insieme più morfemi (tra cui i morfemi grammaticali che portano il significato di maschile o femminile), sia che ad ogni morfema possono essere attribuiti più significati.

Questo meccanismo comporta diverse complicazioni:

  • in primis, per mantenere invariato il significato delle parole, dobbiamo ricorrere a due suoni diversi, con annessi simboli, che in quanto nativi italiani non siamo in grado di distiguere fonologicamente, ad ora;
  • inoltre, l’introduzione di un nuovo genere farebbe sorgere un altro problema: tolto il dilemma del pronome personale alla terza persona singolare, quali articoli si dovrebbero abbinare alla nuova parola di genere neutro? Se assumessimo di star parlando di una persona che per lavoro fa l’insegnante, parleremmo di un insegnante o di un’insegnante? In italiano non vanno molto d’accordo la vocale finale degli articoli e quella iniziale dei sostantivi, ma a quale strategia ricorrerebbe la lingua? Elisione o troncamento?

Ma in inglese il neutro c’è, quindi perché l’italiano funziona diversamente?

Perché l’inglese è una lingua diversa: non è fusiva, ma isolante: questo vuol dire che ogni parola (e nemmeno tutte) è monomorfemica, e quindi sarebbe in ogni caso più semplice introdurre nuovi neologismi, ad esempio, in contrapposizione a man e woman. Ma al di là di questo, dire persona, adolescente, parlare alla folla, alla gente non ha connotazione di genere, nemmeno in italiano.

E si ritorna così all’affermazione di D’Achille posta in apertura. La lingua italiana ha tante potenzialità: come al momento è usata ingiustamente per discriminare, può essere usata in modo più consapevole per far sì che tante discriminazioni linguistiche non esistano più, insistendo sulla coscienza dei parlanti e sull’approfondimento di strategie linguistiche alternative, senza la necessità di inventarne di nuove.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata a Viterbo, studio e approfondisco le questioni linguistiche più dibattute. Appassionata di letteratura e filosofia, cerco di rendere la cultura semplice, divertente e alla portata di tutti.

Trending