Connect with us

Mondo

Cosa può insegnarci la morte di Mahjubin Hakimi sul giornalismo?

Tre settimane fa sui nostri quotidiani ha fatto molto scalpore la notizia della decapitazione di una ragazza afghana ad opera dei talebani. La vicenda si è poi rivelata molto più complicata, dandoci però un prezioso insegnamento sul mondo del giornalismo.

Published

on

Qualche settimana fa su molti giornali italiani è comparsa la notizia dell’uccisione di una giovane pallavolista afghana, Mahjubin Hakimi. Secondo la ricostruzione dei quotidiani nostrani la giovane sarebbe stata decapitata dai talebani a inizio ottobre. La notizia della decapitazione della ragazza era iniziata a circolare a metà ottobre, prima su diversi giornali indiani, giudicati non particolarmente affidabili, e poi sul quotidiano inglese Independent.

Tuttavia nelle ore seguenti molti giornalisti, afghani e non, hanno iniziato a mettere in discussione questa ricostruzione, secondo loro basata su fonti poco attendibili. La vicenda infatti sembra ancora abbastanza complicata, soprattutto a causa della situazione odierna dell’Afghanistan, un paese ormai guidato dal regime talebano, capace di mettere al bando la libertà di stampa e di espressione. In un clima del genere è difficile per i giornalisti trovare fonti indipendenti e affidabili. Le stesse persone coinvolte potrebbero non voler parlare dei fatti per paura di possibili ritorsioni.

Dopo la pubblicazione dell’articolo dell’Independent, diversi giornali tra cui la BBC e Tolo News (emittente afghana famosa per la sua buona reputazione e per la sua indipendenza), hanno rivelato maggiori dettagli sulla vicenda, smentendo parte della prima ricostruzione dei fatti. Secondo queste nuove fonti si può dire con certezza che la ragazza sia morta, notizia che sembrerebbe essere confermata anche dai familiari, ma la sua morte risale ad agosto e non ad inizio ottobre. Le nuove ricostruzioni poi non forniscono chiarimenti sulle circostanze della morte, anche se sembra improbabile una decapitazione. Inoltre alcune conoscenti della vittima parlano esplicitamente di omicidio, mentre alcuni giornalisti afghani sostengono che la giovane si sia suicidata. In tutto questo caos la famiglia di Mahjubin Hakimi si è rifiutata di diffondere notizie precise, forse per timore di eventuali ritorsioni. Si è solamente limitata ad escludere l’ipotesi di decapitazione, chiedendo poi ai giornalisti di non parlare più della vicenda.

Questa storia può sembrare semplicemente un esempio di un difficile episodio di cronaca da verificare e commentare. Ma la storia dell’omicidio di Mahjubin Hakimi è molto più di questo. La morte della ragazza afghana, e il racconto che se ne è fatto, ci dà una lezione sul giornalismo, sulla sua importanza e sui suoi difetti.

Una lezione al giornalismo italiano

Quando la notizia della morte di Mahjubin Hakimi è arrivata nelle redazioni italiane, tantissimi giornali l’hanno ripresa, nonostante arrivasse da fonti non particolarmente affidabili e verificate. Molti quotidiani italiani hanno scelto infatti di sfruttare la notizia della “decapitazione di una ragazza afghana ad opera dei talebani”. Questo per cavalcare l’indignazione e la rabbia che gli italiani provano nei confronti dei talebani, soprattutto dopo la presa di Kabul dell’agosto scorso.

Ma scegliendo la strada della propaganda, piuttosto che del racconto dei fatti, i giornali hanno involontariamente offerto un assist ai talebani. I nuovi padroni di Kabul infatti la prossima volta che saranno accusati di un atto tremendo, potranno appellarsi al precedente di Mahjubin Hakimi, discolpandosi e rafforzando le continue accuse all’Occidente. Questo punto ci fa capire quanto i giornali siano in grado di plasmare la realtà col loro racconto, influenzando le nostre visioni e contribuendo a portare sulla ribalta determinati temi.

Ma la storia di Mahjubin Hakimi, oltre a rappresentare un monito contro il cattivo giornalismo, ci fa capire quanto, nonostante tutti i suoi difetti, il giornalismo sia fondamentale. In un panorama come quello afghano, fare il giornalista è un’impresa. In ogni momento potresti venire ucciso o minacciato dal regime talebano, rischiando di perdere tutto per il solo scopo di raccontare la verità al di fuori dell’Afghanistan. Per il solo scopo di lanciare un messaggio di aiuto verso il mondo intero, per non abbandonare gli afghani al loro triste destino.

Per questo ogni qualvolta che ci viene da inveire contro i giornalisti e il loro mestiere, è bene ricordarci che senza di loro non sapremmo nulla di quello che ci circonda. Senza il prezioso aiuto dei giornalisti non saremmo consapevoli del mondo in cui viviamo. Ed è anche per questo che ogni volta che vediamo un giornale distorcere i fatti per fare propaganda, dobbiamo avere la volontà di cercare una fonte migliore, per avere una più corretta e giusta informazione.

Ecco, questo è il prezioso insegnamento che ci ha dato la morte di Mahjubin Hakimi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

Trending