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L’importanza dello sport per Putin spiegata dallo scandalo del doping russo

Nonostante con l’invasione dell’Ucraina Putin ha infranto quella che viene definita “tregua olimpica”, il legame tra lo sport e Putin è molto forte: analizziamolo a partire dal caso del doping russo.

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Con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha infatti infranto quella che viene definita “tregua olimpica”, una delle principali peculiarità della competizione. Questo fatto ha portato l’immediata condanna da parte del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e la conseguente scelta di escludere gli atleti russi e bielorussi dalle competizioni di Pechino, anche se in realtà l’esclusione è valsa solo per le Paralimpiadi poiché le Olimpiadi si erano concluse pochi giorni prima dell’invasione. 

Ad ogni modo, Putin si è mosso con incredibile celerità nel fondare, in risposta all’esclusione, le “sue” Paralimpiadi che si terranno a Khanty-Mansiysk, in Siberia, e cui parteciperanno russi e bielorussi. 

Questa importanza data da Putin alla competizione sportiva non deve in alcun modo sorprenderci, specie a seguito dell’incredibile scandalo che coinvolse la Russia nel 2016 che dimostrò al mondo quanto lo sport fosse per il despota uno dei principali strumenti di propaganda e di accrescimento del suo consenso. 

Il “doping di stato” russo 

Lo scandalo ha inizio nel 2014, con un documentario tedesco mandato in onda in Germania. L’inchiesta sconvolgente raccontata riguardava un presunto scandalo di doping che interessava gli atleti russi in larga scala, portando a sostegno di questa tesi le parole della mezzofondista Stepanova, la quale raccontava di un sistema corrotto dall’alto che prevedeva la somministrazione agli atleti di sostanze atte a migliorare le prestazioni assunte con grande facilità e senza ostacoli. 

Quando si parla di controllo antidoping, l’istituzione principale a cui tutti fanno riferimento è la WADA (World Anti-Doping Agency) che possiede laboratori atti ai controlli in ogni stato. Il laboratorio di Mosca era all’epoca invidiabile per risultati ottenuti e lavoro svolto, tanto che l’allora direttore Grigory Rodchenkov era considerato un luminare dell’ambito

Il contenuto del documentario arrivò ai vertici della WADA che aprirono un’indagine durata più di un anno, a seguito della quale decisero di sospendere il laboratorio russo di cui sopra pubblicando un lungo resoconto sull’uso definito sistematico di sostanze dopanti tra gli atleti russi, in particolare all’interno dell’atletica leggera. Gli atleti e i dirigenti coinvolti vennero sospesi in attesa di ulteriori indagini che arrivarono di lì a poco e i cui risultati segnarono per sempre la storia dello sport russo. 

A seguito dello scandalo, le accuse da parte del governo russo piombarono tutte sull’ex direttore del laboratorio di Mosca Rodchenkov che, temendo per la propria vita, chiese ospitalità negli Stati Uniti in cambio di una confessione al NY Times della realtà dei fatti. Il russo dichiarò di aver effettivamente avuto un ruolo chiave dell’attuazione del programma di doping russo, in atto alle Olimpiadi di Londra nel 2012, e che la forza del programma era il mix di sostanze che consentiva di risultare negativi ai controlli. Ogni azione che Rodchenkov svolse, fu per diretto mandato del Ministro dello Sport russo, braccio destro di Putin. 

Le Olimpiadi invernali di Sochi 2014

La parte più incredibilmente articolata e complessa della vicenda sul doping di stato russo riguarda i Giochi invernali di Sochi, in Russia appunto. 

All’epoca dei fatti, il gradimento del popolo russo nei confronti di Putin era calante e, conscio dell’importanza dello sport per i suoi cittadini e del potere di questo come strumento di propaganda, il leader dello stato aveva un unico obiettivo: vincere tutto il possibile a Sochi, a qualunque costo. 

E così, infatti, fu: il medagliere finale vedeva la Russia padrona indiscussa dei Giochi Olimpici, un successo incredibile che comprendeva ogni sport. 

Il come tutto questo fu reso possibile lo spiegò anni dopo sempre Rodchenkov. Il piano elaborato dal governo russo consisteva non più in cocktail di sostanze che permettevano di risultare negativi, ma nell’assunzione di sostanze dopanti molto forti per poi attuare una sostituzione dei campioni di urina degli atleti. Il piano ebbe più di un anno di progettazione, con la previa conservazione di campioni di urine pulite di ogni atleta russo in competizione. Ovviamente, la WADA aveva elaborato delle fiale per i campioni progettate appositamente per evitare la sostituzione di urina, con un particolare sigillo all’apertura. Per ingannare il sistema, il servizio di intelligence russo (KGB) venne mandato nel laboratorio olimpico con il pretesto di controllare la sicurezza di questo, studiando in realtà un modo efficace per aprire le boccette e falsificarle senza lasciare traccia. 

Durante tutta la durata di Sochi 2014, i campioni di urine venivano sostituiti con quelli puliti di notte, grazie a un foro circolare nel muro del laboratorio attraverso cui avveniva lo scambio, sotto l’attenta sorveglianza del KGB. 

Le conseguenze 

Quanto detto da Rodchenkov al Times (e sempre smentito da Putin e dalle autorità russe), portò la WADA alla decisione di riassegnare le medaglie di Sochi e squalificare la Russia dai principali tornei internazionali per i successi quattro anni, fino dunque al 2018. 

A sorpresa però, il TAS decise l’anno seguente di dimezzare l’esemplare squalifica proposta dalla WADA, portando la squalifica per la Russia da quattro a due anni (consentendo dunque la partecipazione dei russi a Rio 2016). 

Ciò che più risulta rilevanti ai fini della cronaca odierna di questo avvenimento sportivo, è quanto Rodchenkov afferma prima di essere inserito in un programma protezione testimoni in America. 

L’ex direttore di laboratorio si dichiarò infatti quantomai amareggiato per l’aiuto dato a Putin durante Sochi 2014 specialmente per quello che accadde dopo. Secondo l’ex direttore, e come dimostrato dai sondaggi, la schiacciante vittoria alle Olimpiadi su ogni altra nazione fece crescere il consenso russo a Putin in modo esponenziale, invertendo il trend negativo degli anni precedenti. 

Questo successo politico, secondo la ricostruzione fornita da Rodchenkov al Times, non fece altro che dare forza a Putin e consentirgli una mossa politica di portata straordinaria e con effetti estremamente duri, possibile e accettabile unicamente con una base di consenso forte: l’invasione della Crimea nel 2014. 

“Mi sentii personalmente responsabile. Se la Russia non avesse stravinto, Putin non sarebbe stato così aggressivo.”

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Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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